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  • Immagine del redattoreGiulio Ardenghi

Il filosofo della libertà: perché al Cremlino piace Berdjaev? (pt.2)


Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come il libro "La filosofia della disuguaglianza" di Nikolaj Berdjaev sia una delle tre opere filosofiche di cui il Presidente russo Vladimir Putin raccomanda la lettura ai governatori regionali russi. Questo libro non è una sorta di apologia per l’assolutismo statale, bensì una difesa dell’aristocratismo in termini spirituali, incentrata sulla libertà. Si tratta di un’opera giovanile e alquanto polemica contro i nemici ideologici, in special modo comunisti, di Berdjaev. Ma, come si diceva, il pensiero del filosofo russo si è evoluto parecchio da quel punto.


È bene mettere in chiaro che Berdjaev non ha mai accettato per sé la definizione di “reazionario”. Secondo lui, sono reazionari gli zaristi e i sostenitori delle armate “bianche”, con il loro desiderio di una Russia congelata nelle sue usanze e nel suo governo, che non ammette alcun progresso socio-politico nel tempo. Ma, psicologicamente parlando, sono reazionari pure i bolscevichi, perché ogni rivoluzionario è uno che agisce in nome di una qualche condizione che è andata persa: il rivoluzionario compie un gesto estremo per far ritornare la società a qualche ipotetica condizione da cui non sarebbe mai dovuta spostarsi.


Come vedremo più avanti, il problema principale delle ideologie reazionarie è che sono anti-escatologiche, si rifugiano nel passato e vogliono impedire l’avvento della nuova era, nella quale tutti gli uomini potranno finalmente essere liberi. D’altra parte, anche il capitalismo è da rifiutare, perché schiavizza l’uomo e lo rende un mezzo per l’accumulo di ricchezza in termini di denaro.


Similmente, è anche interessante notare come, secondo Berdjaev, sia il Medioevo che il Rinascimento siano delle grandi epoche, ma sono anche dei fallimenti spettacolari. Entrambe queste ere portano dentro di sé i semi della loro disfatta. Il Medioevo ha dimenticato la libertà dell’uomo e di Dio, rendendo il primo uno schiavo terrorizzato dalla sua sottomissione a un Dio al

contempo lontano e tiranno. L’umanesimo rinascimentale ha invece strappato l’uomo dal suo legame con Dio, negandogli progressivamente qualunque possibilità di trascendenza e finendo, paradossalmente, per asservirlo alla natura esteriore e oggettivata proprio come il Medioevo lo aveva asservito al divino.


Secondo Berdjaev: Due uomini che dominano il pensiero dei tempi moderni, Friedrich Nietzsche e Karl Marx, hanno illustrato con forza geniale queste due forme dell’autonegazione e dell’autodistruzione dell’umanesimo. In Nietzsche, l’umanismo rinuncia a se stesso e si distrugge sotto il suo aspetto individualista; in Marx fa lo stesso sotto la sua forma collettivista. [1]


Entrambe queste epoche sottovalutano la libertà dell’uomo e lo rendono schiavo, ma così fanno tutte le filosofie e le ideologie che lo asserviscono alla necessità. Se la filosofia pretende di rendersi “scientifica”, essa sta limitando se stessa ma anche tutta la forza creativa dell’uomo. Portando questo punto alle sue estreme conseguenze, Berdjaev si dimostrava scettico anche verso l’ontologia. Non perché non abbia senso discutere dell’Essere, ma piuttosto perché neanche questo deve essere considerato un qualcosa che limita o schiavizza l’uomo alla necessità. Quindi Heidegger fa senz’altro bene a ricercare l’autenticità dell’uomo, ma non considera che essa si trova nella sua libera creatività di immagine di Dio, non nell’apertura a un Essere oggettivato. La libertà precede l’Essere, e questo significa che la capacità dell’uomo di autodeterminarsi trascende qualsiasi concezione ontologica.


