• Matteo Monaci

Franklin D. Roosevelt: i giorni della speranza

Lasciate che io riaffermi la mia ferma convinzione che la sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa” - Franklin D. Roosevelt

Esattamente novant’anni fa Franklin Delano Roosevelt, sostenuto dal Partito Democratico, veniva eletto per la prima volta presidente degli Stati Uniti d’America, ottenendo una vittoria schiacciante sul suo avversario repubblicano, nonché presidente uscente, Herbert Hoover in occasione delle elezioni presidenziali tenutesi l’8 novembre 1932. Sarebbe stato il primo dei suoi quattro mandati da presidente degli Stati Uniti, unico caso nella Storia del paese in cui fu superato il numero di due mandati. Lo attendeva un’impresa non semplice: risollevare la nazione dalla terribile crisi economica che si era abbattuta su di essa nel 1929, svelando le debolezze di un sistema economico fondato su politiche liberiste e inique. Ma chi fu davvero l’uomo destinato a cambiare per sempre le sorti dell’America e del mondo, lasciando un segno indelebile nella Storia dell’umanità?


Nato nel 1882 da una famiglia appartenente alla ricca borghesia newyorkese, si laureò in giurisprudenza nel 1908 presso la Columbia University, divenendo presto avvocato presso un prestigioso studio legale di Wall Street. Eletto nel 1910 senatore dello Stato di New York nelle fila del Partito Democratico, nel 1913 fu scelto dal presidente Woodrow Wilson per ricoprire la carica di viceministro della Marina. Nel 1928 fu eletto governatore dello Stato di New York alla vigilia della crisi del ‘29, che egli seppe coraggiosamente fronteggiare promuovendo provvedimenti legislativi a sostegno dei disoccupati, sgravi fiscali agli agricoltori e riduzioni alle tariffe sui servizi pubblici. In questo modo egli salvò dalla povertà il 10 per cento delle famiglie newyorkesi e fu premiato dai cittadini con la rielezione a governatore nel 1930.


La sua vita fu duramente segnata dalla grave malattia che lo colpì nel 1921 all’età di 39 anni: una forma di poliomielite che ne causò la paralisi quasi completa degli arti inferiori, costringendolo a muoversi in sedia a rotelle, sebbene in pubblico egli cercasse di nascondere la propria disabilità camminando con l’ausilio di tutori metallici e aiutandosi con un bastone da passeggio. In occasione delle elezioni presidenziali del 1932 fondò l’intera campagna elettorale sulla promessa di un “New Deal”, un nuovo corso destinato a sconfiggere gli effetti della crisi economica che dilaniava il Paese che Roosevelt avrebbe saputo presto mettere in atto una volta divenuto presidente. Pochi giorni prima del suo insediamento, un anarchico di origini italiane, Giuseppe Zangara, tentò invano di assassinarlo in occasione di un comizio improvvisato, ma Roosevelt uscì fortunatamente illeso dall’attentato, mentre a morire fu l’allora sindaco di Chicago Anton Cermak. E’ inquietante immaginare quale piega avrebbe assunto la Storia se l’attentato fosse andato a buon fine (a questo interrogativo ha tentato di dare risposta il celebre scrittore Philip Dick nel suo romanzo ucronico intitolato “La svastica sul sole”). Tuttavia per fortuna così non fu e Roosevelt sopravvisse e cambiò per sempre la Storia.


