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  • Francesco Ortu

Dal RdC al MIA: il Governo rischia sulla lotta alla povertà


Nei giorni scorsi, la ministra del Lavoro Marina Calderone ha annunciato il nuovo strumento che andrà a sostituire il Reddito di Cittadinanza. Si tratta della Misura di Inclusione Attiva (MIA) che ha destato già numerose critiche per via dell’iniquità e delle criticità che presenterebbe. Prima di andare ad analizzarle a fondo il MIA, è necessario fare una importante premessa introduttiva e spiegare cosa sia il Reddito di Cittadinanza (RdC), quale sia la sua origine ed obiettivo naturale, nonché esternalità e ricadute.


Tra potenzialità e difetti

Il RdC è innanzitutto un programma di workfare. Con questo termine si indica una tipologia di Politiche Attive del Lavoro (PAL) nata nel Regno Unito e negli Stati Uniti, durante il governo inglese di Tony Blair e quello statunitense di Bill Clinton, al fine di raggiungere obiettivi occupazionali. Le PAL di questo tipo si sostanziano in un contributo che viene fornito ai beneficiari con la clausola di recarsi a cadenze regolari presso i centri per l’impiego e firmare la propria disponibilità occupazionale. Nel caso di offerta, il beneficiario ha tre strike, tre opportunità di rifiuto oltre le quali si dichiara il decadimento del beneficio. Va però evidenziata la sua natura intrinseca, espressamente punitiva nei confronti del richiedente in quanto si presuppone che il lavoro ci sia, che il mercato del lavoro funzioni benissimo ma, soprattutto, che la responsabilità della mancata occupazione debba essere fatta ricadere sui disoccupati stessi poiché troppo selettivi nella scelta dell’occupazione. I principi su cui si basa ci permettono di fare qualche considerazione critica in merito:


• L’offerta di lavoro non è geograficamente omogenea, non tutti i territori hanno le medesime possibilità occupazionali;

• Il “sistema degli strike” consentiva il dumping (ribasso) salariale a danno dei lavoratori, visto il potere di ricatto a cui le aziende potevano fare ricorso;

• L’offerta di lavoro verteva principalmente su offerte di lavoro a basso costo e basso salario.


Il RdC italiano condivide con le esperienze sopra descritte i medesimi obiettivi e il medesimo funzionamento, con delle differenze che sono riferibili all’inasprimento del Governo Draghi, il quale ha diminuito gli strike da 3 a 2 e ha modificato le condizioni che definiscono un’offerta di lavoro “congrua” (ovvero considerata adeguata agli standard) aumentando la distanza geografica a 80km e 100 minuti di percorrenza. Differenze a cui sono state aggiunte la validità delle proposte relative a contratti a tempo determinato, nonché un meccanismo definito “decalage” che comporta un taglio mensile dell’importo in seguito alla prima offerta lavorativa rifiutata.


Al netto di ciò, quali sono gli effettivi impatti che questo ha avuto? In primis consideriamo che l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese ad essere sprovvisto di un intervento di contrasto alla povertà quale il reddito minimo, già adottato da molti Paesi europei. L’esternalità positiva del RdC è stata proprio il sopperire a questa mancanza, fornendo un reddito aggiuntivo a soggetti non occupabili o situati in zone grigie del mercato del lavoro, ovvero non tutelate da alcuna previsione o da alcun ammortizzatore sociale, che difficilmente potrebbero essere competitivi nel mercato. Basti pensare a lavoratori con limitazioni fisiche o disoccupati in età avanzata ma non ancora da pensionamento. Consideriamo che l’Italia non registra solo 5,6 milioni di individui in stato di povertà, ma sta vedendo pure la diffusione dei “working poors” ovvero occupati che si trovano, nonostante il possesso di un salario, in condizioni di disagio economico o povertà. Il RdC, inoltre ha costituito una sorta di leva contrattuale verso l’alto, consentendo di innalzare il reservation wage ovvero il livello di salario più basso al quale il lavoratore è disposto ad accettare il contratto. Tale leva riguarda la possibilità di poter rifiutare un lavoro con condizioni al ribasso derivanti dall’urgente necessità di reddito, permettendo quindi di poter rifiutare e ricercare condizioni salariali e lavorative migliori.


