• Francesco Podda

Il sogno mai svanito di Sergio Pellissier


Di campi di calcio in Serie A ne ha calcati a decine. Di goal ne ha fatto a centinaia. E di partite di calcio - tra allenamenti, amichevoli e partite ufficiali - ne avrà giocato a migliaia. Tutte - però - con una sola maglia.


Già da queste prime righe si potrebbe intuire che la sua non è una storia che si sente spesso: d’altronde al giorno d’oggi giocatori che vestono una sola maglia per tutta la carriera se ne sentono davvero pochi. Ma la sua storia è diversa dal comune, perché Sergio Pellissier probabilmente è un uomo diverso dal comune.


La sua carriera è finita da qualche anno, e da qualche anno il suo Chievo - la sua squadra di sempre - non navigava in acque tranquille: prima la retrocessione, poi i problemi finanziari. Fino alla sua definitiva scomparsa, forse sopratutto a causa dell’ammontare dei milioni di debiti sulle spalle della società che hanno convinto qualsiasi aspirante nuovo presidente a prendere le distanze da un eventuale acquisto.


Già - i milioni. Spesso, troppo spesso comandano loro. I grandi campioni del calciomercato a suon di milioni sognavano di stare nella loro nuova squadra fin da bambini, e non cito i nomi di questa marmaglia di gente perché inizierei adesso e finirei domani mattina (forse).

In mezzo a questa marmaglia di gente che più dello sport forse ama i profitti che può trarre da esso, è bello ogni tanto vedere un giocatore che avendo avuto in una squadra la sua fortuna prova a diventare la fortuna della sua squadra (o di ciò che rimane di essa).


Sergio Pellissier incarna direi totalmente questo aspetto. Il Chievo è stata la sua fortuna, certamente, ma anche lui è stato la fortuna del Chievo: più di dieci anni di permanenza nella massima serie del calcio italiano non sarebbero probabilmente stati possibili senza la sua grande attitudine al goal. Attitudine che l’ha portato ad essere l’idolo della gente e forse anche della dirigenza della squadra stessa: come si poteva non amare un giocatore così?


Pellissier avrebbe forse voluto diventare parte di quella squadra: come dirigente, o componente dello staff, magari anche allenatore. Insomma, come fanno la maggior parte dei suoi ex colleghi. Si è visto invece sfumare una squadra che è stata probabilmente una delle ragioni della sua stessa vita ed una delle motivazioni personali più grandi. Si citano più ragioni di vita e motivazioni che non soldi, ma non perché si voglia trascurare l’aspetto economico. Pellissier qualche soldo col calcio l’ha fatto: venti e passa anni nel professionismo qualcosa avranno fruttato. Non di certo i milioni annuali dei campioni - s’intende - ma qualcosa in vent’anni di carriera l’avrà sicuramente raccolta. Ciò che salta all’occhio è che però a colpirlo, più dei milioni, sia stato l’affetto che ha avuto nei confronti di un sogno chiamato Chievoverona. Un affetto ed un sentimento talmente grandi da decidere di rifondarlo non dallo scheletro ma direttamente dalle ceneri. Ceneri disperse, oserei dire, perché ormai del ‘vecchio’ Chievo non è rimasto più niente.


Lui - dal canto suo - poteva stare a guardare e lasciare che le cose andassero dritte ad una conclusione definitiva. Sentimentalmente parlando avrebbe potuto magari piangere in silenzio, o non sentimentalmente parlando sarebbe potuto semplicemente rimanere in silenzio.

Invece ha preso una decisione, piccola e grande allo stesso tempo: ha fondato la sua squadra nei dilettanti e l’ha chiamata come il suo vecchio amore: Chievo. Per l’esattezza: FC Chievo 1929. E riparte: non dai professionisti, ma dalla terza categoria.

Come un vero sogno.


Questo è forse il vero sogno del calcio o dello sport, e non di certo diventare a venti, venticinque, trent’anni ‘tifoso fin da bambino’ di una squadra che magari nemmeno conosci e che forse più che suscitarti simpatia in quanto squadra ti suscita simpatia in quanto possibilità di profitto o ambizioni personali.

Pellissier le ambizioni nella sua carriera le ha avute, come tutti i professionisti d’altronde. Ma forse più che le ambizioni personali gli è importata un’ambizione comune: quella di una squadra per cui ha dato anima e corpo. Ha fatto cantare il suo nome a migliaia di tifosi, ha segnato nei più grandi stadi d’Italia. E ora riparte dalla terza categoria non per ambizioni personali, ma per un’ambizione comune. La stessa ambizione comune che l’ha spinto ai più bei traguardi della sua carriera. La stessa ambizione comune che l’ha spinto a diventare il più grande giocatore della sua squadra. La stessa ambizione comune che l’ha portato a raccogliere le ceneri del suo sogno per dar loro nuova vita: una vita certamente diversa, ma non meno bella. E con questa vita rilancia un movimento - quello calcistico - che è economico quanto popolare.


Pellissier, dal canto suo, ha preferito abbracciare il lato popolare. Onore a lui e al suo progetto, che magari rimarrà solo un progetto, ma non per questo sarà meno bello. D’altronde quando c’è sentimento è tutto più bello e se non altro Pellissier, di sentimento, ha dimostrato di averne più della stragrande maggioranza dei suoi colleghi.


Fonte foto di copertina: Eurosport.it