• Piero Grimaldi

Myanmar, un anno dopo


Ci siamo lasciati ormai un anno fa con le immagini dei militari che interrompevano la registrazione di un programma della tv locale e con la parata verso gli edifici governativi.

Oggigiorno il Myanmar è un Paese frammentato e colmo di divisioni interne causate da una forte crisi economica e sociale dovuta, oltre che dalla pandemia, dalla guerra civile che sta mettendo in ginocchio il Paese.


Gli schieramenti principali sono ad ovest; alle 35 milizie locali vicine al PDF “People’s Defence Force” si sono affiancate altre milizie territoriali più organizzate come il KNPP (Karnni National Progressive Party), il CNF (Chin National Front), il KIA (Kachin Indipendence Army), e il KNO (Krean National Union). Lo schieramento che lotta per deporre i generali conta nelle varie formazioni 40mila uomini, di cui 20mila appartenenti al PDF, oltre a varii gruppi appartenenti alla Resistenza Armata della Birmania che conta tra i 60 e gli 80mila uomini. Tutte queste forze formano l'ultima frontiera contro la dittatura militare dei Tatmadaw. [1]

Nel mentre ad ovest il Paese è attorniato dalla morsa dei narcotrafficanti che esportano metanfetamina tra Laos, Tailandia, India e Bangladesh. [2][3]

La guerra civile non si ferma ai soli scontri tra PDF e NUG (Governo di Unità Nazionale) da una parte e i militari del Tatmadaw dall'altra, ma arriva anche nelle piazze del Paese, dove i più giovani appartenenti alla Generazione Z (14/24 anni) hanno iniziato a lottare per i loro diritti, tra cui l’istruzione, la pace e la democrazia.


Stando agli ultimi accertamenti condotti da Save the Children, tra bombardamenti e la chiusura delle scuole, sono stati costretti ad abbandonare le proprie case oltre 150mila bambini, e stando ai report delle Nazioni Unite, oltre 450mila sono attualmente sfollati, con una crescita superiore al 27% solo nell’ultimo mese. [4]

Dal punto di vista economico le perdite ammontano a circa il 30% rispetto all’anno precedente. In tutto questo i partner stranieri (USA e Francia) si sono limitati a ritirare le proprie compagnie energetiche come ad esempio la Total (francese); alcune ragioni attribuibili a tale “disinteresse” sono da ricercare nel rovesciamento di potere in Afghanistan e nella crisi in Ukraina.

Non stupisce neppure l’indifferenza, dei media internazionali nei confronti di questi temi, a cui viene data risonanza solo nella prima fase della crisi, senza raccontare le conseguenze che tali eventi possono portare ad una intera popolazione che rischia ogni giorno la propria vita per un’ideale chiamato libertà.


Fonti:

[1] Francesca Baronio, Myanmar, un anno dopo: cala il buio, sale la tensione, ISPI, 1 febbraio 2022, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/myanmar-un-anno-dopo-cala-il-buio-sale-la-tensione-33045

[2] Francesco Maria Trinchese, Myanmar, come il colpo di Stato ha favorito il narcotraffico, Eastwest, 2 febbraio 2022, https://eastwest.eu/it/myanmar-droga-triangolo-doro/

[3] Fabio Polese, Myanmar: a un anno dal colpo di Stato esplode il mercato della droga, Osservatorio Diritti, 1 febbraio 2022, https://www.osservatoriodiritti.it/2022/02/01/myanmar-colpo-di-stato-oggi/

[4] Save the Children, Myanmar: un anno dopo dal colpo di stato, 28 gennaio 2022, https://www.savethechildren.it/blog-notizie/myanmar-un-anno-dal-colpo-di-stato


Immagine copertina: Docenti e studenti protestano contro il golpe militare. Yangon, Myanmar, 6 Febbraio 2021 (Open)

Foto articolo: Manifestanti, Myanmar, 14 marzo 2021 (ANSA)