• Lorenzo Pucci e Victoria Atzori

Gioventù manganellata

Quattro persone al giorno, una strage silenziosa che non guarda in faccia a nessuno, che colpisce indiscriminatamente uomini e donne. Vittime che non destano l'interesse della stampa, ma quando capita sembra quasi che sia più importante cercare il pathos nel racconto che denunciare ciò che accade.

Nel frattempo, c'è un altro silenzio assordante e ingiustificabile: quello delle istituzioni, che negli ultimi anni non hanno saputo affrontare la situazione. La dimostrazione pratica la troviamo nei fatti degli ultimi giorni, riguardanti la morte di Lorenzo Parelli.

Lorenzo era un ragazzo di 18 anni che frequentava il Centro di Formazione Professionale dell’istituto salesiano Bearzi di Udine, istituto che prevede anche un periodo di tirocinio gratuito in azienda. Il 21 gennaio scorso presso l’azienda Burimec di Lauzacco, una frazione del comune di Udine, Lorenzo è morto sul colpo schiacciato da una putrella, in quello che doveva essere il suo ultimo giorno di stage.

Una tragedia evitabile che ha fatto scoppiare la rabbia degli studenti che in diverse città italiane si sono riuniti in protesta per commemorare il giovane deceduto e protestare contro il sistema scolastico odierno. Uno degli slogan più comuni è stato “Non si può morire di scuola”, ripetuto nelle piazze e nei comunicati delle associazioni studentesche[1].


E con il ritorno alla ribalta del dibattito sull’alternanza scuola-lavoro, è tornato anche quello sulla brutalità della polizia, protagonista di azioni in cui in tanti hanno intravisto un abuso di potere.

A Torino, Milano, Roma e Napoli la polizia ha caricato studenti, anche minorenni, causando decine di feriti e spostando il dibattito su quelle riforme della Polizia che da anni vengono richieste a gran voce e delle quali abbiamo parlato in un precedente articolo. Nei social, per diversi giorni, sono passate immagini e video della polizia intenta a caricare gli studenti o di ragazzi e ragazze, spesso minorenni, con ferite sanguinanti. Tutto accaduto nel silenzio generale, con le telecamere di tutti i media rivolte a Roma per seguire le elezioni del Presidente della Repubblica. È stato proprio il Presidente Mattarella a richiamare la vicenda all’attenzione dei parlamentari durante il suo discorso di insediamento incentrato sulla dignità, chiedendo alle camere di mettersi al lavoro affinché una tragedia come quella occorsa a Udine non ricapiti più. È stato affrontato anche il tema delle morti bianche, che per quanto statisticamente siano in diminuzione (complici anche le restrizioni dovute alla pandemia), rappresentano una ferita per la società in cui la sicurezza sul lavoro riguarda anche il valore che viene dato alla vita dei lavoratori.


Il 26 ottobre scorso il Presidente del Consiglio Draghi, in visita a una scuola superiore, ha fatto un discorso che per molti analisti rappresenta una sorta di agenda politica del governo: “A voi giovani spetta il compito di trasformare l’Italia. Il nostro compito è mettervi nelle condizioni di farlo al meglio. Il vostro è cominciare a immaginare il Paese in cui vorrete vivere. Preparatevi a costruirlo, con passione, determinazione e – perché no – un pizzico di incoscienza" [2]. Parole che incarnano gli obiettivi del PNRR. Il Paese però nei fatti ha preso una direzione opposta. Manca l’ascolto, specie se l’unica risposta che le istituzioni riescono a dare a dei ragazzi sconvolti per la morte ingiusta di un loro coetaneo sono il silenzio e i manganelli.

