• Francesca Deiana

Lo smartworking debilita l’uomo


Nel secondo trimestre del 2019 soltanto il 4,6% della popolazione attiva lavorava in modalità smartworking o, in Italiano, lavoro agile. Nei mesi del lockdown del 2020 ben il 47% hanno lavorato secondo questa modalità.


Questi dati ci danno la percezione di quanto sia stato repentino il passaggio dalla modalità del lavoro in presenza, quella più tradizionale, a quella del lavoro agile. La parola smartworking è entrata nel linguaggio quotidiano altrettanto repentinamente. L’Ordinamento italiano riconosce il lavoro agile dal 2017, precisamente all’articolo 26 della Legge n.81/2017, definendolo come una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obbiettivi, stabiliti mediante accordo tra dipendenti e datore di lavoro”.


Con la circolare n.48/2017 l’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL) ha chiarito come sia prevista la tutela in caso di infortuni e malattie professionali. Dal 1992, tuttavia, ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della Legge n.104/1992, hanno diritto ad avvalersi del lavoro agile tutti i dipendenti pubblici e privati che siano in possesso di certificazione che attesti immunodepressione, patologie oncologiche, che siano sottoposti a terapie salvavita o che siano in possesso del riconoscimento di disabilità; la Legge del 18 dicembre 2020 n.176 estende tale diritto anche ai genitori di un minore di sedici anni che sia stato sottoposto a quarantena preventiva da COVID-19 o al quale sia stata sospesa la didattica in presenza. L’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale ha anche chiarito come in caso di positività al COVID-19 il lavoratore in modalità smartworking abbia diritto alla tutela previdenziale della malattia.

Con la garanzia di orari flessibili, possibilità di passare più tempo in casa e avere più tempo per se stessi e/o per i propri figli e non dover viaggiare per raggiungere il posto di lavoro, lo smartworking sembra essere la modalità sognata da tutti i lavoratori. Eppure i fattori che vengono percepiti come positivi da chi lavora in presenza sono gli stessi che scatenano quello che la psicologia chiama Burnout.


Secondo uno studio condotto da Monster.com, uno dei principali siti di ricerca del lavoro, su un campione di tre milioni di intervistati tra il Nord America, l’Europa e il Medio Oriente, il 69% è risultato affetto da "sindrome di Burnout", che si sviluppa in quattro fasi. Effettivamente, la prima fase è caratterizzata da un profondo entusiasmo e una grande motivazione derivante dall’idea della nuova e allettante modalità di lavoro; successivamente, subentra la seconda fase caratterizzata dalla disillusione; ciò scatena poi la terza fase, in cui è riscontrabile un senso di frustrazione e un senso di inutilità per poi determinare la quarta fase, ovvero l’apatia totale.


I sintomi più comuni sono suscettibilità, scarsa autostima e senso di colpa, ma il burnout può emergere anche sotto forma di sintomi somatici, tra questi la gastrite, insonnia, cefalea ma anche disturbi visivi.

La disillusione è determinata dal fatto che lo smartworking è tutt’altro che la modalità di lavoro dei sogni: secondo gli studi, si lavora tra l’una e le tre ore in più rispetto alla modalità tradizionale, ciò perché si fanno più riunioni e si mandano e si ricevono più email, a tutte le ore del giorno. L’incapacità di far fronte a tutti gli incarichi lavorativi innesca il senso di frustrazione e inutilità. La flessibilità dell’orario, quindi, che sembra poter costituire un’ottima opportunità per prendersi cura di sé, comporta nella realtà l’impossibilità di disconnettersi dal lavoro.


Il sito internet del Gruppo San Donato, il gruppo a cui fa capo l’ospedale San Raffaele, ha redatto cinque strategie da mettere in atto nella quotidianità per scongiurare la comparsa del burnout:

  1. Organizzare e definire gli orari lavorativi, stabilire un orario di inizio e uno di fine calcolando una pausa pranzo adeguata. Non rispondere al telefono/messaggi/email dopo l’orario stabilito.

  2. Fissarsi obbiettivi ragionevoli, senza pretendere troppo da se stessi.

  3. Definire una lista di priorità tra i lavori e progetti da fare.

  4. Lavorare in uno spazio definito, in modo da cambiare ambiente alla fine delle ore di lavoro.

  5. Trascorrere del tempo all’aria aperta.

Nonostante un Italiano su tre abbia un disturbo mentale, la salute mentale in Italia è totalmente sottovalutata rispetto alla salute del fisico; due grandi ostacoli alla presa di coscienza del problema sono:

  • i pochi fondi, le ASL destinano soltanto il 3% dei loro budget alla salute mentale, contro la media dell’8% stanziata da Francia, Germania e Gran Bretagna;

  • lo stigma sociale.

Non solo al salute fisica, ma anche la salute mentale dei lavoratori ha un impatto sulla produttività del Paese e tale questione dovrebbe essere presa in considerazione in un periodo di affanno economico come quello che stiamo vivendo, perché da ciò dipenderà anche la ripresa in era post-COVID.


Fonti:

[1] Yes, you can still burn out—even while working from home, Master.com,

https://www.monster.com/career-advice/article/overworked

[2] Giulia Berta, Svantaggi dello Smart Working, 16 marzo 2020

https://psicologi-online.it/svantaggi-dello-smart-working/

[3] Silvia Brocca, Stress da lavoro correlato: la sindrome di burnout. Cos'è e come si cura, 24 gennaio 2021, https://www.guidapsicologi.it/articoli/stress-da-lavoro-correlato-la-sindrome-di-burnout-cose-e-come-si-cura

[4] Sindrome da burnout e smartworking: cos’è e come prevenirla, 2 febbraio 2021, https://www.grupposandonato.it/news/2021/febbraio/

[5] Covid-19 e quarantena: chiarimenti sulla tutela della malattia, INPS, 12 ottobre 2020, https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=54279