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  • Francesco Serra

Indiana Jones, più archeologo o tombarolo?


Alcune settimane fa è stata annunciata l’uscita nelle sale del quinto capitolo della saga cinematografica di Indiana Jones, prevista per giugno 2023.


Avviato nell’ormai lontano 1981, quello di Indiana Jones è un franchise assai longevo e dal successo enorme, per via dell’influenza mediatica che ha avuto nel corso dei decenni nel mondo del cinema e non solo, tanto da essere considerato forse il più celebre nel suo genere avventuroso, specie in termini di ricerca di tesori perduti. La figura di Indiana Jones, professore universitario di archeologia e avventuriero (è quest’ultimo aspetto a prevalere), da sempre interpretato da Harrison Ford, è riuscita così ad appassionare tantissimi individui di ogni età, alimentando una fascinazione per il mestiere dell’archeologo fra il grande pubblico.


Di conseguenza, a molte persone appassionate di storia e avventura, magari pure fra coloro che hanno avuto intenzione di intraprendere degli studi nelle discipline archeologiche, è stata trasmessa l’idea che l’archeologo sia una figura che viva l’avventura pura fra pericoli e ostacoli da superare per andare alla ricerca di manufatti preziosissimi collocati in pericolosi luoghi perduti, raggiungibili solo dai più scaltri attraverso la risoluzione di determinati enigmi. Sicuramente risulta scontato precisare che molti di questi aspetti non corrispondano alla realtà, tuttavia il personaggio di Indiana Jones è comunque riuscito a costruire un pesante mito intorno all’immagine dell’archeologo, tanto da alterarne fortemente, e per certi versi negativamente, la percezione.


Innanzitutto, l’archeologo non ha a che fare minimamente con l’avventura di Indiana Jones, o meglio, non vive quello stesso tipo di avventura così concitato e rischioso, ma non significa che il mestiere sia meno entusiasmante e avvincente. Senza dubbio non si tratta di andare in giro per templi maledetti a competere con tombaroli malviventi che, se ci pensiamo, fanno la stessa identica cosa che fa Jones, ossia depredare un sito archeologico, finendo, spesso e volentieri, per distruggerlo una volta ottenuto il bottino. Dunque, per quanto il nostro protagonista sia un accademico che agisce per interessi più o meno “nobili”, egli va comunque alla ricerca di città perdute e artefatti antichi alla stregua dei suoi stessi antagonisti tombaroli, i quali, non di rado, possono risultare a loro volta degli studiosi. Il problema di questo approccio non è tanto il fatto che qualcuno fra Jones e i suoi nemici si appropri di un oggetto prezioso, quanto piuttosto che quell’oggetto, a prescindere dal suo valore economico, venga decontestualizzato dal luogo in cui è rimasto per secoli o millenni. Infatti, il malinteso più grande e diffuso inerente all’archeologia, ampiamente assecondato dai film di Indiana Jones, è che il suo obiettivo primario sia appunto quello di recuperare antichi manufatti di valore inestimabile. Il vero obiettivo dell’archeologia, ben lontano da ciò, è semmai quello di ricostruire il passato attraverso lo studio scientifico di un determinato contesto.


L’archeologia infatti, questo va ricordato, è una scienza a tutti gli effetti, che si avvale di un rigoroso metodo di ricerca e analisi, e spessissimo deve interfacciarsi con tante altre discipline per ambire il più possibile ad accuratezza e precisione. In linea di massima, la ricostruzione del passato si esercita prevalentemente con uno scavo archeologico, il principale posto di lavoro dell’archeologo, per quanto siano altrettanto importanti anche altri luoghi come il laboratorio e la biblioteca. In estrema sintesi quel che differenzia uno scavo archeologico da una qualsiasi buca in giardino è l’impiego del metodo stratigrafico: ciò significa che l’azione di scavo segue l’andamento dei vari strati del terreno che si sovrappongono fra loro, partendo dal più alto in superficie (in genere, ma non sempre, il più recente cronologicamente) fino al più in basso (in genere quello di formazione più antica), e cercando di procedere più in estensione possibile. Ogni strato nel terreno, a cui si fa corrispondere una fase cronologica, è causato da un’azione di origine antropica o naturale, chiamata dagli archeologi unità stratigrafica, che permette loro di orientarsi nella lettura del contesto. Facendo un esempio semplificato, lo strato di materiale piroclastico accumulatosi a Pompei nel 79 d.C. corrisponde a una fase dell’eruzione del Vesuvio (unità stratigrafica di origine naturale), mentre il lastricato delle strade ricoperto dall’eruzione corrisponde a una fase di vita della città precedente al momento della catastrofe (unità stratigrafica di origine antropica).


Se non si rispettasse l’andamento stratigrafico del terreno risulterebbe assai complicato, se non totalmente impossibile, comprendere l’evoluzione di un determinato contesto di interesse archeologico. Lo scavo archeologico è infatti un’azione distruttiva a tutti gli effetti, dunque irreversibile, pertanto è di fondamentale importanza procedere con cura all’asportazione degli elementi presenti, assieme a una meticolosa documentazione (stesura del diario di scavo, rilievi, campionature, fotografie…). In quest’ottica di ricerca, sullo scavo archeologico non esistono reperti più importanti di altri, almeno in termini di valore economico, e tutti sono fondamentali per la comprensione del contesto, poiché vanno interpretati in relazione alla loro situazione di giacitura. Per tutta questa serie di motivi, dunque, le iconiche scene in cui Jones recupera un tesoro perduto sarebbero metodologicamente sbagliate.


