• Francesca Deiana

Nomen est omen: il nome di un Paese può dire qualcosa della sua politica?


Foto: Wikipedia


Nel 221 a.C Qin Shi Huangdi diventa imperatore della Cina e segna non solo l’inizio della Cina imperiale, ma anche l’inizio del regno della dinastia dei Qin, il cui nome darà origine alla denominazione occidentale di “China”, “Cina”, “Chine”.


Il nome cinese di “Cina” è, tuttavia, Zhongguo, che letteralmente significa “Paese del centro”, conferendo una marcata importanza alla centralità politica e sociale del Paese rispetto alle altre popolazioni. Questa concezione è espressa dal termine “Sinocentrismo” ed è strettamente connesso al concetto di Tianxia, che letteralmente significa “Tutto ciò che sta sotto il cielo” (Franco Mazzei e Vittorio Volpi, Asia al centro, Università Bocconi editore). Colui che governava veniva chiamato Tianzi (figlio del cielo) e per farlo riceveva il tianming, il “Mandato del cielo”; fuori dallo Zhongguo c’era il regno delle barbarie, le popolazioni diverse da quella cinese che erano in condizione subordinata rispetto a questa e soltanto chi lo riconosceva era un essere degno e civile.


Il sinocentrismo costituisce il punto di partenza da cui era stato elaborato il sistema tributario, ovvero il sistema di relazioni internazionali portato avanti dalla Cina e basato sul tributo che gli altri Paesi pagavano a essa in cambio di protezione e della possibilità di intrattenervi rapporti commerciali. Il sistema tributario prevedeva che la Cina controllasse, inoltre, i rapporti internazionali di questi Paesi e lasciasse loro l’esercizio della sovranità soltanto sulle questioni interne; fu portato avanti fino alla metà dell’Ottocento, quando nella regione si insediò la presenza europea.


La fine del sinocentrismo venne, poi, confermata dal Trattato di Shimonoseky, con cui il Giappone, Paese che fino ad allora era stato vassallo della Cina, impose al Paese del centro la rinuncia del rapporto tributario con Taiwan, con le Pescadores e con la Corea; il 1895 dà inizio a quello che la Cina ha ribattezzato “Il secolo dell’umiliazione e della vergogna”. La nascita della Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nel 1949, ha rappresentato in qualche modo il riscatto, quasi come se quel nome, Zhongguo, portasse con sé un presagio.


Dagli anni Cinquanta all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso l’ammissione della Repubblica Popolare Cinese all'interno dell'ONU (avvenuta nel 1971) è stato motivo di dibattito all’Assemblea Generale; è tuttavia negli anni più recenti che la Cina ha ricevuto una grande attenzione, ritagliandosi un ruolo man mano sempre più centrale all’interno della comunità internazionale.

Ciò è stato possibile, in primo luogo, grazie all’inversione di rotta nella gestione delle relazioni internazionali: negli anni Novanta la Cina ha superato l’avversione al multilateralismo e al multipolarismo dimostrando una maggiore partecipazione nelle organizzazioni regionali e internazionali di cui faceva parte (per esempio, dal 2015 è il secondo Paese per contributi finanziari alle Nazioni Unite); in secondo luogo grazie al “miracolo economico” di cui è stata protagonista.


Il 2020 ha visto la Cina “al centro” per motivazioni che mai nessuno si sarebbe aspettato e mai il presidente Xi Jimping, attento a portare avanti il “sogno cinese” del rinnovamento della Nazione, avrebbe voluto, soprattutto perché nel 2021 ricadono due anniversari importantissimi per la Cina: i cinquant’anni dall’ammissione della Repubblica Popolare cinese alle Nazioni Unite e i cento anni dalla fondazione del Partito Comunista cinese. Il 2021, invece, si è aperto con l’arrivo a Wuhan degli ispettori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità inviati per indagare sulle modalità con cui il COVID-19 è stato trasmesso dal mondo animale all’uomo e se esiste una qualche responsabilità cinese. Non sappiamo a quali domande gli ispettori dell’OMS troveranno risposta ma ci sono buone probabilità che la Cina si trovi, seppur per ragioni che eviterebbe volentieri e che non ha perseguito volontariamente, al centro anche in questo 2021.


Fonte: Franco Mazzei e Vittorio Volpi, Asia al centro, Università Bocconi editore