• Francesco Serra

Incendio di Notre-Dame: quale direttiva seguire per il restauro?


Sono passati esattamente due anni dal tragico incendio che nel tardo pomeriggio del 15 aprile 2019 colpì la cattedrale di Notre-Dame, assoluto capolavoro dell’architettura gotica medievale e indiscusso simbolo della città e della storia di Parigi, oltre che della stessa religione cristiana.

Sebbene si sia riusciti a limitare il rogo a tutta la parte della copertura e della guglia, riuscendo fortunatamente anche a mettere in salvo le preziose opere d’arte custodite nell’edificio, purtroppo l’evento ha comunque indebolito sensibilmente la stabilità complessiva della chiesa, anche per quanto riguarda la struttura medievale propriamente detta (il tetto e la guglia andati perduti erano rifacimenti ottocenteschi); pertanto nel piano di ricostruzione della cattedrale risulta essenziale prima di tutto eseguire un’azione di consolidamento delle strutture portanti danneggiate, intervento già avviato poco dopo la catastrofe e che si appresta a concludersi prima di passare alla nota dolente della vicenda: il restauro vero e proprio. [1]


Come in molti ormai sapranno, il restauro della cattedrale di Notre-Dame a seguito dell’incendio è una questione di interesse internazionale assai spinosa e tuttora aperta, per la quale sono stati avanzati, in maniera anche precoce, differenti progetti di ricostruzione, alcuni avveniristici, altri interessanti, ponendo uno sguardo sulle esigenze del nostro tempo, altri ancora persino provocatori, e, ovviamente, progetti che ristabilirebbero la copertura con materiali all’avanguardia capaci di preservare l’aspetto che aveva prima di andare perduta, sebbene ci sia il rischio che vadano un po’ a cozzare con le attuali politiche ambientali. [2]

Alcune proposte per il rifacimento della copertura. (Fonte: Archiportale)


Fra vistose guglie di cristallo e giardini pensili che cavalcano l’onda dell’ecosostenibilità, purtroppo non è affatto semplice o scontato stabilire quale progetto sia meglio adottare, a causa di numerosi aspetti e varianti da considerare, pur esistendo delle norme valide sul piano internazionale che almeno in parte regolano le procedure in caso di fenomeni catastrofici o pesanti atti di distruzione verso le architetture storiche, come la Carta del Restauro di Venezia (1964).


Ricostruire il tetto di Notre-Dame conferendole un aspetto nuovo in linea con le idee contemporanee oppure mantenendo in tutto e per tutto la fisionomia che aveva prima dell’incendio in rispetto del precedente restauro? Questo è il dilemma che potrebbe mettere in una posizione scomoda tutti i restauratori, architetti, ingegneri e storici dell’arte chiamati in causa nella vicenda. Per comprendere meglio la difficoltà nel dare una risposta a una domanda di questo calibro è necessario ripercorrere a grandi linee le tappe fondamentali percorse dalla cattedrale di Notre-Dame nella storia, e vedere di conseguenza come si sia evoluta la sua percezione fra gli abitanti di Parigi nel corso del tempo.


La cattedrale di Notre-Dame di Parigi, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1163, fu una delle prime imponenti chiese in Francia a sperimentare lo stile gotico medievale, corrente artistica e architettonica celebre per la sua magnificenza, l’eleganza e la tensione verso notevoli altezze; questa peculiarità richiede senza dubbio una certa maestria ingegneristica, tanto che il completamento delle strutture principali della chiesa necessitò di almeno un secolo. [3] Possiamo dire che da subito l’edificio cultuale divenne un simbolo di prestigio per la città di Parigi e per l’intero Regno di Francia per diversi secoli, fino a quando non scoppiò la Rivoluzione Francese, i cui ideali illuministici di uno stato laico presi nel loro eccesso portarono la popolazione a distruggere tutto ciò che rappresentava l’autorità, non solo regia ma anche ecclesiastica, a cominciare proprio dalla cattedrale di Notre-Dame. La cattedrale venne vandalizzata e saccheggiata pressoché in ogni sua parte, mentre gli arredi al suo interno furono eliminati, rivenduti o reimpiegati, esattamente come successe alla Reggia di Versailles.


Nella prima metà del XIX secolo, complici l’abbandono e l’incuria, la chiesa verteva in condizioni così gravose che si valutò addirittura di demolirla. Fortunatamente molti intellettuali dell’epoca si opposero categoricamente a tale eventualità, primo fra tutti Victor Hugo, il quale scrisse il romanzo Notre-Dame de Paris proprio per sensibilizzare la popolazione sulla straordinaria importanza storico-artistica che possedeva il monumento.