Traslando questo punto di vista sul piano politico, si può capire anche perché Berdjaev fosse così scettico verso le utopie. Il problema non è che le utopie siano impossibili da realizzare o abbiano un’idea troppo elevata della natura umana. Piuttosto, le utopie osano ancora troppo poco. Anche loro hanno una concezione troppo bassa dell’uomo, e vogliono asservirlo alla necessità. Vogliono creare un modello perfetto da imporre all’uomo, dimenticandosi che nessuna perfezione è possibile quando si racchiude la libertà umana entro dei confini. Chiaramente il filosofo russo si rendeva conto che una società nella quale la libertà dell’uomo può trovare la sua piena fioritura sia impossibile da realizzare coi mezzi della politica o del governo. In realtà, questo è normale perché è la persona che deve trovare la sua libertà e diventare creatrice, e il governo può al massimo facilitare tutto questo. Secondo Berdjaev, lo Stato rappresenta sempre la necessità, il dominio. Esso è qualcosa di esterno all’uomo che si impone su di esso per mantenere il quieto vivere. Vista la sua passione per la libertà, è chiaro che il filosofo, specialmente nella sua fase più matura, si considerasse una sorta di anarchico. Ma, visto che lo Stato è necessario, è da illusi essere anarchici in senso politico e non spirituale. Lo Stato limita e schiavizza l’uomo, ma anche gli anarchici propugnano pie illusioni oppure ideologie che finirebbero per incatenare l’uomo tanto quanto lo Stato. Come si risolve questo problema?


Berdjaev vede la risposta nel cristianesimo, l’unica fede che presenta terreno fertile per costruire una vera filosofia della libertà, anche se la teologia ha sempre avuto la tendenza a giustificare la necessità e limitare la libertà dell’uomo.


Innanzitutto, non è corretto parlare di Dio in termini di potere. Dio non è un sovrano che decreta tutto quello che succede nel mondo. Secondo Berdjaev, “Dio ha meno potere di un agente di polizia”. [2] Se l’elemento dello Stato è il potere, quello di Dio è la libertà, ed è questo il terreno comune che rende possibile un legame tra lui e l’uomo. Dio non ha creato la libertà, ma nasce da

essa, anche se non bisogna intendere quest’idea in senso di precedenza temporale. A questo è legata la risposta di Berdjaev al problema del male: Dio non causa le guerre, le pestilenze etc. ma si interfaccia con l’individualità creatrice delle persone libere, ed è a ciò che si limita la sua azione nella storia.


Se Berdjaev si ribellava a tutto ciò che ostacola l’autodeterminazione dell’uomo (che comprende anche la natura nel suo stato attuale), era l’escatologia la fonte delle sue speranze. Quando Cristo ritornerà, non ci saranno più la morte, le malattie etc. e non ci sarà nemmeno lo Stato. L’uomo non avrà più bisogno di scendere a patti con la natura e assicurare la sua sopravvivenza solo grazie alla tecnologia, ma potrà finalmente lavorare in sinergia con Dio per “guarire” la natura e far sì che essa sia uno strumento della sua creatività e non un tiranno che la limita. Questo significa che l’uomo collaborerà con Dio per ricreare persino se stesso.

Secondo chi scrive, ci sono due fonti principali dalle quali Berdjaev ha preso ispirazione per questa teoria:

  1. La dottrina dell’apokatastasis elaborata dal già citato Gregorio di Nissa, secondo cui Dio restaurerà tutta la creazione allo stato in cui era prima della caduta, e l’anima dell’uomo sarà in grado di ricostruire il corpo che le apparteneva, e a migliorarlo liberandolo da tutti i fardelli legati al peccato;

  2. Il cosmismo di Nikolaj Fedorov, un solitario ma importante filosofo russo che auspicava la resurrezione dei morti tramite l’uso della tecnologia.

Per Berdjaev, come per Gregorio di Nissa prima di lui, l’uomo funge da “ponte” tra il regno materiale e quello spirituale. Quindi la trasfigurazione di entrambi questi due regni è impossibile senza la trasfigurazione dell’uomo. Questa concezione metafisica ha anche un risvolto politico: Berdjaev, specialmente nella sua fase più matura, rifiutava l’argomentazione reazionaria secondo cui le società umane devono essere gerarchiche per mantenere una continuità con la gerarchia dell’ordine celeste. Da questo punto di vista, pretendere che gli uomini imitino gli angeli ha tanto senso quanto pretendere che si comportino come gli animali.

Tutto questo non significa che Berdjaev stesse invitando il suo lettore a considerare inutili tutti gli impegni e le attività terrene e ad aspettare passivamente la parousia di Cristo. Al contrario, il filosofo russo, come abbiamo visto, era decisamente pronto a uscire allo scoperto e a prendersi le conseguenze delle sue azioni, senza esitare ad aiutare e farsi aiutare quando necessario. Il punto fondamentale di tutto il pensiero sociale e politico di Berdjaev è proprio che è dal cambiamento e dalla maturità spirituale delle singole persone che anche la società può migliorare. Sia il giovane Berdjaev della filosofia della disuguaglianza che quello più anziano del personalismo e dell’anarchismo mistico hanno sempre rimarcato quest’idea.