Insomma, si potrebbe dire che in una situazione di necessità e crisi, nonché di problemi strutturali dell’economia e del mercato del lavoro, ha svolto un’egregia funzione di palliativo e di ammortizzazione sociale. Naturalmente questo non esclude la presenza di vari problemi di questa misura, che rimane perfettibile e correggibile. Si pensi in primis ai criteri di accesso, per il quale non si tiene conto unicamente dell’ISEE ma anche di criteri immobiliari e mobiliari particolarmente stringenti, soprattutto questi ultimi che, visto l’ammontare particolarmente basso richiesto, con un ammontare medio di risparmi o di rendite occasionali “statiche” (come una borsa di studio o una piccola eredità) potrebbero spingere un soggetto fuori dal beneficio. Inoltre, l’impossibilità di generare risparmio da esso, visto l’obbligatorietà di consumo, induce ad un circolo vizioso e perpetuo di povertà.


Tuttavia, nel dibattito pubblico le principali critiche rivolte allo strumento vertono sulla mancata creazione di posti di lavoro. Per decostruirle possiamo ricorrere alle condizioni strutturali dell’economia italiana, nonché ai lavori della apposita Commissione presieduta dalla sociologa Chiara Saraceno:


• la demografia delle imprese italiane vede un tessuto economico presieduto principalmente da PMI o microimprese a conduzione familiare, che non hanno il potere o la volontà di contribuire ad elevati tassi di occupazione;

• il settore terziario tendenzialmente ha preferenze per il ricorso al sommerso, dunque, la domanda di lavoro non passa per i Centri per l’Impiego (CPI) in modo da poter ammortizzare i costi;

• come sottolineato da Saraceno, la domanda di lavoro da parte delle imprese non è sufficiente per rispondere all’offerta di lavoro. Di fatto se si collocassero lavoratori in tutte le posizioni richieste dalle imprese ci sarebbe ancora un’elevata quota di disoccupati;

• il finanziamento di corsi di formazione non risponderebbe all’esigenza di una domanda di lavoro che non esiste. [1]


Oltre il RdC

Conclusi questi presupposti cosa apporta la MIA? La nuova politica prevede due linee di intervento: una per gli occupabili, con una base dell’assegno dal valore di 375€, mentre per gli inoccupabili un assegno di circa 500€. Entrambe le soluzioni saranno temporalmente limitate. La categorizzazione, secondo quanto riportato da diverse testate, sarebbe così ripartita:


• le famiglie povere senza persone occupabili, ovvero quelle dove c’è almeno un minorenne o un anziano over 60 o un disabile;

• le famiglie povere con persone occupabili, dove non ci sono queste condizioni familiari ma almeno una persona tra i 18 e i 60 anni di età


Le offerte congrue non potranno essere rifiutate in nessun caso, e inoltre si avrà un drastico taglio dei requisiti minimi per l’accesso: l’ISEE non dovrà essere superiore ai 7200€.

Appare chiaro il giro di vite da parte del Governo sulle azioni di contrasto alla povertà, decisione che in un contesto di rincari e inflazione può andare a costituire una vera e propria bomba sociale. Quali potrebbero essere le criticità di questa riforma?


• Con la MIA si ha una riduzione nettissima dell’importo, che va a colpire famiglie con già vincoli di spesa molto alti, in corrispondenza dei rincari per i beni di prima necessità;

• la mancanza di strike e la mutilata funzione di leva può portare ad un ulteriore dumping salariale, con gli stipendi in Italia che sono caratterizzati per un basso potere d’acquisto;

• permane il problema delle zone grigie per gli occupabili;

• viene tagliata una platea consistente delle famiglie in stato di povertà a causa della nuova soglia ISEE;

• potremmo assistere ad un rafforzamento del sommerso.


In conclusione, si può dire che la scelta governativa porterà con molta plausibilità al peggioramento delle condizioni economiche di molte famiglie italiane, in una condizione di crisi, senza correggere in alcun modo gli squilibri endemici del mondo del lavoro nazionale. L’impressione è quindi che si rischi di innescare una vera bomba sociale pronta ad esplodere ed investire i ceti più deboli del Paese.


Fonti:

[1] Relazione del Comitato Scientifico per la valutazione del Reddito di


Fonti bibliografiche:

Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, Chiara Saraceno, Feltrinelli, 2015.


Fonte immagine di copertina: Fattoquotidiano.it



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