• Alessandro Manno

Moriamo tutti democristiani


Nella serata di ieri, 21 giugno, il Movimento 5 Stelle ha subito la più importante scissione da quando è entrato in Parlamento, nell’ormai lontano 2013. Al termine di una serie di dichiarazioni taglienti, minacce più o meno velate e discussioni interne, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha annunciato la sua uscita dal Movimento insieme a 50 deputati e 11 senatori che formeranno nei due rami del Parlamento dei gruppi parlamentari autonomi.


Nel suo discorso Di Maio ha ribadito più volte quanto la sua decisione di abbandonare il Movimento che lo aveva avvicinato alla politica sia stata dettata dalle posizioni ambigue del M5S e del suo capo politico, l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in merito al conflitto russo-ucraino e all’invio di armi al Governo di Kiev. Proprio il confronto/scontro sulla risoluzione che autorizzava un nuovo invio di armamenti avrebbe portato alla spaccatura. Non sono mancati i riferimenti ai valori europeisti e atlantisti, unico baluardo contro l’avanzata della Russia di Putin, e alla Costituzione repubblicana. Il ricordo al defunto Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e il rinnovato appoggio al governo Draghi hanno chiuso il discorso più governista mai pronunciato da Luigi Di Maio in questi anni di esperienza politica.


Questi sono molto in breve i punti salienti di quanto accaduto ieri a Roma e ancora tanti aspetti di questa vicenda sono da chiarire. È complesso prevedere quanto questa scelta avrà delle ripercussioni sul Governo di Mario Draghi.


Al momento tutti i riflettori sono puntati sul ragazzo (ormai neanche più di tanto) di Pomigliano D’Arco che nel giro di otto anni ha occupato un posto nel ballo dei grandi della politica italiana. Fa sorridere immaginare il Di Maio di pochi anni fa che orgoglioso sul balcone annunciava di aver “abolito la povertà”, parlamentare sconosciuto che con il tempo capiva come funzionava il giocattolo della politica, iniziava ad apprezzare i dibattiti televisivi, scalava le gerarchie del Movimento 5 Stelle sino a diventare Vice-Presidente del Consiglio del Governo più anti-europeista della storia repubblicana e infine ministro degli Esteri del Governo guidato dall’uomo che l’Unione Europea aveva contribuito a salvarla con quel “Whatever it takes” che rassicurò i mercati.


Luci e ombre, risate e lacrime, gaffe e studio sui dossier. Luigi Di Maio che piaccia o meno è il simbolo della stagione politica che abbiamo vissuto e che viviamo ancora in questi anni. La politica dell’“Uno vale uno” e “Basta essere onesti per poter governare”, l’idea che bisognava cambiare i volti per poter creare un nuovo modo di intendere la politica infischiandosene dei suoi riti e delle sue tempistiche. Ma se da un lato l’ascesa Di Maio è figlia di quel modo di vedere la politica, il suo cambiamento (qualcuno direbbe “trasformismo”) e la sua evoluzione in uomo dello Stato sono il risultato del perfetto funzionamento delle nostre istituzioni e della capacità che la Repubblica ha di auto-selezionare i propri rappresentanti in un sistema che può sembrare crudele ma porta a adattarsi alle regole oppure a essere spazzato via.


Di Maio l’ha capito: è entrato alla Farnesina senza sapere nulla di cosa volesse dire guidare un ministero tanto importante, quello degli Esteri, affidandosi a chi da anni lavorava e lavora nell’ombra per garantire la stabilità dello Stato. Ha studiato e si è lasciato consigliare da chi quella macchina istituzionale la conosce come le sue tasche. Il vivere nelle istituzioni lo ha portato a leggere un discorso con voce chiara, dove ha ammesso molti errori suoi e del Movimento di cui ha fatto parte e dove ha messo fine all’esperienza del Movimento 5 Stelle come primo gruppo parlamentare per numero di deputati e senatori. Forse ponendo fine anche all’esistenza del Movimento come soggetto politico.


A 35 anni le vite di Luigi Di Maio sono già state molteplici e nella sua carriera politica possiamo ripercorrere la storia politica italiana degli ultimi anni. Ma la sua non è un fallimento della nostra politica. Oserei dire che è un successo.


Nasci incendiario. Muori pompiere. Nasci che vuoi aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Muori democristiano. Muori che ormai sei un uomo delle istituzioni, che possa piacere o no. È la prova che il nostro sistema democratico repubblicano ha ancora gli anticorpi al populismo.


È il cerchio della vita della politica italiana, bellezza!


Nessuno può sfuggirgli.


Fonte copertina: https://cdn.pagellapolitica.it/