• Lorenzo Pucci e Victoria Atzori

La strada non è ancora finita: una chiacchierata con Najeeb Arghistani


L’attenzione del mondo negli ultimi due mesi si è spostata verso l’invasione militare russa in Ucraina, una situazione drammatica che si accoda a tantissimi eventi gravi che negli ultimi due anni hanno sconvolto il mondo. In particolare, c’è l’Afghanistan, di cui abbiamo parlato tanto in precedenza e che nonostante l’insediamento del nuovo governo ha ancora diverse problematiche interne.


Questo lo sa bene Najeeb Arghistani, nato 26 anni fa a Kandahar, cittadino di Kabul e da ormai quattro anni studente in Italia. Al momento è un dottorando presso l’università di Messina, lavora per un e-commerce e fa parte di diverse associazioni di volontariato.

Durante la frenesia che ha portato alla caduta di Kabul e all’esodo di migliaia di cittadini afghani, Najeeb ha cercato in tutti i modi di portare in salvo la sua famiglia dalla capitale afghana. Nonostante le decine di mail e i tentativi fatti con un gruppo di giornalisti, non è però riuscito nel suo intento.


Tuttavia, si è reso conto di come dei piccoli gesti possano cambiare la vita degli altri: non solo è importante far uscire dal Paese le persone che vogliono farlo, ma è fondamentale continuare a sostenere chi arriva nei nuovi Paesi.

Najeeb, dunque, non si è arreso e ha deciso di aiutare coloro che sono riusciti a lasciare l’Afghanistan a rifarsi una nuova vita.

Non è però un lavoro semplice: spesso si parla di persone che non conoscono la lingua del Paese di destinazione, nè tantomeno l’inglese. Questo porta i rifugiati a isolarsi; non poter comunicare rende loro difficile l’integrazione nel nuovo Paese e non permette ai volontari locali di poter aiutare in modo efficace.

Si parla di giovani, di ragazze e ragazzi che in Afghanistan vivevano la propria vita e avevano dei sogni o dei piani per il proprio futuro. Ripartire da zero in un non è semplice e senza il giusto supporto in tanti hanno dovuto abbandonare i propri obiettivi per accontentarsi di ciò che il nuovo Paese ha potuto offrire. Abbiamo chiesto a Najeeb che consiglio darebbe a un ragazzo che arriva per la prima volta in Italia, la sua risposta è stata: "Non bisogna perdere la speranza perché la strada non è ancora finita”.


Najeeb collabora con due progetti di volontariato: uno permette ai bambini afghani di andare a scuola e di non dover lavorare, l’altro aiuta le donne arrivate in Italia a imparare la lingua italiana e a trovare lavoro.

Abbiamo avuto modo di parlare della situazione attuale del Paese, diventata un piccolo margine nella cronaca internazionale. Il giovane volontario ha confermato che in questo momento in Afghanistan c’è una gravissima crisi alimentare e la povertà dilaga, ma che nonostante questo c’è una grande speranza sul miglioramento della situazione.

Najeeb ci ha anche parlato della sua infanzia nel Paese e a una domanda sulla pace ha risposto: "In 26 anni di vita non ho ricordi della pace in Afghanistan. Quando tornavo da scuola mia madre era sempre affacciata alla finestra per paura che potesse accadere qualcosa lungo il tragitto di rientro".


Abbiamo parlato anche dell’attualità e di doppi standard. In questo momento l’Unione Europea ha attuato delle misure mai viste prima per fronteggiare la crisi migratoria ai confini con l’Ucraina. Quando però i profughi erano decisamente meno, ma provenivano dalla Bielorussia, nessuno ha mosso un dito e diverse persone sono morte assiderate, e ancora oggi i profughi sono bloccati e non possono passare la frontiera. È per lo più in Polonia che in base al confine si nota una disparità di trattamento: dal confine ucraino c’è quasi un libero accesso, anche se come abbiamo visto in un precedente articolo ci sono stati episodi di razzismo [1][2], mentre dal confine bielorusso l’entrata è al momento sbarrata ed è in corso la costruzione di un muro per limitare l’ingresso dei migranti.


A tal proposito Najeeb ha detto che la crisi ucraina ha messo in luce una disparità di trattamento che non dovrebbe esserci. “Io mi sento molto vicino al popolo ucraino proprio perché la mia famiglia ha vissuto qualcosa di simile”. Questa crisi ha fatto uscire allo scoperto i pregiudizi che si hanno verso le popolazioni dell’Africa, del Medio-Oriente, dell’Asia. "Non c’è motivo di discriminare il dolore, tutte queste persone - ha aggiunto Najeeb - scappano dalla guerra e hanno ugualmente bisogno di aiuto. Quello che vogliamo per noi stessi lo dobbiamo volere anche per loro”.


Fonti:

[1] Davide Casula, Abbandonare la propria terra, TocToc Sardegna, 6 marzo 2022, https://www.toctocsardegna.org/post/abbandonare-la-propria-terra

[2] Lorenzo Pucci e Victoria Atzori, Europa solidale o classismo umanitario?, TocToc Sardegna, 8 marzo 2022, https://www.toctocsardegna.org/post/europa-solidale-o-classismo-umanitario