• Giulio Ardenghi

È ora di smetterla di fare questo


Chi vuole analizzare i messaggi che i millennial più giovani o gli appartenenti alla Generazione Z [1] scrivono su internet potrà accorgersi di una cosa molto particolare: questi ragazzi e ragazze molto raramente terminano i loro post con un punto fermo.


Certo, è normale che la punteggiatura venga ridotta all’osso quando si tratta di scrivere messaggi pensati per essere consumati velocemente, e che pertanto il punto fermo finale venga considerato non strettamente necessario, ma è questo l’unico motivo? In realtà, sì e no.


Quando si scrive, ad esempio, un post su un social network è intuitivo che la fine del testo costituisce la fine del messaggio che si vuole veicolare. D’altronde sono testi fatti per essere già chiari e concisi, poiché la dinamica stessa del linguaggio di internet raramente contempla fraseggi lunghi e articolati: con tutta la vastità di informazioni a disposizione dell’utente, se qualcosa si rivela troppo noioso o difficile da seguire chi lo legge non ci mette nulla a saltarlo e andare a cercare qualcos’altro.


Ma se queste informazioni possono farci capire che il punto fermo non viene utilizzato perché non se ne vede l’utilità, il passo successivo è il chiedersi come le giovani generazioni reagiscano quando ricevono messaggi che si concludono con quel segno di punteggiatura. Secondo diversi studi, il fatto che il punto fermo non sia considerato necessario porta i giovani a vederlo come un vero e proprio gesto di stizza, probabilmente il modo più condiscendente e passivo-aggressivo di concludere un testo. Secondo il linguista Owen McArdle: “I punti fermi sono, nella mia esperienza, l’eccezione e non la norma nei messaggi istantanei (dei giovani) e assumono un nuovo ruolo nel significare un tono di voce brusco e arrabbiato.” [2]


Nel linguaggio comune capita che qualcuno che vuole esprimere la sua opinione in un tono che non ammette repliche concluda dicendo: “punto!” oppure “punto e basta!”. L’effetto che un messaggio scritto su internet che viene concluso con il punto fermo sortisce è grosso modo lo stesso. Non c’è dunque da stupirsi se un millennial o uno zoomer rimane per lo meno confuso se qualcuno gli scrive cose come: “sto bene.” oppure “ci vediamo dopo.”. Sicuramente non gli viene da pensare che la persona che gli scrive sia contenta di parlare con lui.

È ovvio che chi frequenta i social network sa bene tutte queste cose, e a volte le sfrutta a proprio vantaggio. Per farne esperienza si può semplicemente andare a vedere i profili Facebook e Twitter di attivisti, politici e giornalisti particolarmente attivi su internet e vedere come e quando usano i punti a seconda del tipo di messaggi che vogliono veicolare. Oppure, per chi è iscritto a qualche gruppo a tema su Facebook i cui membri sono per lo più millennial o zoomer, basta farci caso e questo modo di utilizzare il punto quando si vuole trasmettere un tono sbrigativo e autoritario sarà ancora più lampante.


Tutto questo in realtà è davvero poco più di una polemica inutile, perché è quasi scontato dire che uno deve sempre tenere conto di chi sia la persona a cui sta scrivendo quando decide di mandare un messaggio, ma se c’è una regola che chi scrive sui social deve tenere in considerazione è proprio quella che il punto fermo veicola un tono molto preciso, e non è un tono amichevole.


Fonti: [1] Per un’analisi più approfondita delle differenze generazionali consultare: Ardenghi Giulio, Ok boomer: capire le generazioni, TocToc Sardegna, 22 gennaio 2021, https://www.toctocsardegna.org/post/ok-boomer-capire-le-generazioni [2] Stralcio di intervista di McArdle con The Telegraph, riportato da Thomson Lizzie, Full stops ‘intimidate young people’ as they seem angry, say linguists, Metro, 24 agosto 2020, https://metro.co.uk/2020/08/24/full-stops-intimidate-young-people-seem-angry-say-linguists-13170009/