Così, nel 1845 si avviarono i lavori di restauro della cattedrale diretti dall’architetto Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879). In generale l’operato di costui è considerato dai teorici del restauro alquanto ambivalente e controverso, poiché se da un lato la figura di Viollet-le-Duc fu una tappa fondamentale per l’evoluzione della storia dell’arte e del restauro, avendo compiuto un dettagliatissimo studio tipologico dell’architettura medievale francese che funse da base per molti restauri, dall’altra invece risulta il principale esponente di un modo di operare nel campo del restauro che oggigiorno riterremmo del tutto errato, ossia il cosiddetto “restauro di ripristino”. Il “restauro di ripristino”, detto anche “in stile”, consiste nel restaurare un monumento uniformandolo a un unico stile architettonico e dunque a un’unica fase storica, per la precisone quella ritenuta originaria o caratteristica secondo il giudizio del restauratore, senza tenere minimamente conto di eventuali interventi successivi (anzi, addirittura spesso e volentieri eliminandoli). Capiamo bene dunque perché tale approccio sia ormai superato dalla metodologia attuale. Esso infatti oblitera tracce che testimoniano il succedersi di epoche su un determinato monumento, inoltre rischia di creare falsi storici in quanto si avvale di una ricostruzione arbitraria compiuta dal restauratore, e lo stesso Violet-le-Duc nel suo Dizionario Ragionato affermava che «restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, è ripristinarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato tempo» [4] (frase che sebbene sia respinta dal restauro vigente, viene ancora strumentalizzata da alcuni architetti per legittimare l’applicazione di progetti modernisti su monumenti storici).

Foto ottocentesca della cattedrale di Notre-Dame prima del restauro di Viollet-le-Duc. (Fonte: Vanillamagazine)


Comunque, un restauro di rispristino per il caso di Notre-Dame alla metà dell’800 fu reputato tutto sommato ottimale, almeno dalla gran parte dei critici (le polemiche sull’operato non mancarono nemmeno all’epoca). Perciò Viollet-le-Duc, insieme a una folta squadra di scultori e operai, si cimentò nel risanare le lacune di molte sculture, in particolare quelle della galleria dei Re di Giudea, poste sopra i portali d’ingresso, fortemente sfigurate durante la Rivoluzione Francese; rifece la copertura dell’edifico e costruì completamente ex novo la flèche, la guglia in ghisa all’incrocio fra la navata e il transetto, essendo (pure) la precedente andata perduta nel 1792. Così, al termine del cantiere nel 1864, la cattedrale assumeva grosso modo l’aspetto che tutti noi conoscevamo fino all’aprile 2019.

In realtà il progetto originario doveva comprendere un’ulteriore aggiunta, ovverosia altre due guglie da porre sopra le due torri campanarie, proprio per un’uniformità di stile. Tuttavia, malgrado l’accuratezza del progetto, Viollet-le-Duc decise di non realizzare tale intervento, poiché si rese conto che avrebbe alterato in modo troppo radicale l’immagine che i parigini avevano di Notre-Dame fino a quel momento. [5]. Questa specifica vicenda legata alla cattedrale francese risulta di particolare interesse soprattutto per il restauro moderno, che non può prescindere dalla voce dell’opinione pubblica quando si ha a che fare con monumenti di un certo calibro e di una certa eredità storico-artistica.




Disegno della facciata di Notre-Dame progettata da Viollet-le-Duc.

(Fonte: Bibliothèque nationale, Cabinet des Estampes)


Non vi è completa certezza su quale progetto verrà selezionato per la realizzazione di una nuova copertura per Notre-Dame, presumibilmente si opterà per ristabilirne una almeno similare a quella precedente all’incendio; in ogni caso entro il 2021 il Ministero della Cultura francese, in linea con le direttive fornite dal Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, dovrebbe prendere una decisione. Ci si augura solamente che il progetto abbia assoluto rispetto dell’identità storica, artistica e funzionale del monumento. [6]


Fonti: [1] F. Bandarin, Notre-Dame: nel 2021 le ultime decisioni. Ora è tutta in sicurezza e parte il restauro: innovativo o replica dell’antico?, Il Giornale dell’Arte, n. 409, agosto 2020, https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli [2] Redazione di Finestre sull’Arte, Mille querce secolari saranno abbattute per ricostruire Cattedrale di Notre-Dame: un ecocidio?, aprile 2021, disponibile su https://www.finestresullarte.info/attualita/mille-querce-secolari-abbattute-ricostruzione-guglia-notre-dame [3] A. Pinelli, Le ragioni della bellezza, T.2, dalla tarda antichità a Giotto, Loescher Editore, Torino, 2012, p. 286. [4] M. Ciatti, Appunti per un manuale di storia e di teoria del restauro, con la collaborazione di Francesca Martusciello, Edizioni Firenze, 2009, pp. 189-198. [5] Ibidem. [6] Per approfondire alcuni aspetti sulla metodologia moderna del restauro: Francesco Serra, Il paradosso della nave di Teseo: quando possiamo definire “autentica” un’opera d’arte?, TocToc Sardegna, 11 febbraio,

https://www.toctocsardegna.org/post/il-paradosso-della-nave-di-teseo-quando-possiamo-definire-autentica-un-opera-d-arte