• Francesco Serra

Non di solo panem (et circenses) vivrà l’uomo


«[...] [il popolo] due sole cose ansiosamente desidera:

il pane e i giochi circensi»


Così Giovenale nelle Saturae (X, 81) esprimeva il suo parere, con malcelata indignazione, sulla plebe romana fra I e II secolo d.C. Nonostante si trovasse a vivere e a scrivere in un’epoca storica di concreta ascesa socioeconomica, l’autore latino ci descrive il popolo del suo tempo come una massa rozza, parassitaria, decaduta moralmente e corrotta nei costumi, pronta a farsi sentire solamente per assicurarsi il sostentamento minimo indispensabile e l’intrattenimento attraverso i grandi giochi pubblici.


Panem et circenses, appunto, una locuzione latina entrata nel parlare di ogni tempo per indicare il modo attraverso cui i governi demagogici del momento accontentavano il popolo e contemporaneamente frenavano eventuali insurrezioni innescate dal basso. In effetti, che si tratti di esultare sugli spalti dell’Anfiteatro Flavio per un affondo del gladiatore Prisco o di esultare per il goal di Bonucci al 67’ sugli spalti del Wembley Stadium, la gente ha sempre trovato un senso di appagamento e soddisfazione nel momento in cui si trovava ad assistere in prima persona (ma anche per via indiretta) a un evento ludico spettacolarizzato, mettendo da parte tutti i doveri e le preoccupazioni della vita quotidiana. Tuttavia, guardando con più attenzione le dinamiche e i fatti storici, ci renderemmo conto che l’ambito circensis non era semplicemente un’occasione per tenere a bada la massa popolana, bensì qualcosa di più fine e studiato dai vari attori sociali.


Innanzitutto, l’attirare spettatori ovviamente attirava anche guadagno, un aspetto tanto scontato e attuale quanto antico. Infatti, in una qualsiasi città del mondo antico dotata di strutture per gli spettacoli, il popolo che vi si riversava faceva incrementare il business cittadino non solo pagando il prezzo del “biglietto” all’entrata (che spesso in età ellenistica e romana veniva elargito direttamente dai governatori locali e dagli evergeti), ma anche semplicemente soggiornando nel centro urbano ospitante i giochi, diventando parte attiva di varie forme di profitto. Non è un caso tra l’altro che proprio a ridosso delle costruzioni circensi, se non proprio all’interno delle loro arcate, vi stazionassero negozi e botteghe. [1] Appare superfluo evidenziare quanto questo fattore sia tutt’oggi fondante nell’ambito delle competizioni sportive.

Ricostruzione del Circo Massimo a Roma nel I secolo d.C.

(Fonte: RomanoImpero)


Un altro aspetto legato agli interessi intorno ai ludi di ieri e di oggi, che forse risulta meno scontato e passa più in sordina, è quello dell’autorappresentazione e della propaganda di immagine. Per comprendere meglio tale concetto, appare eloquente il caso dell’Ippodromo di Costantinopoli, del quale sopravvive ancora qualche imponente traccia nell’odierna Istanbul. Costruito forse già dall’imperatore romano Settimio Severo alla fine del II secolo d.C., l’Ippodromo era un colossale stadio destinato alle corse dei carri collocato nelle immediate vicinanze del Grande Palazzo in cui risiedeva e governava l’imperatore bizantino. Egli infatti, accompagnato dai membri della corte, poteva recarsi ad assistere agli spettacoli attraverso un passaggio che collegava il palazzo direttamente alla tribuna imperiale dell’Ippodromo, dalla quale l’imperatore si mostrava ai sudditi che lo acclamavano (o contestavano).[2] In ogni caso era uno dei pochi momenti in cui la ristretta élite governante entrava in contatto con il popolo per far percepire la propria vicinanza ad esso e a sua volta recepire il grado di consenso sociale. Certo, oggi nessuno (o quasi) entrerebbe in uno stadio in pompa magna alla maniera bizantina per annunciarsi agli spettatori prima che cominci la partita; tuttavia è impossibile non cogliere in questo senso una certa continuità con politici, regnanti e personaggi influenti che, anche per questioni di natura diplomatica, compaiono sulle moderne tribune, soprattutto in occasione di matches dove giocano squadre nazionali, stando in secondo piano rispetto ai veri protagonisti sul campo, ma comunque presenti, a prescindere da quanto possano essere effettivamente interessati alla partita in atto.

Basamento marmoreo dell’”Obelisco di Teodosio I” raffigurante la tribuna imperiale dell’Ippodromo

(390 d.C. circa, Istanbul)


La stessa edificazione di grandi arene e stadi può lanciare un preciso messaggio di autorevolezza politica. Dal Circo Massimo di Roma al Rungrado May Day Stadium di Pyongyang, ogni leader che volesse far leva sul consenso popolare cercò di finanziare grandi opere pubbliche, specialmente nell’ambito degli spettacoli, per affermare la propria posizione dominante.


Allo stesso tempo però, questo processo di captatio benevolentiae verso il popolo spesso si ritorse contro gli stessi demagoghi, poiché tali grandi strutture numerose volte funsero da catalizzatori per lo scoppio di rivolte e disordini popolari, scaturiti da malcontenti sociali che si riversavano proprio su stadi e arene in concomitanza delle competizioni agonistiche, come ad esempio la rivolta di Nika (532 d.C.), alla base della quale vi era il sensibile aumento delle tassazioni, che devastò buona parte del profilo urbano di Costantinopoli. [3]


Possiamo dire dunque che i grandi spazi preposti ad ospitare spettacoli sportivi furono e saranno sempre luoghi dalle diverse sfaccettature. Una sorta di cartina tornasole per indicare, in un modo o nell’altro, quanto i cittadini siano soddisfatti e appagati dalla propria vita sociale e politica in un preciso momento storico. Perciò gli stadi sono da considerarsi un valido mezzo attraverso cui i governanti riescono ad avere una presa salda sul popolo e di conseguenza, chiaramente, deve essere sempre garantito il loro funzionamento.


Fonti: [1] A. Angela, L’ultimo giorno di Roma – Viaggio nella città di Nerone poco prima del grande incendio, in Trilogia di Nerone, I, HarperCollins, Milano, 2020, pp. 201-204. [2] M. della Valle, Costantinopoli e il suo impero. Arte, architettura, urbanistica nel millennio bizantino, Jaca Book, Milano, 2007, pp. 27-31. [3] Procopio di Cesarea, Santa Sofia di Costantinopoli, un tempio di luce (De Aedificis I 1,1-78), a cura di P. Cesaretti e M. L. Fobelli, Jaca Book, 2011, pp. 71-73, 86-87.