A rimarcare ancora di più il divario tra la figura dell’archeologo e Indiana Jones vi è poi la riservatezza con cui quest’ultimo esercita la sua professione. Prendendo come esempio il primo capitolo della saga Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, vediamo che il nostro protagonista, appena dopo aver concluso una lezione nel campus universitario, incontra due agenti dei servizi segreti americani che lo incaricano di trovare e recuperare l’Arca dell’Alleanza prima che lo facciano i nazisti. Il tutto ovviamente con la massima discrezione e segretezza, pure a costo di commettere illegalità. Al di là dei pretesti fantasiosi per intraprendere un’avventura, bisogna dire che i film di Indiana Jones, almeno i primi della saga, sono ambientati in un’epoca in cui spesso e volentieri l’archeologia veniva piegata alla strumentalizzazione di certe politiche nazionaliste, pertanto capitava in effetti che le ricerche degli archeologi venissero finanziate e dirottate per trovare qualche tipo di “prova” che giustificasse l’ideologia del momento e allo stesso tempo legittimasse la posizione della leadership vigente. In ogni caso, la vera archeologia non deve, e non vuole, essere una scienza segreta preclusa ai più, al contrario, la conoscenza da essa prodotta ha come fine ultimo proprio quello di essere divulgata. Le stesse procedure legate allo svolgimento di uno scavo devono essere assolutamente trasparenti, poiché oltre all’archeologo, che alla fine del suo lavoro dovrà comunque dare un resoconto dei risultati ottenuti, subentrano altre figure professionali (antropologi, restauratori, geologi…) ed enti sia pubblici sia privati, (Soprintendenza archeologica, Comune, Università…), affinché il tutto si compia secondo norma e in sicurezza. Purtroppo, come si può intuire, non è sempre semplice concretizzare questo fine a causa di vari motivi quali, in primis, aspetti burocratici, difficoltà nell’interpretare certi dati emersi dalla ricerca e problematiche legate al processo di comunicazione col grande pubblico, tutti fattori che, talvolta, portano i più ad accusare l’archeologia di tenere nascoste le scoperte fatte o addirittura raccontare falsità. Sicuramente un importante obiettivo degli archeologi per il futuro prossimo sarà quello di trovare un equilibrio fra ricerca scientifica in senso stretto e divulgazione, senza che l’una sovrasti l’altra.


Infine, ci sarebbe un ulteriore aspetto che è proprio di Indiana Jones ma non dell’archeologia, ossia l’eroico individualismo. Sebbene abbia diversi e preziosi alleati che lo supportano nelle sue imprese, di fatto Jones quasi sempre agisce per conto suo, specialmente nei momenti più cruciali delle sue avventure, assumendosi sia i meriti sia le colpe per ciò che compie. Una cosa che non hanno ancora ben capito in molti purtroppo, pure fra gli stessi archeologi, è che l’archeologia è invece un lavoro di squadra. Certo, in una missione archeologica ci deve necessariamente essere una figura che coordini le operazioni e assuma un ruolo di responsabilità, ma uno scavo richiede comunque tempo, fatica e determinazione, non è sempre gratificante, e la sua buona riuscita può avvenire solo attraverso una sana collaborazione fra coloro che vi lavorano, senza competere per cercare di emergere individualmente e risultare i più brillanti o fare a gara a chi trova il reperto più prezioso, poiché a tornare alla luce dal sottosuolo non ci saranno “Atlantidi” perdute o forzieri pieni d’oro, contrariamente a quanto spesso si vuole far credere. Nella maggior parte dei casi a riaffiorare sono infatti strutture semplici e oggetti umili appartenuti a persone altrettanto umili, le quali non compariranno mai sui libri di storia, pur avendo contribuito nel loro piccolo ad aver plasmato il medesimo passato in cui vissero i più blasonati sovrani e condottieri.


La vera essenza del mestiere dell’archeologo è dunque questa, “una catena di persone che si passano secchi pieni di fango”, come disse il Prof. Jacopo Tabolli (coordinatore del precedente scavo a San Casciano dei Bagni), con lo scopo di ridare vita ai contesti del passato, dai più nobili ai più umili.


Bibliografia di riferimento per la metodologia della ricerca archeologica:

Carandini A., Storie dalla terra. Manuale di scavo archeologico, Einaudi, Torino, 2010

Guidi A., I metodi della ricerca archeologica, Editori Laterza, Bari, 2005

Manacorda D., Prima lezione di archeologia, Editori Laterza, Bari, 2004

Manacorda D., Lezioni di Archeologia, Editori Laterza, 2008, Bari, 2008

Tronchetti C., Metodo e strategie dello scavo archeologico, Carocci editore, Roma, 2003


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