• Matteo Cardia

Il Tigray e l’Etiopia, un anno dopo


Vecchi nemici, nuove alleanze, stesse vittime. Dopo un anno, l’Etiopia è ancora dentro un vortice di violenza interna che ha messo fine alle vite di migliaia di persone e ne ha reso impossibile quella di milioni. 365 giorni in cui entrambe le parti in gioco hanno commesso atrocità contro i civili nelle regioni settentrionali del Paese. Perché quello nato in Tigray, e poi estesosi nelle regioni limitrofe dell’Afar e dell’Amhara, con conseguenze sui vicini Sudan ed Eritrea, è un conflitto nato e sostenuto da due differenti idee di Paese, una lotta per il potere che rischia di destabilizzare l’intero Corno d’Africa.


La presa di due città importanti nella via per Addis Abeba, Kombolcha e Dessie, da parte dei ribelli tigrini del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) e degli alleati dell’Oromo Liberation Army (OLA) [1], seguita da un annuncio di una nuova larga coalizione contro il governo centrale, ha aperto allo stato di emergenza nazionale decretato dal governo federale presieduto dal primo ministro Abiy Ahmed. [2] Come aveva già dichiarato ad agosto il premier rieletto a ottobre 2021, ognuno dovrà fare la sua parte contro quelli definiti dal suo governo come gruppi terroristici. [3]

Il TPLF ha guidato l’Etiopia per quasi trent’anni, dominando la coalizione dell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF) composta dai movimenti di resistenza che nel 1991 avevano rovesciato il regime militare di Menghistu, al potere dal 1974. È il TPLF che ha espresso le massime cariche di governo, militari e d’intelligence negli anni, escludendo per larga parte di tempo gli altri partiti e movimenti basati per lo più su istanze regionalistiche ed etniche anche se facenti parte dell’EPRDF. [4]

La restrizione delle libertà politiche e civili [5], mascherata da una crescita economica e istituzionale profonda tra gli anni ’90 e 2000, ha fatto sì che le differenze etniche si trasformassero in tensioni, con le comunità oromo e amhara – maggioritarie nel Paese – che, soprattutto tra il 2015 e il 2018, hanno conquistato le strade chiedendo un cambiamento radicale nella gestione del Paese. La svolta è arrivata proprio nel 2018, quando Abiy, già deputato e ministro, è stato scelto come primo ministro, la carica più importante nel Paese africano. Padre oromo e madre amhara, un filo diretto con il passato ma anche uno sguardo diverso sul presente etiope. La fiducia in Abiy era tanta, ancor di più dopo la decisione di chiudere definitivamente il conflitto con la vicina Eritrea, decisione che gli è valsa il premio Nobel per la Pace nel 2019. [6]

La realtà politica e sociale si è però nel tempo dimostrata molto più complessa del previsto.


La decisione di fondare un nuovo raggruppamento politico, il Prosperity Party, ha isolato completamente il TPLF, già provato dagli allontanamenti di tanti dei suoi uomini dalle cariche istituzionali. Il tentativo di costruire una forte identità nazionale, pur nel rispetto degli autonomismi e delle diversità, non è piaciuta a parte della popolazione e a segmenti delle opposizioni politiche, non solo al TPLF. [7] Così, Abiy si è trovato presto a fronteggiare proteste di piazza, cercando di spegnerle sia attraverso il taglio delle vie di comunicazione, sia attraverso la forza, perdendo però presto il controllo della situazione, come ha testimoniato la morte del cantante oromo Hachalu Hundessa, uno dei leader delle proteste di pochi anni prima. [8]

Ma è con il TPLF mai arresosi alla nuova realtà che i problemi si sono fatti più importanti a partire dall’estate 2020: la decisione di rinviare le elezioni a causa Covid da parte di Addis Abeba è stata ignorata da Makallé (capitale della regione dei Tigray, ndr), che ha svolto comunque la sua tornata elettorale, finendo per non riconoscere più l’autorità della capitale. Si è trattato della penultima goccia in attesa che il vaso traboccasse la notte del 3 novembre 2020, quando l’attacco alla base settentrionale dell’esercito federale etiope in Tigray ha fatto precipitare la situazione. [9]


