• Francesca Deiana

L’Iran a un anno dall’uccisione di Soleimani


La morte del Generale delle Forze armate Al-Quds, Qasem Soleimani, causata dall’attacco di un drone, per ordine del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e avvenuta il 3 gennaio 2020, aveva suscitato grande preoccupazione in tutto il mondo. Due eventi avevano fatto presagire l’inizio di una nuova guerra: l’annuncio del ritiro di Teheran dagli accordi sulle sue attività nucleari, il cosiddetto Patto di Vienna i cui Stati parti sono Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia, Cina, Stati Uniti (fino al 2018) e l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea; e il successivo attacco alle basi militari statunitensi in Iraq.

A metà gennaio 2020, dopo aver prima negato e poi confermato la morte di 36 persone negli attacchi sferrati alle basi americane in Iraq, il presidente Donald Trump annunciò nuove sanzioni per l’Iran ma dichiarò di non voler usare la forza militare degli Stati Uniti contro Teheran.

Era soltanto l’inizio di quello che sarebbe stato l’annus horribilis dell’Iran.


A marzo 2020, l’Iran è il terzo Paese al Mondo con più contagi da COVID-19; il governo opta per il lockdown totale, che colpisce un’economia già schiacciata dalle sanzioni statunitensi e che deve sostenere una maggiore spesa pubblica per supportare il sistema sanitario. Quest’ultima questione viene affrontata anche dall’allora candidato democratico alla Presidenza americana Joe Biden, che in un comunicato stampa del 3 aprile 2020 dichiara : “(…) Gli Stati Uniti dovrebbero prendere delle misure per offrire l’aiuto che possono alle Nazioni più toccate dal virus, tra cui l’Iran”, dimostrando apertura nei confronti del Paese.

Il lockdown di marzo, tuttavia, determina una diminuzione dei contagi soltanto nel breve periodo; già in estate, infatti, il numero dei contagi aumenta rapidamente comportando un secondo lockdown totale in autunno. Ed è durante il secondo lockdown che il Paese vive un altro importante lutto: il 27 novembre viene ucciso in circostanze non ancora chiare Mohsen Fakhrizadeh, eccellenza iraniana nell’ambito dei programmi nucleari.


A dicembre due buone notizie sembrano far intravedere la luce in fondo al tunnel del 2020. La prima è che il Governatore della Banca Centrale iraniana annuncia di aver concluso un accordo che permetterà all’Iran di avere circa diciassette milioni di dosi di vaccini da COVAX, il programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’accesso globale al vaccino anti COVID-19; la seconda è che ha avuto inizio la prima fase di sperimentazione umana del Coviran Barekat, il vaccino iraniano prodotto grazie all’Eiko (Esecuzione dell’Ordine dell’Imam Khomeini). Il Presidente Hassan Rouhani ha sottolineato come l’esigenza di produrre un vaccino iraniano nasca dalle difficoltà che scaturiscono dalle sanzioni americane.


L’arrivo del vaccino anti COVID 19 e la vittoria delle elezioni presidenziali americane da parte di Joe Biden sembravano poter costituire un 2021 più sereno per l’Iran, ma l’annuncio del 2 Gennaio 2021 dell’intenzione di produrre uranio arricchito al 20% (sei volte tanto quanto era stato accordato nel Patto di Vienna) ha messo in luce come l’assassinio del Capo del corpo armato che più si è distinto nella lotta ai principali gruppi jihadisti del Medio Oriente, ovvero Al-Qaeda, Al-Nusra e l’ISIS, sia una ferita ancora aperta tra gli Iraniani.