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  • Francesco Ortu

A Portovesme si lotta ancora, tra promesse mancate e un futuro incerto



Un silenzio assordante ed una tensione palpabile permeano l’aria, come la notte di veglia per un indigente fra la vita e la morte. Questo è lo stato in cui versano oggi i dipendenti della Portovesme Srl in attesa di conoscere il destino della fabbrica su cui, al contempo, grava anche quello di un intero territorio.


L’impianto, che si occupa della lavorazione di zinco, piombo ed altri minerali, sorge nella zona sud-occidentale dell’isola durante l’ondata sviluppista ed industrialista degli anni ’50-’60 e, ad oggi, è uno dei principali poli industriali sardi, nonché il principale datore di lavoro dell’area del Sulcis-Iglesiente. Come impianto di lavorazione è quindi soggetto alla necessità di fare ricorso a grandi quantità di energia, per questo viene comunemente definito come “energifero”, caratteristica che è diventata una delle principali problematiche nel corso degli anni. I costi dell’energia hanno infatti sempre costituito una delle principali voci di costo per l’azienda, la Glencore, che ha chiesto assicurazioni e interventi in tal senso soprattutto di fronte agli aumenti vertiginosi derivanti dal conflitto russo-ucraino e che sono conflagrati nelle proteste operaie di questi ultimi giorni.

Foto Alessandro Spiga / TocToc Sardegna

«Siamo in quello scenario che gli economisti definiscono “tempesta perfetta" - afferma Emanuele Madeddu, sindacalista della FILCTEM - Siamo passati da un prezzo di 40/50€ di MW/h sino a picchi di 700€, cosa che ha portato l’azienda a comunicare la ferma dell’80% delle attività».

La questione del caro-energia non ha pregiudicato solo le attività immediate con lo stop della produzione, ma anche i piani futuri. «L’azienda – continua Madeddu - non ha mai manifestato l’intenzione di lasciare la Sardegna, tant’è vero che hanno già comunicato di avere fra i loro obiettivi il passaggio alla produzione degli elementi delle batterie al litio, in un’ottica di economia circolare rispettosa dell’ambiente e al passo con i tempi. La priorità - aggiunge - è quella di non fermare la produzione e di arrivare pienamente operativi a quello dovrebbe essere la conversione a cui, però, bisogna arrivare vivi».


Il mancato raggiungimento di soluzioni tecniche per il superamento dello “stallo alla messicana” della fabbrica, con la deadline che era stata individuata nella data del 28 febbraio, ha portato all’inizio della protesta, con quattro operai che hanno deciso di salire su una delle ciminiere dell’impianto, a 100 metri d’altezza e proseguire così la propria lotta. «Nonostante la collaborazione pacifica, interlocutoria e propositiva su tutti i tavoli – dice raggiunto telefonicamente Matteo, uno dei quattro operai - in un anno e mezzo non si è ottenuto o concretizzato nulla. Dopo tutto questo processo non abbiamo nulla in mano. Abbiamo deciso di portare avanti questa protesta, con questo metodo, per fare in modo che la questione della Portovesme avesse una rilevanza nazionale. Nonostante l’incontro ottenuto, che si svolgerà domani (venerdì 3 marzo, ndr), abbiamo deciso di non scendere per fare in modo che non venga smorzato il clamore mediatico della nostra lotta».

Al quadro presentato va anche sommata la paura per una possibile bomba sociale: il Sulcis-Iglesiente rappresenta una delle zone più povere dell’intero Paese e la fabbrica costituisce il principale polo occupazionale della zona. Un suo ridimensionamento, o peggio la sua chiusura, avrebbe conseguenze devastanti. «Vi è un rapporto diretto 1 a 1 tra lavoratori diretti e indiretti. I primi sono circa 550 e altrettanti sono quelli degli appalti. A questi – precisa ancora Madeddu - vanno aggiunte le famiglie, senza considerare l’indotto. Se non erro vi è un coefficiente moltiplicatore che evidenza che, per ogni lavoratore che perde occupazione, questo se ne porta via 2,5». Per questo sono diversi i lavoratori delle ditte esterne che si sono uniti al picchetto degli operai della Glencore. Massimo Lebiu, 49 anni, è uno di loro: «Siamo qui a protestare perché dopo due anni di lavoro interinale siamo stati lasciati fuori dall’azienda. Siamo tutti padri di famiglia, e a fine mese arriveranno le bollette da pagare. Inoltre, saremmo dovuti passare alla ditta madre, ma con la procedura di cassa integrazione tutto si è bloccato».

Il discorso occupazionale è quello che preoccupa più di tutto. Perché se per i lavoratori dell’azienda madre la cassa integrazione rappresenta almeno una sicurezza, per gli interinali vi è la rara possibilità di vedere un anticipo della somma, con la conseguente probabilità che siano necessari mesi prima di percepirla. Eventuali ritardi non escludono poi l’ipotesi licenziamento, in un territorio che non vede particolari opportunità di ricollocamento.





Questo rappresenta, secondo tutti i testimoni, lo scenario peggiore dietro cui si celerebbe una vera e propria tragedia sociale ed economica. La palla passa dunque alla politica, che dovrà districare il nodo annoso della politica industriale, coniugando le richieste economiche e sociali che più che mai corrispondono a un vitale interesse collettivo. Il coro è in questo caso unanime: il futuro, nuovo e adatto alle esigenze e sfide del presente, è a portata di mano. L’incontro di domani con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy potrà segnare la nascita di una nuova speranza per il Sulcis-Iglesiente o far suonare la prima nota di un requiem per un territorio più che mai in sofferenza.


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