• Antonello Pinna

Cannabis riconosciuta dall’ONU per i suoi effetti terapeutici


Chiarezza sui principali componenti della marijuana e i loro effetti a livello cerebrale


Pur essendo una pianta conosciuta ed utilizzata fin dall’antichità, è stato solo tre giorni fa che la cannabis è stata cancellata dalla tabella IV del 1961 degli stupefacenti, ed è stata riconosciuta come pianta terapeutica. A quali condizioni? A quali livelli di principio attivo può essere considerata pianta terapeutica e quali sono gli effetti nel nostro cervello di un utilizzo prolungato di cannabis con alti livelli di principio attivo? Quali sono le differenze dei componenti presenti nella cannabis, e come possono agire al livello cognitivo, fisiologico e biologico? La decisione presa dall’ONU è ben chiara: rimuovere la cannabis dalla lista delle sostanze dannose, approvarne il suo utilizzo ed effetto terapeutico, bocciando però le proposte mosse a legalizzare ogni tipo di cannabinoide e suoi derivati, naturali o sintetici, o di rimuovere il THC e i suoi isomeri dal trattato degli stupefacenti del 1971. Queste distinzioni implicano l’esistenza di una chiara differenza tra cannabinoidi e tra gli effetti (terapeutici e non) che possono ipoteticamente produrre su chi ne fa uso.


La cannabis ha effetti che variano da soggetto a soggetto e dal livello della dose assunta, agendo a livello fisiologico, sull’umore e comportamento, ma se utilizzata in dosi elevate e prolungate può portare a spiacevoli conseguenze quali effetti psicotici, come depersonalizzazione, agitazione, paranoia, ansia, riduzione di capacità di giudizio e tempi di reazione agli stimoli, problemi motori e alla memoria. Questi effetti sembrano variare e dipendere dai livelli di THC presenti nella dose utilizzata.

Dobbiamo quindi differenziare i principali componenti della cannabis e le loro caratteristiche. Tra le centinaia di cannabinoidi che troviamo nella cannabis, i due più importanti e più conosciuti sono il THC (Delta 9-tetrahydrocannabinol) e il CBD (Cannabidiol), e sono proprio i livelli questi due componenti che hanno fatto si che l’ONU prendesse alcune decisioni e non altre. Infatti, pur essendo largamente presenti nella cannabis, hanno effetti diversi l’uno dall’altro.

Il CBD è il secondo componente bioattivo più presente nella cannabis, e può essere considerato come l’elemento terapeutico più importante. Pur non essendo un componente psicoattivo (a differenza del THC), ha comunque effetti a livello biologico, e anche se la sua azione a livello dei recettori cannabinoidi CB1 e CB2 è quasi insignificante [1], agisce lo stesso nel nostro cervello nei recettori serotoninergici [2], recettori del TRPV1 [3], della glicina [4], e dell’adenosina [5], e modifica l’azione del THCsui recettori CB1 e CB2 [6]. Il CBD non produce quindi gli effetti tipici dati dall’utilizzo della marjuana, ma al contrario agisce come ansiolitico (attenua l’ansia) [7], antidepressivo (attenua la depressione) [8] antipsicotico (attenua la psicosi) [9,10] e antiepilettico [11,12], quindi potenzialmente utile nel trattamento di disturbi d’ansia, depressione, disturbo da stress post traumatico, schizofrenia, Parkinson, epilessia e malattie neurodegenerative. Molti studi clinici hanno osservato l’effetto positivo del CBD in altre problematiche, come disturbi del sonno [13], dolore cronico [14]. Inoltre dimostra di avere proprietà a livello antiinfiammatorio [15], e neuro protettivo [16]. Alcuni studi hanno mostrato come agisca a livello recettoriale per diminuire l’effetto del THC, riducendo gli effetti negativi potenzialmente causati da quest’ultimo [17, 18].

Al contrario, il THC è il componente psicoattivo principale della cannabis. Per quanto complesso, il suo meccanismo d’azione biologico è ormai abbastanza conosciuto, agisce in entrambi recettori cannabinoidi CB1 e CB2 [19]. Quando utilizzato in maniera acuta può provocare una serie di effetti psicotici e problemi cognitivi, aumento del battito cardiaco, ansia, paranoia, problemi di giudizio, di memoria, attenzione e impulsività [20, 21, 22, 23, 24, 25]. Effetti che, in alcuni casi non sono presenti solo a breve termine dopo l’utilizzo, ma che possono rimanere a lungo termine [26, 27]. Uno studio recente, che ha analizzato dati di 11 città diverse, ha dimostrato che cannabis con livelli molto elevati di THC (<10%THC) aumenta il rischio di sviluppare disturbi psicotici (come Schizofrenia) [28]. Inoltre, l’utilizzo per periodi prolungati può provocare effetti simili a quelli delle droghe d’abuso più comuni, come tolleranza e dipendenza [29, 30]. Diversi studi hanno dimostrato che l’utilizzo ripetuto rende la droga più appetibile, più piacevole, tramite il rilascio di dopamina aumentando la propensità del consumatore ad un utilizzo ripetuto [31], anche se gli dati a riguardo sono ancora incerti. In periodi di astinenza, i consumatori abituali possono presentare irritabilità, ansia, diminuzione dell’appetito e aggressività, effetti che sono stati dimostrati essere alleviati dal ri-utilizzo del THC [32]. Come introdotto, questi effetti variano dalla dose di THC presente nel tipo di marjuana utilizzata, più alti sono i livelli di THC, più aumenta il rischio di dipendenza e di paranoia [32]. Purtroppo, anche in questo caso i dati non sono confortanti, in quanto mostrano come la marjuana venduta illegalmente abbia gradualmente aumentato i livelli di THC presenti al suo interno [33]. Alcuni studi mostrano il suo potenziale effetto terapeutico, se usata in dosi estremamente basse, in malattie come l’Alzheimer [35].

Dopo aver appreso gli effetti ben distinti del CBD e del THC, la decisione presa dall’ONU può essere compresa a pieno, pur avendo rimosso la cannabis dalla tabella IV del 1961 sugli stupefacenti, viene confermato l’uso terapeutico della cannabis, che approva e legalizza solo cannabis con livelli bassissimi di THC, ma con alti livelli di CBD. Per cui, non confondiamo la marjuana prodotta e venduta illegalmente con livelli di THC che variano tra il 7 e il 30%, contro un livello che si aggira tra il 0,2% di THC presente all’interno della cannabis terapeutica. La differenza quindi, è ancora grande, e questa recente approvazione da parte dell’ONU non deve essere vista come una completa legalizzazione della cannabis, ma come un enorme un passo avanti nel campo scientifico.


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