• Alessandro Manno

È stata la mano di Dio (?)


L’essere umano ha bisogno di certezze. Di continue rassicurazioni sul futuro. Ha bisogno di riuscire a dare un volto a chi compie determinate azioni per individuare colpevoli e innocenti, di delineare i tratti del nemico. Ha bisogno, pur di dare un senso alle cose che succedono, di tirare in ballo entità metafisiche che si chiamino Dio, destino o karma.


Ed è quindi umano chiedersi di chi sia la colpa, chi sia stato a dirigere gli eventi che nella giornata di ieri al Senato hanno portato alla caduta del Governo presieduto da Mario Draghi. Ma nel tumulto che nelle ultime ore si agitava per le vie di Roma e si perdeva nelle vie della capitale e si spargeva per tutta la Penisola, gli artefici della caduta non erano noti. Tutti si rimbalzavano la colpa (o il merito) l’un l’altro lasciando vacante il ruolo di indagato in questa enorme opera teatrale italiana. È stata dunque la mano di Dio?


Cerchiamo di capirlo

Giovedì 14 luglio, il Movimento 5 Stelle, dopo una serie di frizioni che duravano da diverse settimane, ha deciso di non votare al Senato il Decreto-legge “Aiuti”. Questa scelta, che poneva di fatto i 5 Stelle fuori dalla maggioranza di Governo, ha fatto comprendere al presidente del Consiglio Draghi che andare avanti con il suo Governo era ormai impossibile, pur avendo ottenuto l’approvazione del Decreto con i restanti voti della maggioranza. Draghi è così salito al Quirinale dal Presidente Mattarella per rassegnare le dimissioni. Dimissioni che, tuttavia, sono state però respinte dal Capo dello Stato che ha chiesto a Draghi di andare alle Camere e discutere la propria scelta con il Parlamento.


Primo atto: perché pur avendo ancora la fiducia Draghi sale al Quirinale? Perché era in modo inequivocabile venuto meno il senso dell’esistenza del Governo. Draghi era divenuto presidente del Consiglio in un governo che doveva contenere tutti gli schieramenti nell’interesse del Paese e attuare le riforme necessarie per far ripartire l’Italia e renderla pronta a investire le risorse del PNRR. Senza la più ampia maggioranza possibile questi obiettivi sono diventati irrealizzabili, poiché il gesto dei 5 Stelle sarebbe stato un precedente utile a chi in futuro avesse voluto contrastare dall’interno l’azione di governo.


È quello che nei libri di storia si definisce “la goccia che fa traboccare il vaso”.


Arriviamo alla giornata di mercoledì 20 luglio, con il discorso di Draghi in Senato con il quale il primo ministro ha provato a proporre un nuovo patto di Governo alla precedente maggioranza. Tuttavia, il discorso non ha cercato di blandire i suoi interlocutori al Senato. Anzi. Draghi ha evidenziato punto per punto tutti i problemi che sono emersi negli ultimi mesi di governo, in particolare le discussioni sui temi dell’energia, di politica economica (le vertenze sulle concessioni balneari e i tassisti) e la politica estera (invasione russa dell’Ucraina). Non un discorso di chi vuole vivacchiare. Gli animi si sono scaldati immediatamente.


Secondo atto: Perché questa scelta?

Era sembrato sin da subito chiaro che offrire il fianco a chi voleva uscire avrebbe nel giro di poco tempo distrutto il Governo. Che Draghi avesse provato a blandirli o meno, ben poco avrebbe potuto fare di fronte alle richieste pressanti da parte dei partiti sempre più vicini alle scadenze elettorali. Il giocattolo a quel punto si era già rotto.


