• Nicola Baita

Draghi è la speranza europea


Questa è la settimana dell'Europa nel mese della crisi dell'Italia.


L’insediamento dei ministeri ha vissuto delle vicende piratesche cosicché Mario Draghi sarebbe potuto benissimo apparire in aula armato di uncino. Rimarrebbe originale la sostituzione del Social Media Manager con un pappagallo di medie dimensioni, educato per aggrapparsi alla sua spalla, per un uomo che, allo stato attuale, non presenta ancora un profilo Twitter. Si presume che il ritardo sia stato determinato da complicazioni in seguito allo sbarco della nave. Il tutto, per fortuna penseremmo noi, è passato inosservato anche grazie al fatto che, di immigrazione, non si parla più e le coste italiane sembrano ormai comparire nei nostri discorsi solo in memoria dei bei momenti in cui si cercava di prenotare la propria cabina in plexiglas presso il lido più vicino.


Draghi passa direttamente dall’essere uno dei tanti professoroni al nostro primo ministro senza transitare dal via, mettendo da parte elezioni e annessa campagna elettorale, sempre che questa sia mai stata effettivamente interrotta dal 1861.

Resta uno slot libero, utilizzabile a propria scelta da parte di Draghi. Il profilo Twitter farebbe comodo a qualche vecchio personaggio della politica che, tra un’accusa di impeachment e l’altra, ancora cerca il proprio telefono, magari dimenticato nel cassetto della verdura del frigo.


Nel mio immaginario, che credo corrisponda anche a quello comune, Draghi è un’entità priva di viso e corpo, ma porta con sé l’aria dell’italiano che ce l’ha fatta in Europa. L’uomo che, innanzitutto, nelle sedi europee si presenta. Fattore non banale davanti a chi vanta più timbri nella carta punti della sagra della polenta piuttosto che presso quello che dovrebbe essere il suo posto di lavoro. È tutto un po’ futile qua, “un giorno magari passo, dai” rivolgendovi al vostro amico che vi propone l’iscrizione in palestra il 1° settembre. Con tutto il rispetto per la polenta, ovviamente. Ve lo dice uno che, piuttosto che fare lo spelling del proprio nome, preferisce identificarsi come “si, esatto… come le case di montagna”.


E così, a suon di presenze, Draghi si è guadagnato fin da subito il rispetto dei suoi colleghi. Le aspettative di partenza erano parecchio basse, nonostante una carta d’identità che porta con sé eredi di primo piano, ovvero italiani che, in Europa, hanno lottato per permetterci ora di parlarne.

La sua credibilità ha saputo trascinarci in questo lungo viaggio, che parte da Knivskjelloddenen e arriva fino a Gavdos, ricreando un sentimento comune di appartenenza identitaria che guarda oltre le sponde del Mediterraneo e le catene delle Alpi, abbracciando quel blu di casa che solo l’Europa sa trasmettere.


Il suo insediamento resta paragonabile ad un nuovo rinascimento, anche quando, dall’altra sponda della nostra cultura, l’uomo della crisi gettava le basi della nuova civiltà, formando sotto sé un tappeto di carta in fibre di cotone, meglio note come banconote.

Eppure, lo stupore mediatico pervenuto dalla nomina di un nuovo volto comune a cui affidare le nostre speranze, ha riacceso un sentimento europeo in controtendenza rispetto alla retorica aggressiva per anni alimentata da un generale scetticismo.

Il sogno europeo non è mai decollato, e probabilmente non vi è ancora intenzione di farlo partire. Il progetto di unificazione, ancorato ai valori di coesione e cooperazione, porta in evidenza ancora i suoi tratti più cupi, i cui effetti risaltano nelle scelte popolari dei suoi Stati membri.


L’Europa diviene una convenienza in termini di interessi, a cui però non si intende ancora cedere parte di se stessi in nome di un bene comune. Resta da domandarsi quale paese potrebbe meglio accogliere questo status se non quello dove, in nome di un personale guadagno, si è disposti ad abbandonare la propria etica.

