• Lorenzo Pucci

E se Twitter avesse fatto bene? Brandeburg v. Ohio e la libertà di parola


I fatti di Capitol Hill del 6 gennaio e il conseguente ban nei confronti dell’account personale del Presidente Trump hanno scatenato una discussione molto profonda sulla possibilità che hanno i social di poter “censurare” i politici.


La cancelliera tedesca Angela Merkel ha espresso preoccupazione nei confronti di questo meccanismo di silenziamento e ha fatto partire una discussione globale sulla necessità di una regolamentazione dei social network da parte degli Stati nazionali. A questa dichiarazione sì è aggiunta anche quella dell’attivista russo Alexey Navalny e quella del ministro delle finanze francese Bruno le Maire. Quest’ultimo in particolare ha parlato della necessità di non lasciare solo alle aziende tech la possibilità di gestire i regolamenti delle varie arene social.[1]

Il dibattito è molto interessante e non è scontato che la situazione rimanga immutata vista la lunga battaglia che da anni gli Stati combattono su più fronti contro i colossi del mondo tech, ma credo che l’affaire Trump necessiti di essere visto da un'altra angolazione e per fare questo è necessario fare la conoscenza della sentenza Brandeburg v. Ohio del 1969.


La Brandeburg v. Ohio è una sentenza che nell’ordinamento giuridico americano è nota come "landmark decision", ovvero una sentenza che è diventata un punto di riferimento per i giudici statali e federali. Per capirci meglio nelle landmark decisions rientra la famosa Roe v. Wade del 1973, la sentenza che ha permesso alle donne americane di avere una libera scelta sull’aborto eliminando di fatto le eccessive restrizioni governative fissate in precedenza.

Tornando alla Brandeburg v. Ohio, si tratta di una sentenza che riguarda il primo emendamento della costituzione americana. Nel 1964 Clarence Brandeburg, un capo gruppo del Ku Klux Klan dell’area rurale dell’Ohio, tramite il supporto di un cameraman di una emittente televisiva locale, ha ripreso una manifestazione del suo gruppo nella quale sono stati fatti discorsi violenti e fortemente discriminatori nei confronti di afroamericani ed ebrei. Brandeburg è stato accusato di Criminal Syndacalism, ovvero il reato che comprende un insieme di comportamenti violenti condotti a supporto di ideologie politiche.

La battaglia legale tra il signor Brandeburg e lo stato dell’Ohio si è spinta fino alla corte suprema la quale invece, ha ribaltato il giudizio espresso dai tribunali statali. Per la Corte Suprema ,infatti, non si possono punire le opinioni espresse in modo legale. In poche parole, il signor Brandeburg, per quanto stesse supportando quello che gli uomini del Ku Klux Klan stavano dicendo, non ha istigato quelle persone a compiere quel gesto e pertanto non è considerabile come colpevole di Criminal Syndacalism.

Questa sentenza non va a punire le idee ma va a punire quei comportamenti che supportano direttamente determinate condotte criminali, condotte che possono mettere a repentaglio le persone e le proprietà statali.


E questo come si ricollega ai nostri giorni?

Qualche giorno prima dell’assalto al Campidoglio, Trump scrisse su Twitter di questa protesta. Anzi lui era consapevole del fatto che migliaia di suoi supporters sarebbero accorsi da tutta l’America uniti dallo slogan “Stop the steal” (fermate il furto). E non solo, ne era consapevole anche il suo consigliere per la sicurezza nazionale Micheal Flynn che ha affermato “Il paese finalmente si sta svegliando”.[2] Inoltre, durante la giornata delle proteste non solo ha dato una risposta tardiva ma in un certo senso ha anche giustificato le azioni dei manifestanti parlando di “eventi che capitano quando vengono rubate le elezioni”.[3]


Ed è qui che i social hanno iniziato a tremare. Quanto accaduto a Washington il 6 gennaio è sotto oggetto di indagini da parte dell’F.B.I e lo stesso Congresso in queste ore sta iniziando a muoversi per un impeachment lampo con il benestare di membri di entrambi i partiti e questo lo sappiamo dal 6 gennaio vista la pioggia di critiche che è arrivata nei confronti del presidente anche da esponenti del suo partito.[4] E se Twitter avesse deciso di oscurare i canali personali del presidente per non rischiare un coinvolgimento legale? Magari sotto consiglio dei legali l’azienda ha deciso di oscurare il profilo per non rischiare di essere accusata di aver lasciato postare al presidente svariati post contro il risultato elettorale. La piattaforma in questione ha provato a limitare l’azione di Trump senza mai cancellare nulla dal suo profilo, arrivando a mettere un disclaimer ogni qualvolta scrivesse falsità.[5]

Oltre a questo, al momento dell’iscrizione ogni utente accetta il regolamento della piattaforma che dà potere alla stessa di poter silenziare i profili degli utenti che promuovono comportamenti violenti tramite i loro post.[6]

[1]https://www.ft.com/content/6146b352-6b40-48ef-b10b-a34ad585b91a [2]ttps://www.startribune.com/hundreds-of-trump-supporters-flock-to-dc-ahead-of-vote/600007022/ [3]https://www.foxnews.com/politics/trump-tells-protesters-to-go-home-maintaining-that-the-election-was-stolen-amid-violence-at-the-capitol [4]https://www.cbsnews.com/news/adam-kinzinger-gop-congressman-trump-25th-amendment/ [5]https://www.bbc.com/news/technology-52815552 [6]https://help.twitter.com/it/rules-and-policies/twitter-rules