• Alessandro Manno

Paura e rabbia all’Università Cagliari: crolla l’aula magna dell’ex Facoltà di Geologia


Ci sono dei momenti in cui la rabbia prende il sopravvento, in cui anche la più lucida analisi dei fatti lascia il campo all’indignazione di fronte a un evento che avrebbe potuto avere conseguenze ben peggiori se non fosse stato per una semplice variabile: il caso.


Ma procediamo con ordine.


Sono le ore 21.45 del 18 ottobre quando un edificio situato nel Polo degli Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Cagliari collassa su stesso. Un crollo attribuibile alle precarie condizioni in cui versava l’edificio anche se, secondo alcune dichiarazioni rilasciate all’Unione Sarda dal Rettore dell’Università Francesco Mola, l’Università effettua periodicamente la verifica su tutti i suoi edifici. Sul posto sono accorsi prontamente i Vigili del Fuoco e tre ambulanze del 118 perché nei momenti subito successivi al crollo ancora non era chiaro se all’interno dell’edificio vi fossero studenti o dipendenti dell’Ateneo. Il tardo orario nel quale il crollo è avvenuto ha scongiurato il peggio.


E qui finisce la cronaca. Per fortuna.


Diciamo per fortuna perché se tutto questo fosse avvenuto nell’orario delle lezioni staremmo parlando di uno scenario drammatico e ben diverso. Sono tanti gli interrogativi e la rabbia che in queste ore stanno montando tra gli studenti dell’Ateneo cagliaritano che si trovano a dover temere per la propria incolumità fisica all’interno dei locali dell’Università dove si recano giornalmente per fare lezione.

È possibile che la vita degli studenti debba essere affidata al caso? Quanti sono gli edifici di proprietà dell’Università che versano in condizioni precarie, per non dire critiche? Quanto è stato investito in edilizia universitaria dall’Ateneo, dalla Regione e dal Comune in questi anni?


E ancora: è necessario che avvenga il caso eclatante, grave, pericoloso, per rendersi conto delle condizioni in cui versano le infrastrutture dell’Università di Cagliari?


Per fare un esempio, la costruzione della Cittadella Universitaria di Monserrato, dove hanno sede le facoltà scientifiche, è cominciata negli anni Ottanta. Le facoltà di Economia e Scienze Politiche si trovano in un complesso di edifici che sono solo adattati all’uso universitario e non sono stati pensati per poter ospitare lezioni con criteri moderni. L’ex-Clinica Aresu è ugualmente adattata all’uso universitario, come si evince dal nome. E questi sono soltanto i casi più eclatanti, senza tener conto delle numerose problematiche che periodicamente si registrano nelle varie facoltà, dai problemi con i servizi igienici (come avvenuto nella Polo di Scienze Economiche, Giuridiche e Politiche), alla caduta dei tetti dovuta alle piogge (come avvenuto in Cittadella), sino a tutta una serie di danni piccoli ma significativi che per via della lentezza delle istituzioni universitarie sono divenuti parte della vita degli studenti.


Quanto accaduto deve far riflettere la classe politica regionale su quanto sia necessario investire nelle infrastrutture delle Università, ma più in generale di tutti quei luoghi pubblici frequentanti ogni giorno da migliaia di persone e che versano in condizioni abbandono. La sicurezza dei cittadini e, in questo caso specifico, della popolazione universitaria non passa dai proclami o dalle belle parole che sicuramente nelle prossime ore saranno pronunciate da chi, in questo momento, occupa posizioni di responsabilità in Ateneo e da chi in passato le ha occupate, discorso che si può allargare agli inquilini presenti e passati di Villa Devoto (Regione) e Palazzo Bacaredda (Comune). No. Passa da atti concreti.


Atti concreti come il non limitarsi agli interventi di manutenzione ordinaria degli edifici, ma a pianificare una ristrutturazione non solo delle pareti e dei tetti (che visto quanto accaduto non sarebbe ugualmente male), ma anche del modo in cui gli ambienti vengono vissuti dagli studenti e dal personale ogni giorno. Non possono esserci aule con finestre che rischiano di cadere, tetti in lamiera o tavole di compensato, sedie che si spaccano o acqua che entra dalle crepe dei muri.

Se l’Università deve essere luogo di elaborazione del pensiero ed esaltazione della scienza, intesa come arte del sapere, non si può accettare che questo avvenga in strutture non all’altezza. Non servono proclami che cadono nel vuoto, belle promesse che poi non saranno minimamente mantenute: serve un fondo speciale per l’edilizia universitaria. E va stanziato subito.


Oppure questo articolo non sarà nuovamente così breve, non si limiterà a evidenziare mancanze e ritardi di chi doveva controllare, ma con il sollievo di chi sa che nessuno si è fatto male.

Sarà un necrologio. E questo, chi scrive, spera con tutto il cuore di non doverlo pubblicare.