Nel suo illuminante libro su Berdjaev, Olivier Clément afferma che il nostro autore possa in qualche modo venire considerato una sorta di Nietzsche cristiano. [3] Ci sono molti modi in cui il profeta del superuomo ha influenzato il filosofo della libertà. Per continuare a usare le parole di Clément:

Nietzsche ha aiutato Berdjaev a liberarsi da un cristianesimo che era diventato per i più un platonismo degenerato, un ritualismo brutto e farisaico, e , per una minoranza, un desiderio malsano della morte. (…) Come Nietzsche, anche Berdjaev rifiuta la “conoscenza immacolata” degli uomini “lunari”, la filosofia delle biblioteche e delle università. Vuole una filosofia da battaglia, da carica di cavalleria. [4]

Quest’attitudine così diversa alla filosofia si riflette anche nella sua prosa. Di solito, ci si aspetta che un filosofo argomenti dettagliatamente come sia giunto alle sue conclusioni. Ma lo stile di Berdjaev è spesso lapidario, secco ai limiti dell’arroganza, ma anche appassionato e sincero.

A ogni modo, se Nietzsche è stato così importante per il pensatore russo, ci sono anche dei punti di divergenza inconciliabili. Berdjaev non aveva alcuna intenzione di rimanere “fedele alla terra”, ma aveva lo sguardo rivolto al giorno in cui la natura caduta verrà trasfigurata. Inoltre, l’uomo libero è decisamente diverso dal superuomo, poiché rifiuta la volontà di potenza considerandola solo un altro sintomo della schiavitù della necessità. Secondo Berdjaev:

c’è una profonda contraddizione nell’attitudine di Nietzsche verso l’uomo. Per lui l’uomo è una vergogna e una disgrazia. Non vuole sapere nulla dell’uomo: guarda a lui come a un mezzo.

Eppure, allo stesso tempo conferisce all’uomo la capacità di creare: la creazione di valori, la creazione di un mondo nuovo, e la capacità di resistere eroicamente alla sofferenza. [5]


Durante la prima guerra mondiale, molti intellettuali in Russia accusarono Nietzsche di essere l’ispiratore dell’espansionismo e del militarismo esasperato di Guglielmo II e del secondo Reich. In quell’occasione, fu proprio Berdjaev a ergersi a difesa del filosofo tedesco, ricordando ai suoi detrattori che quest’ultimo non amò mai lo Stato e non poteva essere ritenuto un complice del potere accentratore del Kaiser. Probabilmente neanche Berdjaev poteva immaginare che, oltre 100 anni dopo, alcuni avrebbero suggerito che lui stesso fosse uno degli ispiratori di un governo a tinte autoritarie come quello del Presidente Putin. Ma non è così. Il filosofo della libertà non amava lo Stato, e sicuramente detestava il connubio che vedeva tra il potere politico e quello della Chiesa Ortodossa russa del suo tempo. È difficile pensare che sarebbe a favore di questa loro rinnovata vicinanza che stiamo vedendo oggi.


Per concludere, possiamo dire che Berdjaev sia stato un autore e un personaggio decisamente originale, con una grandissima capacità di mettere in crisi i preconcetti e le ideologie prestabilite.

Da questo punto di vista è un bene se i russi (o gli occidentali) leggono le sue opere. Ciò che è importante è che non si guardi a questo filosofo come a un difensore o un ispiratore di governi che non hanno nulla a che vedere con lui, ma si cerchi di capire come fare perché il suo grido di libertà possa insegnare qualcosa anche a noi.


Fonti:

[1] N.A. Berdjaev, Una nueva Edad Media. Ediciones Carlos Lohlé, Buenos Aires 1979, p. 29

[2] N.A. Berdjaev, Dream and reality: an essay in autobiography, p. 57

[3] O. Clément, La strada di una filosofia religiosa: Berdjaev, Jaca Book, Milano 2003, p. 124

[4] O. Clément: ivi, cit. pp. 51-52

[5] N.A. Berdjaev, The divine and the human, Geoffrey Bles editore, Londra 1949, p. 37


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