Agenti che possono e continuano ad agire impuniti anche grazie a un sistema che, nonostante l’evoluzione delle leggi nel corso dei decenni, protegge e non punisce gli abusi di potere. L’esempio delle bodycam, le telecamere che riprendono gli agenti in azione e utili a documentare la dinamica degli eventi, illustra al meglio la situazione. Introdotte solo qualche giorno prima delle manifestazioni, ma con una disponibilità bassa (700 alla polizia e 300 ai carabinieri su base nazionale), le bodycam sono utilizzabili a discrezione degli agenti [3]. Il mancato utilizzo di questo strumento sta rendendo difficile la ricostruzione dei fatti, anche se le video testimonianze sui social sono tante e smentiscono quanto dichiarato nei giorni scorsi dalla questura di Torino [4], che ha definito le cariche come di “alleggerimento”. Quanto accaduto ha le sembianze di un pericoloso cortocircuito che dà vita a un comportamento incoerente da parte delle istituzioni: da una parte si legifera per rendere i corpi di polizia adeguati anche alle richieste della cittadinanza, ma allo stesso tempo le riforme vengono soffocate da regolamenti interni che ne limitano il potenziale. Gli episodi nelle proteste degli studenti sono inoltre uno spot a favore dei codici identificativi, che renderebbero molto più facile il riconoscimento degli agenti responsabili delle violenze. Questi ragazzi hanno deciso di scendere nuovamente in piazza nei giorni successivi alle cariche, ma questa volta non erano soli.


Amnesty International, dopo aver constatato l’uso eccessivo della forza alla manifestazione di Torino, ha deciso di inviare degli osservatori per monitorare l’operato delle forze dell’ordine [5]. La politica è arrivata troppo tardi. Per quanto l’interpellanza richiesta alla ministra Lamorgese, sarà utile per far luce sulla vicenda, a livello pratico sono le associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani a dare un supporto concreto in questi casi.


È sconcertante il doppiopesismo con cui sono stati trattati gli studenti se confrontato con le azioni della polizia nel contenere le famose manifestazioni No-Vax che si sono svolte in tutta Italia. Seguire lo stesso metro nelle manifestazioni di chi si oppone al Green Pass, senza l’utilizzo della forza, sarebbe stato possibile. È mancata però la volontà di ascoltare e non solo.

Alcuni dei ragazzi, durante le cariche, hanno urlato “State picchiando quelli che potrebbero essere i vostri figli" [6], e in un certo senso le istituzioni, in questi giorni, hanno ferito intere generazioni. I ragazzi chiedevano solo maggiori tutele, in un periodo che ha visto una grande forbice tagliare tutte le libertà e limitare ciò che rende i ragazzi quello che sono: la socialità.

E se lo Stato, che dovrebbe dare l’esempio e spianare la strada alle future generazioni, è in grado di rispondere solo con la violenza, forse siamo davvero in tempi cupi.


Come direbbero i latini mala tempora currunt.


Fonti:

[1] Redazione, Di scuola non si può morire! Lorenzo sangue del nostro sangue, 24 gennaio 2022 FLC CGIL, http://www.flcgil.it/attualita/di-scuola-non-si-puo-morire-lorenzo-sangue-del-nostro-sangue.flc

[2] Redazione, Draghi a Bari, il discorso integrale agli studenti: A voi giovani spetta il compito di trasformare l'Italia, 26 ottobre 2021, Repubblica, https://bari.repubblica.it/cronaca/2021/10/26/news/draghi_a_bari_il_discorso_integrale_agli_studenti-323847475/

[3] Redazione, Polizia e carabinieri verranno dotati di quasi mille “bodycam”, le videocamere indossabili, 19 gennaio 2022, https://www.ilpost.it/2022/01/19/bodycam-dotazione-polizia-carabinieri/

[4] B. Chiarello, Torino, manifestazione per Lorenzo, morto durante l’alternanza scuola-lavoro: scontri tra studenti e polizia, 28 gennaio 2022, Fanpage, https://www.fanpage.it/attualita/torino-manifestazione-per-lorenzo-morto-durante-lalternanza-scuola-lavoro-scontri-tra-studenti-e-polizia/

[5] Twitter, Amnesty International, https://twitter.com/amnestyitalia/status/1489509497076920322?t=Ed1COr12DHEMhH7Wd6_XDQ&s=19

[6] S. Lucarelli, Manifestazione a Torino: «Non avevo mai visto tanta violenza nei confronti di studenti, 1 febbraio 2022, Domani, https://www.editorialedomani.it/fatti/manifestazione-studenti-torino-violenza-polizia-d2hn4yft