Perché diciamocelo, se l’Europa fosse un grande centro delle poste, affibbiandole pure l’amaro compito di rappresentare il nostro sistema di spedizioni a discapito del tempismo svizzero, potremmo identificare ciascun cliente con una bandiera. Presupponiamo l’orario di apertura per le 7, e per assurdo che questo coincida con l’inizio dell’operatività. La Svizzera immaginiamola come una donna con addosso un tailleur di Versace e un cappotto beige. Sarebbe arrivata alle 6.50 per cercare parcheggio e pagare il biglietto. Dopo lei la Germania, una signora ormai prossima alla pensione agli occhi di chiunque, ma con ancora davanti a sé una lunga vita fatta di birre alla spina nel weekend e precisione nel resto della settimana, avrebbe prenotato anticipatamente il proprio posto con un ticket online, efficiente ed efficace. Per quanto meno preparata, la Francia, una ragazza ancora e sempre acerba, ma con la passione per l’arte e il vino rosato nei bicchieri di plastica, farebbe valere i suoi diritti di ingresso non solo in quanto parte del gruppo poste, ma perché basterebbero tre parole per organizzare una manifestazione sindacale interrompendone il servizio fino a data da destinarsi. È qui che entra in gioco l’Italia che, dall’alto della sua volatilità, avrebbe davanti a sé due possibili scenari. Il primo, volto a dare manforte all’attraente donna e alla signora precisa che, mentre viene deciso il da farsi, osserva con apprensione l’orologio in vista dei prossimi impegni. Ovviamente, il secondo non potrebbe che essere in totale discordanza rispetto a questo, legandosi con i rivoltosi il tanto giusto da poter appendere la medaglia al valore in caso di vincita, ma subito pronti a denigrarla in caso di sconfitta.

L’Italia non trova posizione, oppure è abile nel cambiarla, ognuno segua i suoi giudizi. Resta il fatto che un sentimento europeo non si è ancora sviluppato, seppur Draghi abbia inevitabilmente aperto un portone con appeso un quadro raffigurante l’immagine di un Paese più propenso a seguire le dodici stelle dorate.


L’Europa rimane un punto a cui aspirare e da cui abbiamo ancora tanto da imparare. Imparare costa, in termini di tempo ed energie. C'è chi lo fa a proprie spese, se veramente da ogni errore fossimo in grado di apprendere. Forse in questo caso non esisterebbe la storia e il passato sarebbe veramente un programma scolastico.

L'Europa è la storia perché è storica, mantenendo sempre un fascino di freschezza, nei paesi più vigili e disciplinati, accompagnato da un caldo umido di spensieratezza e svago nel sud. L'equilibrio è sempre stato nel mezzo, con un occhio rivolto al cielo e un cuore che si è disteso lungo la terra. Al portafoglio non sono mai mancate cuciture raffinate, realizzate da qualche ottimo artigiano, laddove la pelle è stata commercializzata in cambio di venti schiavi e un appezzamento di terra nel mondo dell'ominazione. I suoi confini sono stati costruiti con il sudore, il sangue e i calli di uomini che non hanno mai avuto la possibilità di viverla. Questi sono stati dimenticati in qualche remoto ricordo che ha smesso di citarli in causa per i propri interessi.


L'Europa è dove futuro e passato si incontrano, anche se sempre più spesso il tramonto, lungo le sue cime più alte, inizia a sorgere una vetta prima. Così una bella nevicata sarà da stimolo per qualche turista nell'avventurarsi in una lunga discesa fino a valle.

Un continente senza obiettivi, in contrasto rispetto al sogno americano o la vendetta cinese, in nome di un futuro da cui si sente derubata.

Europei, abili nell'impossessarsi ma restii a spartire. Terra di democrazia e diritti, da cui sono passati alcuni tra i più grandi massacri della storia. Facce della stessa medaglia che si animano tra loro alla luce delle belle giornate di estate, dove il sole scalda le spiagge di Mykonos e le catene montuose dei Monti Scandinavi.

Un continente sempre più senza parte, dove il nazionalismo trova carta bianca nella terra che dovrebbe essere dell'europeismo. A farne le sue veci, nei grandi festeggiamenti e nei suoi momenti più cupi, sono sempre volontari che offrono se stessi agli occhi della platea. Lo sguardo però rimane disorientato, non riuscendo a comprende quale sia effettivamente il palco verso cui guardare, se quello di fronte a sé o quello che rimane ancora nascosto dietro. Privi di un parlamento che possa rappresentare, solo percepito in una posizione di comando, ma che spesso non fa altro che rispecchiare gli interessi degli esponenti che ne fanno parte, nazionalisti sicuramente, non solo di principio, ma per forza.


Può darsi che le figure maggiormente europeiste, specialmente in un momento di crisi come questo, diventino un monito guardando al futuro. La nomina di Draghi rimane occasionale, lo avverte tanto il Paese quanto chi crede fortemente in questa soluzione. La possibilità è stata offerta, anche se ricade nelle mani di chi deve ancora cambiare il proprio guardaroba tra felpe anti-tutto e mascherine da 50 stelle. Le scintille rimangono scintille se la legna è ancora bagnata dalla notte prima.