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  • Immagine del redattoreMatteo Monaci

Aldo Moro | L'uomo che guardava l'avvenire


“Governare significa fare tante cose, ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana più ricca di vita e consapevole dei propri diritti” Aldo Moro

Sono le ore 13, il telefono squilla alla segreteria della DC: da allora l’Italia non sarà più la stessa. Era il 9 maggio 1978, un giorno destinato a essere ricordato come uno dei più bui della storia del nostro Paese. Quel giorno veniva rinvenuto in via Caetani, a Roma, all’interno di una renault 4 , a seguito di un sequestro durato 55 giorni per mano dei terroristi delle Brigate Rosse, il corpo di Aldo Moro. Se ne andava così, trivellato dalle pallottole, uno degli uomini più coraggiosi della storia della nostra repubblica.


Nato a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916, Aldo Moro aveva frequentato l’università di Bari, laureandosi in giurisprudenza e divenendo in seguito docente universitario di diritto penale. Nel 1942 si avvicinò agli ambienti antifascisti di area cattolica, partecipando l’anno successivo alla discussione dell’atto fondativo della Democrazia Cristiana, redatto da Alcide De Gasperi e aderendo alla corrente di sinistra della DC, capeggiata da Giuseppe Dossetti. Terminata la guerra, nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente, contribuendo a redigere la Carta Costituzionale. Nello stesso anno fu nominato vicepresidente della DC. Dal 1948 fino alla sua morte sarà deputato della repubblica.


Negli anni’50 ricoprì gli incarichi di ministro di Grazia e Giustizia prima e di ministro della Pubblica Istruzione dopo. In quest’ultima veste si prodigò per l’introduzione dello studio dell’educazione civica nelle scuole e per l’elaborazione di un piano decennale che garantisse a tutti i cittadini l’effettivo diritto all’istruzione, prevedendo la realizzazione di nuovi edifici scolastici e l’assegnazione di borse di studio agli studenti più poveri. Si impegnò inoltre nel contrasto all’analfabetismo anche ricorrendo allo strumento televisivo attraverso la creazione di una trasmissione della Rai chiamata Telescuola e condotta dal maestro Alberto Manzi, al fine di insegnare a leggere e a scrivere ai cittadini che non avevano avuto la possibilità in passato di frequentare la scuola.


Nel 1959 fu nominato segretario della DC e nel 1962 si schierò a favore di un’alleanza con il Partito Socialista. Iniziava così per la nostra repubblica una delle fasi politiche più fiorenti della sua storia: quella del centro-sinistra. Nel 1963 divenne all’età di 47 anni il più giovane Presidente del Consiglio di allora. Tra i risultati più importanti del suo primo governo si ricordano in particolare: la riforma finanziaria volta a trattenere la fuga di capitali, la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’innalzamento dell’obbligo scolastico. Nel suo secondo governo si ebbero invece provvedimenti di sostegno finanziario straordinario alle imprese in crisi, una nuova normativa sulla produzione cinematografica che garantiva una maggiore libertà di espressione e l’abolizione della mezzadria, un contratto agrario che consentiva di fatto lo sfruttamento dei contadini da parte dei proprietari terrieri. Il suo terzo governo, con una durata di poco superiore ai due anni, fu uno dei più longevi della storia della repubblica e vide in particolare l’approvazione della legge Mancini, che mirava a contenere lo sviluppo edilizio ormai incontrollato, la costituzione delle regioni a statuto ordinario e la trasformazione degli ospedali in enti pubblici, così da garantire anche ai cittadini più poveri il diritto alle cure.


