• Francesco Serra

Atilia Pomptilla: una tragica eroina nella Cagliari Romana

«Non cantare più Penelope né Evadne che salì insieme a Capaneo sul rogo e neppure più Laodamia che con il figlio di Ificle, piangendo penosamente, abbandonò la propria casa terrena; e si taccia di Alcesti per la quale le Moire sciolsero i fili della vita che invece riavvolsero due volte per Admeto: Atilia, la quale ha per suo marito Filippo affrettato il suo terribile destino, supera fra i posteri le famose eroine che il tempo antico iscrisse nell' eternità»

(CIL X 7577)


Chi avrà dato una rapida lettura alle righe appena riportate, probabilmente intimidito dalla ripetizione di nomi altisonanti associati a un modo di esprimersi apparentemente criptico, avrà pensato a qualche passo estrapolato da una vecchia opera letteraria o teatrale, mentre chi si sarà soffermato con maggiore attenzione sicuramente avrà riconosciuto almeno una parte dei nomi citati, ricordandoli magari in alcune versioni di latino o greco affrontate al liceo.

In effetti queste righe sono la traduzione di alcuni versi in greco antico, che però non provengono da nessun poema epico scritto da chissà quale autore coetaneo di Omero, anzi, sono parte integrante e tangibile della storia dei cagliaritani. Esse vanno infatti a comporre il ricco, seppur mutilo, repertorio epigrafico inciso sulle pareti della Grotta della Vipera a Cagliari, uno dei monumenti funebri di età romana più importanti, se non il più importante, in tutta la Sardegna.

Come molti sapranno, la Grotta della Vipera, che prende il nome appunto dalla decorazione a rilievo di due serpenti, è una sepoltura ipogeica scavata nella roccia alle pendici del colle Tuvixeddu verso la fine del I secolo d.C., il cui ingresso riproduce le fattezze di un tempio classico, e se oggi è facilmente visibile per chiunque passi per Viale Sant’Avendrace, posizione non affatto casuale, lo dobbiamo al generale Alberto della Marmora, che si oppose alla demolizione del monumento nel 1822 durante i lavori per la costruzione della strada reale Cagliari-Porto Torres[1].

La fama della Grotta è data proprio da quanto testimoniano le sue sedici iscrizioni (per definizione dette carmina, di cui nove in latino e sette in greco) giunte fino a noi, le quali tramandano che un certo L. Cassio Filippo edificò a sue spese il monumento funebre per onorare la memoria della moglie Atilia Pomptilla, morta per aver offerto la sua vita agli dei in cambio della guarigione del marito; in seguito lo stesso Cassio Filippo espresse la volontà di essere collocato dopo la morte accanto alla moglie nella medesima sepoltura.

Senza dubbio si tratta di un racconto avvolto nella leggenda, eppure è proprio questo aspetto che ha affascinato, e continua ad affascinare, gli studiosi e i visitatori della tomba malgrado il passare dei secoli.


Ma chi erano veramente i due coniugi? E perché mai avrebbero fatto incidere sulla loro tomba delle iscrizioni addirittura in lingua greca, pur rivolgendosi a dei passanti che in larga parte sarebbero stati a mala pena capaci di leggere il latino?

Prima di tutto, è bene precisare il contesto di riferimento, ossia la Sardegna durante i primi secoli dell’Impero Romano, una provincia strategica per la sua collocazione al centro del Mediterraneo Occidentale e per l’ampia disponibilità di risorse minerarie, ma allo stesso tempo anche una terra che non godeva di una buona reputazione, a causa della diffidenza dei romani verso le genti sarde, riportate dalle fonti storiografiche come un popolo irriverente e nella gran parte ancora fermo allo stato “barbarico”, poiché molto restio ad assimilare la cultura romana, senza contare in aggiunta la presenza di diverse aree insalubri come paludi, abbastanza frequenti nell’isola di allora.

A questo punto non ci stupirebbe più di tanto apprendere che l’isola venisse spesso impiegata come destinazione d’esilio per molti personaggi appartenenti a un certo rango sociale, ritenuti scomodi dalla leadershipdel tempo, ossia senato e imperatore, e proprio fra questi personaggi esiliati in terra sarda ci fu L. Cassio Filippo, seguito dalla moglie Atilia, come riportano le stesse iscrizioni della Grotta (CIL X 7565).

