top of page
  • Giulio Ardenghi

Giovani fuoriclasse: la meritocrazia è ancora sotto controllo?


Il concetto di meritocrazia è molto spesso presente nelle nostre discussioni. Ad esempio, invochiamo questo principio quando ci lamentiamo di persone poco preparate che vengono assunte al posto di candidati più capaci, o di politici anziani che sbarrano la strada della carriera istituzionale a giovani dinamici e laboriosi, o ancora di studenti figli di papà che superano l’esame con 30 quando i loro colleghi vengono bocciati o passano con un 18 stiracchiato anche se hanno trascorso tutta la notte prima sui libri.

Il punto fondamentale è sempre quello: ci sono persone che meriterebbero qualcosa ma non l’ottengono perché qualcun altro raggiunge quell’obiettivo al posto loro anche se non se lo merita affatto. Urge dunque un cambio di paradigma, che finalmente permetta a chi si impegna di conseguire risultati e impedirà ai raccomandati e ai fannulloni di approfittarsi della fatica altrui. È questo che intendiamo quando parliamo di meritocrazia.


D’altra parte, è difficile negare che una retorica basata sul merito e sulla competizione sia del tutto priva di rischi. In questa visione, una persona viene ridotta al mero risultato che è capace di ottenere, e valutata a seconda di quanto questo risultato sia migliore o peggiore di quelli che ottengono gli altri. Non è a caso che lo stesso termine meritocrazia fu in origine coniato con connotazioni decisamente negative da Michael Young, un autore britannico che, nel 1958, scriveva il suo romanzo distopico The rise of Meritocracy. A tal proposito, la giornalista norvegese Ellen Engelstad nota che il libro di Young ha un’impostazione molto simile a quella di 1984 di George Orwell, e che entrambe le opere hanno introdotto alcuni termini nel linguaggio comune. Ma se, nel caso di 1984, espressioni come “Grande Fratello” mantengono una connotazione negativa, lo stesso non si può dire della parola “meritocrazia”. [1] Nonostante l’opera di Young, la meritocrazia diventa un ideale sia per i conservatori che per i progressisti: una società egualitaria e liberale deve fare in modo di fornire pari opportunità per tutti, di modo che chi lavora più sodo e chi ha più talento possa accedere a posizioni dominanti in modo da guidare la società stessa nel miglior modo possibile.


Facendo un salto temporale dai tempi di Young ai giorni nostri, la competizione continua a essere un fiume in piena. Uno degli ambiti in cui questo è specialmente vero è quello dell’istruzione. Certo, in TV o nei social network in molti ci ripeteranno che la scuola non è una gara, che ciascuno ha i suoi tempi di apprendimento, che una persona è molto più che i suoi voti in pagella. Ma quanto valore hanno queste affermazioni se poi veniamo bombardati mediaticamente da storie di studenti che si laureano in anticipo perché non perdono tempo a dormire, o che hanno mezza dozzina di lauree anche se hanno a malapena superato i 25 anni? Ci viene detto poco del background e di tutte le variabili che hanno portato questi ragazzi a ottenere risultati simili in così poco tempo: se ci sono riusciti è solo perché si sono impegnati, ed evidentemente chi fatica a concludere un percorso di studi (o deve lavorare per mantenersi, o ha altri problemi che non ci devono interessare) non è che un bamboccione pigro e viziato.


Il discorso non cambia molto se si passa dal campo della scuola a quello degli affari. Ogni anno Forbes ci fa sapere chi sono i 30 under 30 che stanno cambiando il mondo, e circolano storie inventate su quanto Jeff Bezos, Elon Musk o Mark Zuckerberg fossero poveri in canna prima di prendere in mano la loro vita e diventare plurimiliardari. Ci rendiamo conto che in Italia storie del genere sarebbero ancora meno credibili, ma non mancano personaggi del mondo dello spettacolo nostrano che fanno apologetica dello sfruttamento usando la retorica della gavetta.


Questo discorso non intende essere una giustificazione di pratiche come la corruzione, il clientelismo e la raccomandazione: è chiaro che un sistema equo premia l’impegno e l’onestà. Non si vuole nemmeno dire che tutte le personalità di successo abbiano “fatto il botto” grazie a manovre poco pulite: ci saranno sempre quelli molto talentuosi e quelli molto fortunati. Ma a questo punto occorre porsi una domanda: i discorsi sulla meritocrazia hanno spazzato via la corruzione? Abbiamo deciso di arrampicarci sulla scala sociale grazie alle nostre sole forze o chiediamo ancora un aiutino al nostro zio influente? Quando leggiamo che, nel 2015, l’88,9% di chi cercava lavoro ha chiesto aiuto ad amici e parenti per raggiungere tale obiettivo, la risposta appare evidente. [2]

Fonti:

[1] E. Engelstad, Against meritocracy, Jacobin Magazine, 23 aprile 2021, https://jacobin.com/2021/04/rise-of-the-meritocracy-michael-young

[2] Redazione, Istat: l’Italia è il Paese delle raccomandazioni, Borsa italiana, 18 settembre 2015, https://www.borsaitaliana.it/notizie


Fonte immagine di copertina: Yale insight -Yale university

bottom of page