Fu in seguito ministro degli Affari Esteri nei governi che seguirono, portando avanti una politica filo-palestinese. A lui si deve infatti il famoso Lodo Moro, un’intesa siglata con il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che consentiva ai membri dell’organizzazione di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Nel 1973 rifiutò inoltre che le basi NATO in Italia fossero utilizzate in occasione della guerra dello Yom Kippur. Nel 1974 sfuggì quasi per miracolo alla strage del treno Italicus, un attentato ordito da terroristi neofascisti in cui morirono dodici passeggeri, compiuto molto probabilmente proprio per assassinare Moro. In quello stesso anno iniziava anche il suo quarto e ultimo governo, che vide tuttavia il mero appoggio esterno del PSI. Di esso si ricordano principalmente l’approvazione della legge Reale per il contrasto al terrorismo, della legge sul decentramento amministrativo e la famosa riforma del diritto di famiglia del 1975, che segnò la fine della potestà maritale e l’effettiva eguaglianza tra i coniugi.


Terminato il suo ultimo governo, Moro si fece promotore negli anni successivi di un’apertura da parte della DC verso il Partito Comunista, guidato da Enrico Berlinguer, che si stava ormai distanziando dalla sfera di influenza sovietica. Sia Moro che Berlinguer sostenevano che fosse necessario mettere da parte le divergenze e arrivare ad un compromesso storico che consentisse la formazione di un governo di solidarietà nazionale, volto al contrasto delle diseguaglianze sociali e che sfociasse in un processo di rinascita del Paese. Inutile dire che con la sua scelta Moro finì per attirare verso di sé l’avversione di una parte consistente del proprio partito nonché di quella parte della sinistra più intransigente, contraria a ogni forma di compromesso con la DC. Ma chi più di tutti si sentiva minacciato dalla prospettiva di un compromesso tra democristiani e comunisti erano gli Stati Uniti, intimoriti al solo pensiero dell’ingresso dei comunisti in un governo di un Paese alleato nell’Europa occidentale. Il sogno di Moro di costruire un compromesso storico era tuttavia destinato a infrangersi presto.


Il 16 marzo 1978, mentre il nuovo governo Andreotti si apprestava a presentarsi in parlamento per ottenere la fiducia, i terroristi delle Brigate Rosse bloccarono l’auto di Moro in via Fani, uccidendo gli uomini della sua scorta. Fu l’inizio del sequestro Moro, culminato nel tragico esito che tutti conosciamo. Molti misteri ruotano ancora attorno al caso Moro. Uno di essi riguarda in particolare il possibile coinvolgimento di uomini dei servizi segreti deviati, molti dei quali considerati vicini alla loggia massonica segreta P2, guidata da Licio Gelli e in seguito sciolta in quanto associazione a delinquere e organizzazione eversiva che mirava a rovesciare l’ordine democratico. Si ipotizza infatti che i suddetti ambienti della destra eversiva mirassero a impedire la formazione di un governo di cui facessero parte anche i comunisti. Tra le prove del coinvolgimento vi sarebbe il fatto che alcuni macchinari della tipografia utilizzata dai brigatisti fossero stati in precedenza di proprietà del Raggruppamento Unità Speciali dell’esercito e che nell’edificio in cui Moro fu tenuto nascosto diversi appartamenti risultavano intestati a uomini del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, ndr). Il palazzo era stato tra l’altro perquisito dai carabinieri, ma l’appartamento dei brigatisti era stato saltato non essendo presente nessuno.

E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta soltanto di ipotesi, nella maggior parte dei casi ritenute infondate in sede giudiziaria.


Con la morte di Moro tramontava anche la speranza di un futuro radioso per l’Italia, l’idea di uno stato che si impegnasse a combattere la povertà e le diseguaglianze. Il governo di solidarietà nazionale ebbe vita breve e il compromesso auspicato da Moro non fu mai realizzato. Di Aldo Moro non rimane che il ricordo, oggi più vivo che mai, dell’uomo che fece della difesa dei più deboli la propria bandiera. Nelle sue ultime lettere così si rivolgeva a sua moglie Eleonora: “Sii forte, mia dolcissima, in questa prova incomprensibile, vivete uniti nel mio ricordo. Mi parrà di essere tra voi, sempre.”


Fonti:

[1] Aldo Moro, Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Moro

[2] Ipotesi sul caso Moro, Wikipedia,

[3] Enciclopedia di Repubblica, ed. 2004



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