Da quel momento in poi è stato un rincorrersi di dichiarazioni, fino alla presentazione di due risoluzioni: una a firma di Pierferdinando Casini (senatore delle Autonomie, ma eletto con il sostegno del Partito Democratico alle scorse elezioni) e una a firma di Roberto Calderoli (senatore della Lega). La prima era composta letteralmente da una sola riga in cui richiedeva di approvare quanto detto da Draghi, l’altra chiedeva una ridefinizione della coalizione di Governo senza i 5 Stelle. Gli interventi in aula non hanno fatto altro che far ribollire una situazione ormai compromessa, terminata con la risposta di Draghi: arrabbiato, deluso, irritato da quanto affermato da diversi senatori. Il Presidente del Consiglio ha così richiesto venisse posta la fiducia sulla risoluzione presentata dal senatore Casini. Di lì a poco l’epilogo con le dichiarazioni di voto che hanno certificato una maggioranza che nella sostanza non c’era più. Il centrodestra ha annunciato di non votare la fiducia, il M5S non ha neanche partecipato alla votazione. Unici a votare a favore sono stati Partito Democratico, Italia Viva e vari esponenti di gruppi minori.


Cala il sipario

Nella mattinata di giovedì 21 luglio, Mattarella ha accettato le dimissioni di Mario Draghi e ha convocato i Presidenti delle Camere. Il Presidente in serata annuncia lo sciagliamento delle Camere e indice le elezioni anticipate, probabilmente nella settimana tra il 18 e il 25 settembre.


Titoli di coda

Questa crisi delinea un chiaro scenario: un centro-destra sempre più destra e meno centro con Forza Italia esplosa dopo il mancato voto di fiducia e la Lega ormai succube di Fratelli d’Italia, che sfrutta la sponda offerta dai 5 Stelle per far cadere il Governo; un Movimento 5 Stelle che non ha saputo gestire la crisi e ne è stato risucchiato, incapace di gestire i tempi e i modi della crisi; un Partito Democratico che non fa assolutamente niente e cerca di smarcarsi da quel pericoloso avvicinamento ai 5 Stelle in vista del voto; Italia Viva che si dimostra coerente nella scelta di campo e che si prepara ad essere irrilevante in Parlamento nella prossima legislatura a meno di sconvolgimenti incredibili. Il resto è solo e soltanto rumore.


Resta l’assurdità di aver promesso stabilità a un Presidente della Repubblica appena rieletto, di aver silurato uno degli italiani più stimati, all’estero e non solo, che era riuscito a salvare l’euro dal default ma che non è riuscito a navigare nel marasma della politica italiana. Una delle cause principali della caduta del Governo Draghi, ma anche della caduta dei governi che lo hanno preceduto è un Parlamento tra i più frammentati, litigiosi, confusi e privi di visione politica della nostra storia repubblicana, colmo di persone senza senso delle istituzioni e incapaci di gestire con logica i problemi da affrontare. E la colpa di questo, ben inteso, non è solo dei partiti: la colpa è anche degli italiani. Perché i politici, soprattutto in una democrazia rappresentativa, sono sempre la fotografia di coloro che li hanno eletti.


Ci apprestiamo a una campagna elettorale estiva come raramente se ne sono affrontate. Con un Paese che, guardando i sondaggi e non ascoltando le chiacchiere da bar all’interno delle nostre bolle, non era per niente felice di andare al voto e avrebbe voluto mantenere il Governo Draghi. Ma il problema tutto italiano è che non siamo riusciti in questi anni a costruire una stabilità duratura, ad esprimere una leadership all’altezza delle sfide che il mondo ci obbliga a sostenere. Siamo stati risucchiati dalla necessità di ricercare l’eccezionalità, il colpo di fortuna, il supereroe che arrivava in nostro soccorso, il tirare a campare che tanto ce la si cava. Draghi non doveva cadere perché in un Paese con logica non doveva neanche diventare Presidente del Consiglio. Ma questo è frutto della pochezza della nostra politica che, volenti o nolenti, è lo specchio della società.


È stata la mano di Dio? No, non è stata la mano di Dio. Ma sempre da una mano dipenderà quello che succederà dopo. La nostra, quando tra circa due mesi saremo chiamati a scegliere il nuovo Parlamento.