• Barbara Alba

Capaci trent'anni dopo, in memoria di Giovanni Falcone




23 Maggio 1992. Esattamente trent’anni fa, Giovanni Falcone moriva a Capaci per mano della mafia. Insieme a lui la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrata, e gli agenti della scorta, Antonio Montinari, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Già da settimane si susseguono eventi, pubblicazioni e celebrazioni per ricordare questa pagina così buia della nostra storia. Non sono mancate critiche nei confronti delle numerose manifestazioni organizzate per l’occasione. Alcuni vi hanno scorto una punta di ipocrisia da parte di chi lasciò solo Falcone e oggi si affretta a ricordarlo. Così Maria Falcone, sorella di Giovanni, in una recente intervista ha affermato: “Giovanni era stato osteggiato dalla magistratura. In 30 anni nessuno ha chiesto scusa per l'isolamento né a livello di magistratura né a livello di politica. Invece Giovanni ci teneva tantissimo al prestigio della magistratura e quindi non avrebbe voluto che se ne parlasse male anche se lui ne era stato la vittima.”[1]


Anche Francesca Borsellino, figlia del magistrato Paolo ucciso cinquantasette giorni dopo nella strage di via D'Amelio, ha parlato di depistaggi e convergenze di interessi tra la magistratura e la mafia, dimostrati dall’abbandono e dall’isolamento perpetrato nei confronti di Falcone e Borsellino. [2]Ripercorrendo gli eventi risalenti agli anni precedenti alla morte di Falcone, si possono ricostruire le mosse volte a screditare il suo lavoro di magistrato, che lo hanno reso un bersaglio più facile per la mafia. Da una parte il CSM negò a Falcone la guida della Procura di Palermo e in un secondo momento mise in dubbio le conclusioni derivanti dal processo, secondo cui la mafia aveva una struttura gerarchica e di comando. Dall’altra la sua nomina a Direttore degli Affari Penali del Ministero, offertagli dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli e accettata dal magistrato, indicava il chiaro intento di allontanarlo dal capoluogo siciliano. Fu proprio in quel periodo che Falcone comprese l’azione di “menti raffinatissime” che miravano ad isolarlo. Fu lasciato solo, destituito dalla magistratura e abbandonato dalla politica. Le sue indagini sempre più serrate sui rapporti tra la mafia e gli imprenditori del nord da una parte, e i continui attacchi alla magistratura, che riteneva dovesse attuare al più presto la separazione delle carriere, contribuirono ad emarginarlo.


Nel frattempo molto è cambiato. Il Codice Rocco del 1930, applicato al maxiprocesso, è stato modificato attribuendo al sistema di procedura penale un assetto accusatorio, fondato sul principio dialettico e su un giudice indipendente e imparziale, in forte contrapposizione con il precedente sistema inquisitorio. Lo stesso Falcone, già dagli anni dell’università e della tesi di laurea, aveva sottolineato l’importanza del sistema accusatorio e mise in dubbio la compatibilità del Maxi-processo con quel sistema. In un libro del 1982, "Tecniche di indagine in materia di mafia", Falcone aveva tracciato il solco di una cultura processuale di tipo garantistico, «che escludeva scorciatoie probatorie a carattere sociologico». [3] D’altronde, il garantismo e una particolare attenzione del sistema probatorio si evincono dalla descrizione, rinvenibile in testimonianze e articoli di quel periodo, per cui il magistrato tenne sempre un’attenzione particolare per l’inquisito. L’avvicinarsi del referendum sulla giustizia sarà un’occasione per riprendere le idee di Falcone, grande fautore della separazione delle carriere. La magistratura, d’altro canto, tra luci e ombre, ha rivelato le fragilità di un potere che dovrebbe per natura essere indipendente e imparziale ma spesso non lo è. Si vedano, per esempio, i recenti scandali che hanno investito il CSM e le correnti. Non si fa pertanto fatica a credere che i processi non siano riusciti a portare pienamente alla luce una serie di elementi legati ai depistaggi che hanno favorito, se non causato, l’epilogo che tutti conosciamo.


Dopo questi trent’anni la morte di Falcone è ancora ben presente davanti a noi, lontana nel tempo, ma segno di una ferita ancora da rimarginare, e per questo degna di essere ricordata. Per questo è importante ricordare Giovanni Falcone e la crucialità dell’eredità che ci ha lasciato, quella di un uomo e di un magistrato che con coraggio e dedizione ha lottato per la legalità e la vittoria dello Stato, pagando il prezzo più alto: la vita.


“Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e cambiare, c’è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi che fare”
Giovanni Falcone

Fonti:

[1] Giorgia Venturini, Maria Falcone a Fanpage.it: “Giovanni fu isolato, in trent’anni nessuno ha chiesto scusa”, Fanpage, 22 maggio 2022, https://www.fanpage.it/attualita/maria-falcone-a-fanpage-it-giovanni-fu-isolato-in-trentanni-nessuno-ha-chiesto-scusa/

[2] La Redazione, La figlia di Borsellino e le accuse choc: “Papà e Giovanni Falcone morti perché abbandonati dai colleghi”, Il Tempo, 19 maggio 2022, https://www.iltempo.it/attualita/2022/05/19/news/fiammetta-paolo-borsellino-giovanni-falcone-morte-tradimento-colleghi-giustizia-interessi-servizi-31662584/

[3] Riccardo Mazzoni, L'ipocrisia di chi oggi celebra Giovanni Falcone ma trent'anni fa lavorava per isolarlo, Il Tempo, 22 maggio, https://www.iltempo.it/personaggi/2022/05/22/news/giovanni-falcone-30-anni-morte-strage-capaci-mafia-ipocrisia-celebrazioni-isolato-giudice-31702848/