• Nicola Baita

I ragazzi si stanno pestando fra loro e tutti li filmano con lo smartphone. 


Le immagini della rissa avvenuta al Pincio, piazza storica romana, ritraggono un malessere che è più forte di un gancio sulla cinta. 

La folla accorre formando un cerchio, paragonabile ad un grande palcoscenico, in cui si ha la possibilità di mettersi in mostra. È il luogo per eccellenza di chi vuole parlare a gran voce, per poi passare dalle parole ai fatti. Si urla e si spinge, incitando la voglia altrui di riscatto e la propria di crudeltà. I video girano prima in rete e poi in televisione, diventando così intrattenimento per i ragazzi e denuncia per gli adulti. Tutti avranno da ridire, ma niente da comunicare.

Le risse sono esistite ed esistono tuttora, è l'animo animo di amore per il dolore (altrui) che ci spinge ad assistere e supportare. Sono composte da coloro che si pestano e quelli che, assistendo, si proteggono involontariamente da ogni colpo sferrato. Due elementi che si alimentano a vicenda andando a rafforzare i rispettivi sentimenti di ego e le lancinanti mancanze. Hanno momenti prestabiliti, ovvero spazi e tempi inevitabilmente frequentati. 

Ho vissuto le risse, paradossalmente, nei luoghi maggiormente riconosciuti dalla società, come scuole, discoteche e addirittura centri commerciali (la passerella delle Vele ha segnato non pochi zigomi e chiamato in causa alberi genealogici, ndr). Il perché; ruota attorno ad un dibattito che si focalizza sui problemi causati dai ragazzi, dimenticando i motivi da cui questi sono scaturiti. 


È giunto il momento di sottolineare che i ragazzi sono chiusi in casa da dieci mesi e nessuno ha sollevato un dito per porre la domanda su che ripercussioni, questo periodo, avrà nel loro futuro. Fermiamo in anticipo il contro dibattito, immaginando dove si possa andare a parare, perché il paragone non regge: se è vero che non si tratta del primo momento in cui, in massa, si è costretti a limitare la propria libertà e il relativo sviluppo personale e comunitario, è altresì vero che mai si è stati presenti all’interno di una realtà così interconnessa che però non offre un reale contatto interpersonale. 

Il disagio giovanile è latente e sta iniziando a manifestare i suoi sintomi.

Insieme a questo, nel corso degli anni si è andato a costruire un vuoto conoscitivo di due generazioni, baby-boomer e generazione x, che io tendo a definire come un vuoto conoscitivo generazionale in cui ragazzi sono identificati nei programmi Rai con le vecchie divise, che piacevano tanto ai nostri genitori (o

nonni?), e la figura del mae Ancora, i ragazzi denominati N.E.E.T. o mammoni, che temono il futuro, ma fingono di non saperlo. 

La pandemia gli ha portato via la crescita, ma il tempo, al contrario dell’uomo, non conosce muri separatori o confini di oceani. Alcuni crescono in altezza, altri non sembrano cambiare tanto. La voce non è più stridula e i tratti del viso sono meno adolescenziali. Pensano ai 18 anni e, mentre i più adulti gli ricordano puntualmente che tutto rimarrà come prima, loro sono entusiasti di assumersi nuove responsabilità e iniziano ad esercitarsi, dal loro smartphone, per fare i quiz della patente. Alcune parti del loro sviluppo rimangono intatte e preservate ancora nell’ambito familiare, ma sono desiderose di sbagliare e imparare da questi errori. Così è stato e questo non si potrà cancellare. Talvolta, la realtà è molto più deludente dell’immaginario, ma un buon proposito o accaduto ci rincuora e ricorda che la scoperta della sorpresa è più ricca di emozioni rispetto alla sua rivelazione. 

Ciò di cui i ragazzi sono stati privati è la scoperta, la curiosità è così appiattita al convenzionale e gli unici rischi che vengono corsi sono quelli della monotonia, della ripetitività e dell’appiattimento.Senza demonizzare la routine, si può riscontrare che c’è una differenza nella sovrapposizione di un pre e post pandemia. L’ambito familiare, la casa, o addirittura la propria stanza, è diventata la culla di qualsiasi sentimento in cui tutto è circonciso in spazi quadrati.

Ai ragazzi è stato privato di praticare sport, sporcarsi nei campi di calcio, avere un impegno prestabilito che li porti ad affrontare i problemi della quotidianità. Dal pullman perso all’ombrello dimenticato nella porta d’ingresso in una giornata di pioggia. Si stanno dimenticando del contatto visivo, per strada si spostano sul

lato opposto del marciapiede se questo è troppo trafficato. Non hanno visto l’Europa e probabilmente se ne perderanno una parte. 

Ai ragazzi non resta che picchiarsi al Pincio e accorrere in massa per vedere una rissa. Si ricordano così che esistono.