• Maria Francesca Mainas

1970: l’Italia diventa un “Paese moderno”


Nel 1970 compare in tv il primo episodio di Pippi Calze lunghe, i Beatles si riuniscono per concludere l’incisione di Let it bee, mentre Albano e Romina Power si sposano, il 1° dicembre viene approvata la legge n.898 sulla cessazione degli effetti civili (divorzio). Perché l’approvazione di questa legge è importante?

Facciamo un salto indietro nel tempo. Nel Codice civile del 1942 si accoglieva una concezione pubblicistica della famiglia in virtù della quale essa veniva vista come cellula costitutiva della società e dello stato, un ente superiore rispetto alle persone che la componevano, votata alla realizzazione di interessi pubblici. Questa concezione venne erosa con la Costituzione del 1948 che mette al centro il singolo, ma fu completamente smantellata soltanto con le riforme del diritto di famiglia (in particolare quella del 1975).

Nel 1948 la Costituzione afferma il principio di laicità dello stato. All’interno dell’Assemblea costituente ci furono proposte per caratterizzare in senso religioso il matrimonio richiamando all’interno della Costituzione alcuni principi sanciti nel Concordato del 1929 come l’indissolubilità del vincolo matrimoniale e la tutela del matrimonio concordatario. Tuttavia tutte queste proposte non vennero accolte e, in materia di matrimonio, vennero annunciati principi che non hanno nessuna implicazione di carattere religioso.

Nel Sessantotto le nuove generazioni erano in fermento. Si avvertiva un’aria di novità: i moti studenteschi e i moti femministi lottavano per ottenere un rinnovamento culturale. Ma nonostante queste battaglie, che portarono frutti in vari campi, per tutti gli anni ’60 non si approvò una legge sul divorzio. In Italia la cultura cattolica era forte e questo non poteva che riverberarsi anche sulla concezione della famiglia. Infatti il matrimonio per l’ordinamento canonico è un sacramento e, in quanto tale, indissolubile. La mancanza di una legge sul divorzio creava situazioni di sofferenza per coloro che, venuta meno “la comunione materiale e spirituale”, si trovavano costretti ad essere ancora legati da un vincolo matrimoniale.

Negli anni ’70, fu la sinistra, a mobilitarsi per l’approvazione di una legge che consentisse il venir meno del vincolo coniugale. Tale legge, nota anche come legge Fortuna – Baslini, disciplina i casi di scioglimento del matrimonio. La sua approvazione provocò ampie polemiche soprattutto dalle forze politiche più conservatrici. Queste ultime ritenevano che l’Italia, di religione prevalentemente cattolica, dovesse essere riportata per legge all’osservanza della morale famigliare tradizionale. Tali polemiche non rimasero sterili perché, senza indugio, la democrazia cristiana e la destra più clericale proposero il referendum abrogativo. La campagna elettorale fu intensa. La sinistra sosteneva la laicità dello stato e l’esigenza di un matrimonio fondato, non sulla costrizione, ma sulla liberà volontà dei coniugi. La destra, dal canto suo, sottolineava il rischio a cui si esponeva la famiglia che non sarebbe più stata capace di tutelare i figli e le madri. Il referendum abrogativo si tenne nel 1974, e con il 59% dei no, la legge rimase in vigore.

Fu un passaggio epocale che determinò cambiamenti radicali sugli equilibri famigliari. Tale legge aprì la strada alla riforma del diritto di famiglia del 1975 portando ad un mutamento della concezione della famiglia che ora viene vista come una formazione sociale in cui si realizza la personalità del singolo (art.2 Cost). Si determinò un mutamento di paradigma che portò alla famiglia come la conosciamo noi oggi. La possibilità di far venir meno il vincolo coniugale valorizza il consenso e il benessere di entrambi coniugi. Inoltre, a mio parere, rappresentò il primo passo verso l’indipendenza economica delle donne (nel cui ambito ci sono ancora tanti passi da fare). La donna veniva prima vista come “angelo del focolare” la cui vita era dedicata alla crescita dei figli e ai lavori di casa; non aveva accesso all’ambito lavorativo e, di conseguenza, era soggetta al marito anche da un punto di vista economico. Sradicando l’idea dell’indissolubilità del matrimonio, muta la percezione dell’istituzione famigliare che non viene più vista come sfondo necessario della vita della donna: la donna, in quanto persona, può avere anche altre ambizioni rispetto alla costituzione della famiglia.

Per lungo tempo il divorzio fu accompagnato da un’aurea di pregiudizio. Soprattutto la Chiesa percepì tale legge come un grande strappo e, anche recentemente, sono frequenti i casi in cui una persona divorziata si sente esclusa dalla propria comunità religiosa perché, ad esempio, non può fare da madrina/padrino per battesimi/cresime. Nonostante tale situazione contraddica il sacramento del matrimonio, non possiamo dimenticare l’apertura di Papa Francesco che nel 2015 ha espresso la sua vicinanza alle persone che divorziano, affermando:

“Se guardiamo anche questi nuovi legami con gli occhi dei figli piccoli, i piccoli guardano, con gli occhi dei bambini, vediamo di più l’urgenza di sviluppare nelle nostre comunità una accoglienza reale verso le persone che vivono tali situazioni.”

Oggi per noi è normale l’esistenza di un istituto come il divorzio che, ormai da cinquant’anni, opera a tutela della libertà di ciascuno di noi. Ma non dobbiamo mai dimenticare che i diritti guadagnati sono frutto di lotta, di contrapposizioni forti, di confronti tra correnti culturali diverse. Quindi, anche in questo articolo, vi invito sempre a dare valore all’educazione. L’educazione porta al confronto e, il confronto, alla libertà.


Fonti: Gilda Ferrando – Diritto di famiglia, Prosperi – Storia e identità