Al momento del suo insediamento il Paese versava in una situazione tragica: un quarto dei cittadini abili al lavoro era disoccupato, i prezzi agricoli erano scesi al minimo riducendo i contadini in miseria, la produzione industriale era scesa più della metà rispetto al 1929, due milioni di persone erano senza casa e in tutti gli stati era stata dichiarata la chiusura a tempo indefinito delle banche nel tentativo di arginare l’ondata di fallimenti. Roosevelt rispose alla grave crisi promuovendo come primo atto l’Emergency Bank Relief Act, con il quale pose tutte le banche sotto il diretto controllo federale, stabilendo che potessero riaprire solo quelle giudicate solvibili. Nei suoi celebri discorsi, passati alla Storia con il nome di “chiacchiere al caminetto”, il presidente statunitense seppe infondere coraggio ai cittadini americani illustrando loro, con un linguaggio semplice, le cause della crisi, invitandoli ad avere fiducia nel nuovo corso e a depositare nuovamente i loro risparmi presso le banche. Con l’Economy Act tagliò le pensioni dei giudici della Corte Suprema e le indennità dei parlamentari, considerate eccessivamente alte, e riordinò la pubblica amministrazione, tagliandone gli sprechi e rendendola più efficiente, mentre con l’Agricultural Adjustment Act furono forniti sussidi agli agricoltori che si impegnavano a coltivare meno terre e a cedere parte del bestiame al governo, che distribuiva la carne prodotta alle famiglie più povere. L’effetto fu straordinario: nel giro di due anni il reddito nazionale agricolo raddoppiò. Con l’istituzione del Civilian Conservation Corps e della Civil Works Administration diede a lavoro a sette milioni di disoccupati, impegnati a piantare tre milioni di alberi e a realizzare importanti opere pubbliche, tra cui più di ottocento parchi nazionali. Fu inoltre vietato il possesso di una quantità di oro superiore ai 100 dollari, che doveva essere consegnata al governo in cambio di un indennizzo, al fine di svalutare la moneta e favorire la crescita dei prezzi. Fu inoltre istituita la Tennesse Valley Authority, che attraverso la realizzazione di centrali idroelettriche consentiva di fornire energia a basso costi ai vari stati.


Nel 1935 con il suo secondo “New Deal” Roosevelt introdusse una prima forma di stato sociale negli USA. Fece istituire un sistema di previdenza sociale in materia di vecchiaia e disoccupazione, aumentò le imposte sui redditi eccessivamente elevati e sui grandi profitti, favorì la contrattazione collettiva, estese il ruolo federale nelle relazioni industriali e regolamentò l’orario massimo di lavoro e i salari. In politica estera ritirò le truppe da Haiti e rinunciò al protettorato su Cuba e Panama. Riconobbe inoltre l’Unione Sovietica. Rieletto per altri tre mandati, nonostante l’avversione nei suoi confronti da parte dell’alta finanza, dei giudici della Corte Suprema e perfino degli esponenti conservatori del suo stesso partito, che ne contestavano le politiche economiche interventiste a sostegno delle fasce più deboli della popolazione, Roosevelt si ritrovò a guidare l’entrata in guerra degli USA nel secondo conflitto mondiale, avvenuta l’8 dicembre 1941, in seguito all’attacco a sorpresa del Giappone a Pearl Harbor. Partecipò nel 1943 alla Conferenza di Teheran assieme a Churchill e Stalin e in quell’occasione i nazisti tentarono di rapirlo, ma fallirono grazie all’intervento dei servizi segreti sovietici. Nel 1945, a pochi mesi dalla morte, assieme a Churchill e Stalin contribuì, in occasione della Conferenza di Yalta, a disegnare il nuovo assetto politico internazionale post-bellico.


Nel corso della guerra continuò a infondere coraggio agli statunitensi attraverso i suoi celebri discorsi alla radio. Lo attendeva tuttavia un’ultima battaglia, l’unica che non riuscì a vincere: quello contro la malattia che lo affliggeva. Morì il 12 aprile 1945 a pochi giorni dalla fine della guerra, all’età di soli 63 anni. Ma il suo ricordo vive ancora in chi crede in un modello diverso di sviluppo, in uno Stato capace di intervenire nell’economia, combattendo le ingiustizie e sostenendo le fasce più deboli e favorendo la crescita. Le sue parole riecheggiano ancora dallo specchio opaco della Storia.


La libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita di un potere privato così che la sua forza superi quella dello Stato e se il suo sistema economico non distribuisce beni in modo da sostenere un modello di vita accettabile”

Fonti:

[1] Roosevelt Franklin Delano, Enciclopedia Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/franklin-delano-roosevelt

[2] Frankiln D. Roosevelt, Wikipedia, https://en.wikipedia.org/wiki/Franklin_D._Roosevelt

[3] Sabbatucci G., Vidotto V., Storia contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, Laterza, Ed.3, 2019