• Lorenzo Pucci

Dare voce a chi non ha una voce


Ibrahima, per gli amici Ibra, è un ragazzo di 21 anni che collabora con la ONG Mediterranea da diverso tempo, e qualche settimana fa abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con lui.

La timidezza è durata due secondi netti e abbiamo parlato di un sacco di cose: politica, attivismo, scuola e anche del suo libro. Perché Ibra, nonostante la giovane età, ha già all’attivo una pubblicazione dal titolo Pane e Acqua. Un racconto autobiografico che ripercorre il lungo viaggio compiuto per arrivare in quella che più volte durante il corso della conferenza ha definito come la sua nuova casa: l’Italia.


Ibra è partito da Mbacky, una grande città nel cuore del Senegal, quando aveva 16 anni. Dopo aver perso i suoi genitori, il suo migliore amico Mouhammed gli diede un consiglio che gli cambiò la vita. La sua vita era di fronte a un bivio: riprendere la scuola, da cui si era allontanato per un anno, o iniziare a lavorare. [1] Mouhammed, vista l’indecisione di Ibra sul suo futuro, gli consigliò di lasciare il Paese per andare in Italia. Lui conosceva delle persone che erano riuscite nel viaggio attraverso la Libia e, inoltre, in un altro Paese avrebbe potuto sicuramente continuare a studiare.


Tutti descrivevano il viaggio come un qualcosa di semplice, di poco pericoloso. La realtà però è ben diversa e Ibra l’ha vissuto sulla sua pelle. Un viaggio duro e pericoloso, dove non si affrontano solo le frontiere di diversi Paesi ma anche, come nel suo caso, l’attraversamento di un deserto sterminato con pochissima acqua e cibo.


La tappa finale si chiama Libia, paese giudicato dall’Unione Europea come porto sicuro ma che in realtà è dove la maggior parte dei migranti rischia la vita. Ibra, come tanti, è stato fatto prigioniero in uno degli ormai noti lagher in cui vengono tenuti prigionieri i migranti che cercano di attraversare il mare per raggiungere le coste europee. È in queste prigioni che molto spesso chi vorrebbe attraversare il Mediterraneo viene torturato e a volte perde la vita. [2]

Ibra ha raccontato che il titolo del libro nasce da quello che durante il periodo di prigionia è stato il suo pasto: un pezzo di pane e dell’acqua.

Una volta arrivati in Libia, con i miei compagni di viaggio pensavamo di essere fortunati perché lì avremmo potuto camminare liberi, mangiare, bere e dormire. Invece ci hanno fatto subito prigionieri ed eravamo senza via d’uscita”.

È stato picchiato, ha visto amici morire. Eppure Ibra rientra in quel ristretto gruppo di persone che sono riuscite a fuggire da quella prigione e ad attraversare il mare per raggiungere un nuovo Paese.


La sua è una storia dura, una di quelle che difficilmente lascia indifferenti. La prima persona che ha chiamato in Italia è stata una sua zia, a cui parlando del viaggio ha detto “Zia ero uno schiavo come i miei bisnonni”. Questo non è bastato a fermare i pregiudizi della gente, quel razzismo che negli ultimi anni sta crescendo in tutto il Paese a causa delle posizioni di certi leader politici. Ibra però non solo non si è arreso, ma ha anche iniziato a costruire una sua strada qui in Italia: è diventato un attivista in diverse realtà associative sia locali che nazionali, ma soprattutto all'interno di Mediterranea.


E poi è arrivato questo libro, strettamente collegato con quella che un giorno vorrebbe che diventasse la sua professione. Perché Ibra vorrebbe diventare un giornalista come Pape Alé Niang, cronista senegalese che lotta per i diritti umani. [3] Nel suo sogno c’è una necessità personale di “dare una voce a chi non ha voce”: a tutte quelle persone che prima, durante e dopo di lui hanno intrapreso il viaggio, che non hanno avuto la sua stessa fortuna e sono morte durante la traversata o all’interno dei lagher libici. Anche se quando ha iniziato a scrivere il libro provava un forte dolore dentro di sé, perché “nel momento in cui scrivi hai un dolore che butti fuori, è un qualcosa che ricordi di nuovo e questo mi faceva piangere, ma allo stesso tempo dovevo andare avanti”.


Quando si parla di migranti siamo ormai abituati a ragionare in termini tecnici: si sente spesso parlare di flussi migratori, permessi di soggiorno, processi mediatici. Nel mezzo però ci sono loro, quelli che arrivano, con le loro storie più o meno simili ma accomunate tutte da un unico fattore: un viaggio lungo e doloroso compiuto per sopravvivere.


Fonti: [1] Ibrahima Lo, Pane e Acqua, Villaggio Maori Edizioni, 2020, p. 14 [2] Lorenzo Pucci, Italia e Guardia Costiera Libica: un’occasione sprecata, Toc Toc Sardegna, 16 agosto 2021, https://www.toctocsardegna.org/post/italia-e-guardia-costiera-libica-un-occasione-sprecata [3] Ibrahima Lo, Pane e Acqua, Villaggio Maori Edizioni, 2020, p. 87


Foto copertina: Ibrahima Lo

(Fonte: TocToc Sardegna/Victoria Atzori)