• Francesco Serri

L’immenso patrimonio archeologico sardo, una grande opportunità per il futuro


Qualche giorno fa una puntata di “Sapiens – Un solo pianeta”, il programma di Rai3 condotto dal geologo e divulgatore Mario Tozzi, ha percorso un viaggio nel mito dell’Isola di Atlantide. Il filo rosso della puntata erano le parole del filosofo greco Platone, allievo di Socrate e maestro di Aristotele. Platone narra di Atlantide nei dialoghi Timeo e Crizia, scritti intorno al 360 a.C: “Davanti a quella foce che viene chiamata, come dite, Colonne d’Eracle,c'era un'isola. Tale isola, poi, era più grande della Libia e dell'Asia messe insieme, e a coloro che procedevano da essa si offriva un passaggio alle altre isole, e dalle isole a tutto il continente che stava dalla parte opposta, intorno a quello che è veramente mare. [...] In tempi successivi, però essendosi verificati terribili terremoti e diluvi, nel corso di un giorno e di una notte, tutto il complesso dei vostri guerrieri di colpo sprofondò sottoterra, e l'Isola di Atlantide, allo stesso modo sommersa dal mare, scomparve”.

Il documentario viaggiava su due binari: uno seguiva l’ipotesi che associava Atlantide all’attuale isola greca di Santorini, l’antica Thera, con la sua fine decretata dalla catastrofica eruzione vulcanica stimata nella metà del secondo millennio a.C.; l’altro seguiva l’ipotesi che associava Atlantide alla Sardegna, la terra dell’arcaica civiltà nuragica, con la fine dell’isola decretata da un ipotetico potente tsunami che invase il Campidano fino alle giare della Marmilla. Su queste ipotesi si potrebbe dibattere per ore, lasciamo la discussione a storici ed archeologi. Lasciamo anche l’affascinante storia del mito di Atlantide per spostare il focus su qualcosa di più tangibile, che potrebbe offrire innumerevoli opportunità per la Sardegna, e cioè l’immenso patrimonio archeologico lasciatoci in eredità dall’antica civiltà nuragica.

A un certo punto della trasmissione è apparsa una mappa della Sardegna e utilizzando uno strumento per la gestione e condivisione del patrimonio culturale nuragico e prenuragico, il geoportale di “Nurnet – la rete dei Nuraghi (https://www.nurnet.net/)”, è stato posto un punto di colore diverso sulla mappa per ogni Dolmen, Menhir, Domus de Janas, Nuraghe, Pozzo sacro e Tomba dei Giganti. L’Isola è così apparsa tappezzata di siti archeologici. Commentando la mappa, specchio della Sardegna antica nuragica e prenuragica, Mario Tozzi ha definito il tutto “uno scrigno eccezionale, con una densità archeologica di testimonianze che non ha paragoni in nessun’altra parte del mondo”.

Ora, rendendoci conto di avere tra le mani un patrimonio immenso, viene da chiedersi come valorizzare tutto ciò. Molti dei Nuraghi presenti in Sardegna sono ancora in parte, o quasi, totalmente sotterrati. Potrebbero nascere tante opportunità di lavoro avviando campagne di scavi per riportare alla luce almeno una parte di essi. E una volta che questi splendidi giganti di pietra, simbolo della cultura plurimillenaria sarda, siano pronti ad essere visitati sarebbero numerosi i posti da ricoprire per guide e altri addetti all'accoglienza turistica. Non mancherebbero anche le opportunità per i privati con le attività di bar, ristoranti e vendita di souvenir nei luoghi vicini ai siti e ai musei archeologici. Il modello da seguire potrebbe essere quello di “Su Nuraxi” di Barumini, un complesso nuragico scavato tra il 1950 e il 1957 sotto la direzione del noto archeologo baruminese Giovanni Lilliu. Nel 1997 il sito è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Ecco, riuscire a includere tutti i monumenti dell’età nuragica nel patrimonio mondiale dell’umanità sarebbe un passo importante per favorire la visibilità dell’antica civiltà sarda nel mondo.

Infine, le testimonianze archeologiche sono sparse su tutto il territorio sardo, dal Campidano alla Gallura passando per la Barbagia, l’Ogliastra e le coste. Se trasformati in attrazione turistica, i tanti siti divenuti fonte di reddito per le nuove generazioni potrebbero essere fondamentali nella lotta allo spopolamento, un problema sempre più rilevante nei piccoli centri sardi, da cui molti giovani sono costretti a fuggire per trovare opportunità lavorative.