Pertanto i nostri coniugi non sono solo di origine italica, ma anche e soprattutto individui di condizione agiata che possedevano la cittadinanza romana, e insieme ai beni materiali portarono con loro in esilio un bagaglio culturale proprio dell’aristocrazia dell’epoca. Ciò dunque comincerebbe a spiegare il motivo per cui nella loro sepoltura troviamo numerosi riferimenti a una cultura “umanistica” ante litteram, se cosi la si possa chiamare, come ad esempio il passo in greco che abbiamo riportato all’inizio. In esso infatti è condensato praticamente tutto il senso del monumento e del messaggio che si vuole trasmettere: Atilia con il suo sacrificio superò in virtù tutte le altre eroine cantate dal mito greco. Non è un caso tra l’altro che la maggior parte degli studiosi consideri la Grotta della Vipera come un vero e proprio heroon, termine impiegato per indicare la sepoltura, presunta o effettiva, di un individuo che in vita compì azioni eroiche.


Le qualità riportate nei carmina sono svariate. Dalla figura di moglie devota e fedele a quella di madre saggia e amorevole persino verso i propri servi, sembra che la nostra Atilia fosse in tutto e per tutto superiore a celebri donne mitologiche del calibro di Penelope, Evadne o Laodamia. Ma il paragone più suggestivo è sicuramente quello con Alcesti, eroina dell’omonima tragedia greca di Euripide[2]. Quest’ultima è appunto la sposa virtuosa per antonomasia nell’immaginario greco-romano, poiché fu l’unica fra i parenti e i conoscenti del marito Admeto ad avere il coraggio di sostituirlo nel momento in cui Thanatos, personificazione della morte, giunse per portarselo via. Ma gli dei, colpiti dall’estremo atto d’amore della donna, decisero di premiarla riportandola in vita e restituendola all’amato marito.

Certamente non si può non rimanere affascinati dal parallelismo che intercorre fra le due donne, tuttavia non dobbiamo dimenticare che c’è dietro un grande repertorio espressivo, nel senso che molto spesso nelle sepolture femminili di età romana in generale troviamo lodi funebri incentrate su paragoni con le donne del mito, in particolare con coloro che incarnavano le classiche virtù della matrona romana, quindi in tal senso il caso di Atilia Pomptilla non sarebbe dissimile rispetto alle altre testimonianze, anzi ne sarebbe un ottimo esempio.

Verosimilmente dunque, i due coniugi esiliati a Cagliari a un certo punto della loro permanenza in Sardegna si ammalarono, prima l’uno, che evidentemente riuscì a guarire, poi l’altra, la quale non sopravvisse. A quel punto per Cassio Filippo fu più che mai doveroso celebrare le virtù della sua sposa dopo la morte, enfatizzando i canoni espressivi dell’epoca, legati a un ideale “autorappresentativo” tipico della classe aristocratica romana durante i primi secoli dell’Impero.

Al di là della leggenda o di ciò che sia realmente accaduto, resta comunque indiscussa la magnificenza di un monumento che ha realmente plasmato la storia della città di Cagliari.


La Grotta della Vipera, costruita appositamente per essere ammirata da coloro che passavano lungo il primo tratto dell’antica via che collegava Cagliari a Porto Torres, ancora oggi sfida le ingiurie del tempo nonostante il susseguirsi dei secoli, continuando ad attirare l’attenzione dei moderni passanti dell’attuale Viale Sant’Avendrace, i quali si soffermano (anche se un po’ di meno rispetto al passato) ad ammirare il monumento nella sua complessità, mentre le parole incise sulle sue pareti persistono nel tramandare le vicende di un amore coniugale ormai millenario. L’amore di una donna che fu talmente potente da essere annoverato fra le virtù delle eroine care a tragediografi quali Euripide, e proprio come tale Atilia Pomptilla viene tutt’ora ricordata: una tragica eroina nella Cagliari Romana.


[1]Angiolillo (2008), 50-51; Zucca (1992), 507, 516-519 [2]Grandinetti (2002), 1758--1760