• Alessandro Cocco

La morte del mito



Quanto tempo serve per elaborare il lutto? E quanto ne serve se a morire è un mito? Quanto tempo serve per fare i conti con la realtà? Davanti a episodi come quelli di Ravenna è impossibile non porsi queste domande.


Per chi avesse perso la notizia, lo scorso venerdì 16 Luglio, in piazza del Popolo un centinaio di persone provenienti dall'intera provincia, tra i quali numerosi esuli cubani, hanno manifestato contro il regime castrista e contro Miguel Diàz-Canel, in solidarietà con la popolazione cubana scesa in piazza in questi giorni per protestare contro il governo comunista, organizzando quelle che sono le prime manifestazioni antigovernative dall'inizio della dittatura. A Ravenna le forze dell'ordine hanno dovuto presidiare la piazza per assicurarsi che la manifestazione anticastrista non venisse disturbata da un drappello di esponenti dei partiti di estrema sinistra locale, scesi in piazza in difesa del regime, in difesa del loro "sogno". Non sono mancati scambi concitati e momenti di tensione: una foto scattata venerdì mostra una donna di origini cubane discutere animatamente con una ragazza filo-regime. Questi sono tempi incredibili e viverli vuol dire avere il privilegio di osservare alcuni giovani connazionali, mediamente agiati, certamente economicamente analfabeti e con tutta probabilità in bancarotta ideologica, avere il coraggio di difendere una dittatura sanguinaria proprio davanti a chi da quella dittatura è scappato. Persone di origine cubana che hanno dovuto lasciare tutto: vite, familiari, abitazioni. Tutto. Quanto descritto è avvenuto a Ravenna, ma basta aprire i social e sbirciare appena oltre la propria bolla per scoprire che questa solidarietà col regime sanguinario di Castro non è poi così rara. Nel grande libro delle mistificazioni ideologiche, Cuba, i suoi protagonisti e la sua estetica, sono certamente fra gli esempi di maggior successo: il razzista e omofobo Guevara è tutt'oggi creduto simbolo di uguaglianza e tolleranza; la sanità e l'istruzione cubana sono al collasso e tuttavia spuntano costantemente e inspiegabilmente all'interno della retorica socialista internazionale. Accettare il disastro economico, politico, sociale e sanitario prodotto ovunque dal comunismo sembra difficilissimo per coloro che in gioventù si sono lasciati illudere dalle promesse marxiste. Tanto difficile che è più facile credere di poter spiegare il castrismo ad un cubano che dal castrismo è dovuto fuggire. Ad onor del vero questa illusione collettiva non è nuova. Ne scrissero il sociologo ungherese naturalizzato american Paul Hollander nel suo "Pellegrini Politici", e prima ancora Raymond Aron, filosofo francese liberale, nel suo "L'oppio degli intellettuali". Entrambi i libri descrissero in modo affilato e preciso il pensiero impermeabile alla realtà di attivisti, politici, intellettuali, che perfino dopo aver visitato il blocco sovietico non riuscirono a ammettere a loro stessi gli orrori di quel sistema. Nel pieno della guerra fredda non era raro che occidentali simpatetici con il marxismo visitassero i regimi rossi: la Russia di Stalin, Krusciov e Breznev; la Cina di Mao; il Vietnam di Ho Chi Minh. Pur avendo testimoniato le privazioni, le violenze e la miseria, una volta tornati qui, nei loro racconti riuscivano grottescamente a giustificare tutto. Se persino Dio si dice esser morto, a trent'anni dal crollo dell'Unione Sovietica sarebbe lecito attendersi una presa di coscienza. Il mito invece non muore: la volontaria cecità e malafede prosegue, incapace di ammettere a sé stessa di aver creduto in un'idea sbagliata. Così ecco che oggi si difende il regime cubano, mentre tre anni fa appena si difendevano Chavez e Maduro, noncuranti dei soprusi contro i venezuelani. Una riedizione di ciò che successe, qui in Italia, nei confronti dei rumeni in fuga da Ceausescu negli anni '90, o con le repressioni violente contro Budapest nel '56 e a Praga nel '68. Lo fecero, prima ancora, contro gli italiani stessi, in fuga dalle violenze di Tito: nel 1947 i ferroviari bolognesi non vollero far scendere gli istriani esuli da quello che per loro, di fede comunista, era il "treno dei fascisti". Rovesciarono sui binari i banchetti della Croce Rossa, con il latte per i bambini e i pasti caldi per gli esuli. BONUS: Se è impossibile fare a patti con la realtà, serve un capro espiatorio. Gli Stati Uniti sono, in questo caso, un sempreverde. Così i nostri, nel loro giochetto retorico, per non parlare dei crimini, della miseria e della grave situazione sanitaria causati dalla dittatura comunista cubana, parlano del Bloqueo, l'embargo che impedisce al regime di commerciare con gli USA, introdotto a seguito della nazionalizzazione delle imprese americane a Cuba. L'embargo ovviamente lascia inalterato il sistema di rapporti commerciali che Cuba ha con gli altri paesi suoi alleati (Cina, Venezuela, Iran ecc). Non solo: non sanno o fingono di non sapere che l'embargo non si applica a derrate alimentari e medicinali. Implicitamente questi ultimi alfieri del socialismo reale sostengono che la loro utopia marxista ha bisogno del libero mercato per sopravvivere. Siamo davanti all'ennesima vittoria del capitalismo, oggi coronata dal Presidente americano Biden che, con buona pace dell'ala radicale del suo partito, ha definito il socialismo come un "failed system".