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Lo strano caso delle matricole del 2020


Il nostro è un mondo multiforme, spesso ai limiti del paradossale. Quest’anno poi, con le sue disgrazie certamente ha sconvolto la vita a tutti noi, provocando un cambiamento inevitabile più o meno permanente nei nostri modi di vedere la vita. Ma, oltre i danni più evidenti che la situazione ha inflitto alla popolazione globale, sarebbe doveroso fare uno zoom più nel particolare. Sappiamo tutti come l’universo scolastico abbia patito in particolar modo la situazione della pandemia: i bambini e gli adolescenti sono stati privati dell’aspetto sociale dell’apprendimento. Tuttavia, una tipologia di disagio degno di nota è la situazione di quelle persone che hanno sui diciotto/diciannove anni. Infatti, questi “adulti-bambini”, quest’estate hanno dovuto prendere una decisione e rispondere alla fatidica domanda: “Che cosa voglio fare da grande?”. Molte volte non hanno saputo dare una risposta, perchè in quest’estate, che è stata soltanto la tregua tra un lockdown e un altro, non hanno voluto non pensare a decisioni così permanenti. Adesso però, con l'inverno alle porte, hanno dovuto cominciare una nuova avventura. Sono neofiti di un nuovo universo che li ha accolti con un arido trattamento. Si sono dovuti avventurare nel mondo universitario. Un mondo completamente diverso da quello a cui erano abituati fin da bambini. Un ambiente che ti mette la vita nelle mani e ti dice “Ora sei padrone e responsabile delle tue scelte”. Un’esclamazione che lascia l'amaro in bocca. Molti di queste giovani donne e di questi giovani uomini non si sentono pronti per questa nuova sfida, si sentono come privati di un pezzo dell’anno più spensierato della loro vita. Stanno compiendo i primi passi nel mondo degli adulti con gli occhi bendati. Quante, delle persone che stanno leggendo queste poche parole messe in fila, ricorderanno i primi giorni universitari come una continua scoperta di nuove persone con interessi in comune; l’affrontare insieme i primi esami, quel nascere di amori e amicizie durature. Questo nuovo capitolo della loro vita gli ha dato il benvenuto con le fattezze di un computer. Lasciandoli spesso spaesati, disorienti davanti alle difficoltà di ambientarsi in una diversa dimensione. Anche se di fatto da aprile a dicembre poco è cambiato. Sono sempre chiusi nella loro stanza, con la compagnia dei libri da studiare, e se possibile, sono ancora più soli di prima. Non hanno più il supporto reciproco dei compagni, anzi colleghi. Li accompagna la voce gracchiante del nuovo professore, la sua faccia spezzettata in un mosaico di pixel, che è troppo distante, non solo fisicamente. Quella dei ragazzi classe 2001 sarà una generazione inevitabilmente provata, in un modo che le altre non potranno capire. Sarà una generazione la cui condizione psicologica probabilmente è stata minata irrimediabilmente. Sono persone che entrano in un mondo che li vede soltanto come scatole contenitrici di sapere e niente più. “Studia, o non andrai da nessuna parte”. Il leitmotiv di questo pazzo e ossimorico mondo. Però lo studio sta perdendo ogni lato interessante, in una condizione come quella che stiamo vivendo si sentono solo come futuri freddi esecutori, non come teste pensanti. Persino Quintiliano in età antica elevava il fattore sociale dell'apprendimento come discriminante fondamentale di quest'ultimo. Se ne verranno fuori persone migliori non possiamo saperlo con certezza. Ci resta solo il compito di non sottovalutare le ripercussioni che sta avendo questa situazione sulle nostre menti, e su quelle dei nostri ragazzi.


Foto: Il Mattino