I dodici mesi appena trascorsi hanno visto la situazione evolversi continuamente fino alla vigilia del primo anniversario. L’intervento sarebbe dovuto durare poco tempo ed essere limitato all’obiettivo della sconfitta del TPLF, secondo il premier. Così però non è stato, nonostante l’iniziale avanzata piuttosto rapida verso la capitale della regione settentrionale, grazie anche al supporto del vecchio nemico eritreo e dei corpi militari regionali fedeli al governo, come l’Amhara Regional Force. La decisione di tagliare l’elettricità e ogni via di comunicazione per più di sei milioni di persone è la prima di una serie di scelte errate da parte di Abiy e dei suoi uomini, che hanno colpito e continuano a colpire direttamente la popolazione civile più che gli uomini del TPLF. L’assenza di notizie e l’impossibilità di raggiungere la regione hanno creato un vulnus di cui inizialmente era impossibile capire la gravità. È stata allora la fuga di più di settantamila persone verso il Sudan – con cui l’Etiopia aveva già aperta la questione Renaissance Dam [10] e con cui si è riaperto il caso dell’area contesa di Al Fashaga – a far capire che qualcosa di grave stesse accadendo. Con loro, oltre al dolore, hanno portato le storie come quella del massacro di Axum, raccolte poi da Amnesty International. [11]


Nonostante l’annunciata presa di Makallé di fine novembre 2020, il TPLF ha saputo riorganizzarsi e mettere in piedi una resistenza che ha portato verso la ripresa dei territori nella regione e all’annuncio di un cessate il fuoco unilaterale da parte di Abiy nel giugno scorso. Una situazione che ha dato vita all’allargamento del conflitto nelle regioni confinanti dell’Afar e Amhara, in mesi in cui il TPLF ha stretto anche un’alleanza con il gruppo paramilitare dell’OLA [12] e si è reso protagonista di azioni contro la popolazione civile, per lo più di etnia amhara [13], fino ad arrivare a poco più di 300 chilometri dalla capitale. Esito non scontato, nonostante i tentativi di Abiy negli ultimi mesi di ottenere sostegno da vari Stati del continente e fuori (come dimostrato dal viaggio in Turchia) e i bombardamenti ripresi sulla capitale tigrina nelle ultime settimane.


Nel frattempo, i dati raccolti dall’ OCHA (Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari) [14] e dall’UNHCR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) [15] rendono ancor più chiara la situazione: ai settantamila profughi già esistenti a livello mondiale, si sono aggiunti più di due milioni di sfollati interni nel Tigray, duecentocinquantamila in Amhara e centoventicinquemila nell’Afar. Più di cinque milioni di persone nel nord del Paese hanno bisogno di assistenza alimentare, tra questi quattrocentomila rischiano di morire di fame. Il report rilasciato dalle Nazioni Unite il 3 novembre ha confermato la tragicità della situazione. Nonostante la complessità del raggiungere i luoghi e ottenere informazioni, un’investigazione indipendente è stata portata avanti da un team congiunto composto dall’Ethiopian Human Rights Commission (Commissione Etiopica per i Diritti Umani) e dallo UN Human Rights Office (Ufficio dell'Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani) [16], ed ha accertato l’uso della violenza indiscriminata da entrambe le parti in causa, parlando di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale riguardante i diritti dei rifugiati, alcune delle quali potrebbero rappresentare crimini di guerra e crimini contro l’umanità.


«La guerra è il paradigma dell’inferno per tutti coloro che ne sono coinvolti. Lo so perché ci sono stato e ne sono tornato». [17] Abiy Ahmed recitava così nel suo discorso di ringraziamento per il Premio Nobel per la Pace ricevuto appena due anni fa. Eppure, il primo ministro etiope sembra aver presto dimenticato le sue parole e il suo passato, così come sembrano averlo fatto le forze del TPLF. Vecchi nemici, nuove alleanze, stesse vittime e stessa sete per il potere. I destini dell’Etiopia e dell’intero Corno d’Africa passano da qui.


