• Matteo Cardia

Non è colpa della cancel culture: il caso della Howard University


La Howard University di Washington DC è una delle più importanti università statunitensi. [1] Ha acquisito questo status nel tempo, soprattutto perché è definita da tanti come la “Harvard nera”. Gli afroamericani hanno trovato tra le mura dell’università un luogo di rifugio per il proprio pensiero, un ascensore sociale anche quando la minoranza era sottomessa a discriminazioni considerate legali. Una particolarità dell’ateneo, sin dalla sua nascita, è stata avere al suo interno un dipartimento di studi classici: gli autori latini e greci sono stati la base della forma mentis di centinaia e centinaia di studenti dal 1867 fino ad oggi, influenzando però anche i percorsi degli altri studenti del college.


A questa pagina di storia la Howard University ha deciso di mettere fine. Stop al dipartimento e smistamento delle materie tra i differenti corsi di studio di vario grado del college, così come di parte del personale. [2]

“La decisione è parte degli sforzi di prioritizzazione” afferma l’università, in una parte della comunicazione riportata dalla Society for Classical Studies – associazione del dipartimento di studi classici – che si è dichiarata comunque pronta a sostenere gli studenti e tutti i componenti della facoltà. [3] Confermata dal board dell’università in autunno e annunciata per l’autunno 2021, la chiusura segue anni di ridimensionamento del dipartimento, iniziato nel 2009: niente più Major, lo studio principale perseguibile all’università, ma solo Minor – il campo di studio secondario – in greco, latino o civiltà classica. [4] Poche immatricolazioni, scarso interesse, ma anche contemporaneizzazione delle tematiche trattate sono gli altri punti a cui il presidente di Howard Wayne A. Frederick si è appellato nel giustificare il provvedimento preso. [5]


La scelta però non ha ricevuto risposte positive. In primis, gli studenti si sono mossi per cercare di far cambiare posizione al rettore Anthony K. Wutoh, prima attraverso delle lettere in cui mettevano in luce l’importanza degli studi classici per la comprensione della storia afroamericana, poi affidandosi a una petizione online che ha superato già le 5000 firme. [6] La presa di posizione più forte, tuttavia, è stata quella del filosofo, attivista e professore di Harvard, Cornel West [7], che insieme a Jeremy Tate, fondatore e direttore generale della Classic Learning Test [8], ha scritto un editoriale sul Washington Post in cui ha definito la scelta come una «catastrofe spirituale». Nel lungo articolo, i due autori affermano che attraverso l’abolizione del dipartimento il messaggio mandato è inquietante, in un momento in cui la cultura occidentale viene considerata come irrilevante, mettendone in luce solo gli aspetti negativi. Ma il discorso non si focalizza sul contrasto alla cancel culture, come invece erroneamente hanno riportato il Corriere della Sera e Huffington Post [9] – che non hanno parlato neanche dello spostamento dei corsi in altri dipartimenti – ma sulla errata concezione di istruzione:


“Questo è il risultato di un enorme fallimento in tutto il Paese nella “scolarizzazione”, che ad oggi non è altro che l’acquisizione di capacità, di etichette e di linguaggio specifico. La scolarizzazione non è l’insegnamento. L’insegnamento estrae da ogni persona la sua unicità, per far sì che possa diventare tutto ciò che vuole, sotto la luce della sua irriducibile singolarità […]. La rimozione dei classici è un segno che noi, come cultura, abbiamo abbracciato – sin dalla più giovane età – una scolarizzazione utilitaristica al posto di un’educazione basata sulla formazione dell’animo”. [10]


La principale testata italiana, e a seguire le altre che hanno riportato la notizia, hanno così tralasciato un pezzo importante della discussione portata avanti da West e Tate, e messo in ombra il malcontento degli studenti. Tutto per una titolazione che colpisse e scandalizzasse i lettori italiani.


“È una di quelle decisioni che in Europa vengono guardate con scoramento e che gli accademici americani tendono però a commentare con prudenza per non essere accusati di collaborazionismo con quelli che vengono visti come antichi suprematisti bianchi, fautori di schiavitù e patriarcato, e per questo da cancellare al più presto dai vari curricula accademici, rimpiazzati da autori esplicitamente antirazzisti, femministi, intersezionali”. [11]


Un racconto parziale della vicenda, marcato più da opinioni che da fatti, orientato più al clickbait che al dovere di informare. Un passo falso, soprattutto per chi aderisce al TrustProject come il CorSera. [12] L’onda lunga del revisionismo nei confronti della cultura classica, rafforzatosi dopo le proteste del movimento Black Lives Matter di quest’estate – fino ad arrivare a degli estremi poco condivisibili - rientra nel caso raccontato, ma diversamente da come si è fatto intendere. West e Tate affermano quanto sia pericolosa una scelta del genere in un periodo in cui è complicato dare credito alla cultura classica, parlano di decadimento morale e di come, in realtà, l’approccio della cultura classica sia connesso alla “Black experience”.


Il discorso è quindi più complesso di come è stato riportato, perché la critica principale rimane un’altra: soft skills e utilità economica sono divenuti predominanti nella formazione degli studenti universitari e non solo. Togliere l’opportunità di studiare e di confrontarsi con il pensiero raccolto nei grandi classici è come negare la possibilità di mettere alla prova sé stessi e il proprio spirito. Perché, concludono West e Tate, “Studiare i classici e le radici della nostra civiltà è il mezzo per trovare la nostra vera voce. È il modo in cui diventiamo noi stessi, spiritualmente liberi e moralmente grandi”.


Quello della Howard è una decisione che fa male all’intera università e un altro colpo basso, indiretto, allo studio della cultura classica e alla sua importanza. Stavolta però, la voglia di cambiare in maniera forzosa le letture del passato non c’entra. Forzare la mano nel riportare la notizia non fa altro che dare concretezza alle divisioni tra le parti, a polarizzarle sempre di più, senza che si arrivi a una soluzione positiva delle controversie. E soprattutto, indebolisce quel rapporto di fiducia tra giornalista e lettore, che sta alla base di chi dedica la propria vita ad informare gli altri.


Fonti: [1] https://home.howard.edu/ [2] https://www.washingtonpost.com/education/2021/04/20/howard-university-classics-department-dissolve/ [3] https://classicalstudies.org/scs-news/classics-howard-university [4] https://www.nytimes.com/2021/04/25/us/howard-classics-department.html [5] https://www.youtube.com/watch?v=0cvgNXkQ6Ec [6] https://www.nytimes.com/2021/04/25/us/howard-classics-department.html [7] https://en.wikipedia.org/wiki/Cornel_West [8] https://en.wikipedia.org/wiki/Classic_Learning_Test [9] https://www.huffingtonpost.it/entry/gli-studi-classici-sono-suprematisti-luniversita-di-kamala-harris-li-cancella_it_60868503e4b0ccb91c26fe6e?ref=fbpr&fbclid=IwAR2KRLwnpeDRNJYFH6F8IWGPvcL_rUVMjb6fcdk0jhvacugJ6DI5MbIl9ZE [10] https://www.washingtonpost.com/opinions/2021/04/19/cornel-west-howard-classics/ [11] https://www.corriere.it/esteri/21_aprile_20/howard-university-l-ateno-simbolo-afroamericani-cancella-studi-classici-dcef8b3a-a206-11eb-b3ed-ee5b64f415b7.shtml [12] https://thetrustproject.org/