Fonti: [1] Redazione, Tigrayan and Oromo forces say they have seized towns on Ethiopian, Reuters, 1 novembre 2021, https://www.reuters.com/world/africa/

[2] Redazione, Ethiopia declares nationwide state of emergency, Al Jazeera, 2 novembre 2021, https://www.aljazeera.com/news/2021/11/2/ethiopia-declares-nationwide-state-of-emergency

[3] Andres Schipani, Abiy calls on ‘all capable Ethiopians’ to fight Tigrayan forces, Financial Times, 10 agosto 2021, https://www.ft.com/content/cb497ab3-8c9e-4ba6-b265-871f5b2474ca

[4] Redazione, Ethiopia’s Tigray war: The short, medium and long story, BBC, 29 giugno 2021, https://www.bbc.com/news/world-africa-54964378

[5] Human Rights Watch, “One Hundred Ways of Putting Pressure”, Human Rights Watch, 24 marzo 2010, https://www.hrw.org/report/2010/03/24/

[6] YouTube, Announcement of the Nobel Peace Prize 2019, Nobel Prize, https://www.youtube.com/watch?v=7Vhj3N9HHj8

[7] Laura Ghiandoni, Abiy Ahmed parla a tutti, ma non argina le violenze etniche in Etiopia, il Manifesto, 26 giugno 2020, https://ilmanifesto.it/abiy-ahmed-parla-a-tutti-ma-non-argina-le-violenze-etniche-in-etiopia/

[8] Zecharias Zelalem, L’uccisione di un noto cantante oromo fa tremare l’Etiopia, Mail & Guardian su Internazionale, 8 luglio 2020, https://www.internazionale.it/notizie/

[9] Paolo Lambruschi, Venti di guerra civile in Etiopia: offensiva militare nello Stato del Tigray, Avvenire, 4 novembre 2020,

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/guerra-civile-etiopia

[10] Marta Fraccaro, Grand Ethiopian Renaissance Dam: la diga della discordia sul Nilo Azzurro, Geopolitica.info, 9 luglio 2021,

https://geopolitica.info/grand-ethiopian-renaissance-dam-la-diga-della-discordia-sul-nilo-azzurro/

[11] Amnesty International, Ethiopia: The Massacre in Axum, Amnesty International, 26 febbraio 2021, https://www.amnesty.org/en/documents/afr25/

[12] Redazione, A nightmare scenario for Premier Abiy Ahmed as regional opponents coordinate against the federal government, Africa Confidential, 16 agosto 2021, https://www.africa-confidential.com/article/id/13534/

[13] Redazione, Etiopia: immagini satellitari rivelano i crimini del TPLF, Africa Rivista, 19 agosto 2021 https://www.africarivista.it/

[14] Report, Ethiopia - Northern Ethiopia Humanitarian Update Situation Report, United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, 22 ottobre 2021, https://reliefweb.int/report/ethiopia/

[15] Report, How UNHCR is helping Ethiopian refugees fleeing to Sudan, UNHCR, 14 settembre 2021, https://www.unrefugees.org/news/

[16] Report, Tigray conflict: Report calls for accountability for violations and abuses by all parties, United Nations Human Rights, 3 novembre 2021, https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/

[17] Redazione, Abiy Ahmed Ali – Nobel Lecture, NobelPrize.org, 10 dicembre 2019, https://www.nobelprize.org/prizes/peace/2019/abiy/


Foto copertina: An Afar soldier in Bisober, Tigray region, last December soon after a massacre there by the national army (Fonte: Financial Times/Eduardo Soteras/AFP/ Getty Images)

Foto testo: Dr. Abiy Ahmed (Fonte: nova.news)