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  • Paolo Falqui

Perché bisogna riflettere sui fatti di Pisa


L’uso della forza è una caratteristica intrinseca alle società umane e la sua gestione definisce molti aspetti di un ambiente sociale; le regole che ne limitano più o meno l’utilizzo, o lo rendono esclusivo di un gruppo, pongono in essere delle relazioni di potere che finiscono per determinare la struttura stessa dell’organizzazione o dello Stato.

Lo diceva già il filosofo inglese Hobbes nel XVII secolo, che fondò le sue teorie proprio sulla possibilità di usare la forza contro gli altri esseri umani più o meno liberamente, caratteristica fondamentale di quello che lui chiama “stato di natura”, ovvero la condizione di assenza dello Stato nella quale chiunque ha una libertà totale ed è in pieno possesso di qualsiasi diritto pur di sopravvivere, incluso quello di uccidere gli altri se entrano in conflitto con i suoi interessi. [1] Gli Stati moderni, e in modo particolare gli Stati di diritto, nascono proprio dall’esigenza di mediare i conflitti tra i cittadini, di trovare un senso di giustizia e limitare il potere che deriva dalla capacità di usare la forza per sopraffare gli altri. Per questo il ruolo di chi viene investito dell’onere di poter usare la violenza è delicatissimo, e si affida a gruppi di persone appositamente formate per farne un uso coerente con i principi fondamentali di uno Stato democratico. È in questo senso che i fatti di Pisa (ma non solo) devono preoccuparci.

 

Secondo le varie ricostruzioni, durante una manifestazione studentesca non autorizzata in appoggio alla causa palestinese a Pisa, con presenti intorno al centinaio di studenti, la Polizia ha caricato i giovani manifestanti duramente, ferendone diversi; ciò che più ha colpito è il fatto che la reazione degli agenti sia sembrata spropositata sia alle dimensioni della manifestazione che all’attitudine degli studenti, disarmati e tutto sommato pacifici. Un episodio simile è avvenuto lo stesso giorno anche a Firenze.

Ovviamente le reazioni a caldo hanno tirato in ballo il Governo, facendo riferimento in particolare al fascismo e alla “cultura della repressione”, mentre a destra si difendevano le forze dell’ordine in un copione che si ripresenta uguale a se stesso ogni volta che vi sono episodi controversi. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha fatto la voce grossa, chiamando a rapporto il ministro Piantedosi e chiudendo il suo comunicato con la frase “con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”, in netto contrasto rispetto all’atteggiamento del Governo, che dopo aver sostanzialmente taciuto si è poi espresso in difesa della Polizia. [2] [3]

 

Pur non essendo una novità, non bisogna comunque sottovalutare il significato profondo della reazione della maggioranza e del silenzio della Presidente del Consiglio. Infatti, ogni essere umano ha una libertà di agire determinata dai limiti imposti e tende a prendere tutto lo spazio concesso; in altre parole, consideriamo lecito tutto ciò che non è espressamente proibito, o che comunque non suscita disapprovazione. È evidente che se questi atteggiamenti non sono condannati dai superiori, può alimentarsi in seno alle forze dell’ordine una cultura che li permette, sino a vederli persino di buon occhio. Non è un problema nuovo, basti pensare alle carriere dei responsabili dei fatti della scuola Diaz [4], ma sicuramente l’atteggiamento ambiguo di certe parti politiche aiuta il persistere del problema. Se una persona qualsiasi non può pensare di reagire a un piccolo disturbo sferrando un pugno e restare impunita, allo stesso modo un poliziotto non dovrebbe pensare che sia legittimo gestire una situazione oggettivamente poco pericolosa nel modo in cui è stato fatto a Pisa.

 

Ma il cuore del problema va ricercato più a fondo, nella cultura organizzativa degli organi di polizia. La cultura organizzativa è l’insieme di assunti di base di un’impresa o gruppo sociale, ovvero quei principi, valori, consuetudini e modi di fare che nel tempo vengono condivisi e istituzionalizzati attraverso norme, scritte o meno, e che definiscono la quotidianità e l’agire di quel gruppo. Che dentro delle forze dell’ordine si sviluppino culture problematiche è un fenomeno studiato, e diversi report sulla police culture evidenziano livelli preoccupanti di razzismo, sessismo e altri comportamenti tossici [5], che si riflettono in particolar modo su quelle attività che presentano maggiori margini di discrezionalità come, tra le altre, proprio la gestione delle manifestazioni, durante le quali gli agenti sono inoltre esposti ad alti livelli di stress e devono reagire in tempo reale ai movimenti dei manifestanti. [6] In quei momenti concitati che richiedono risposte veloci, il cervello umano è progettato per ridurre il carico di elaborazione della decisione attingendo proprio a risorse come l’esperienza, la consuetudine e la cultura organizzativa in cui è immerso, arrivando, come abbiamo visto in molti casi, a risultati non ottimali.

 

Se dunque il problema è la cultura in seno agli apparati delle forze dell’ordine, è necessario da parte del potere esecutivo un maggiore impegno nel pretendere che i valori e l’organizzazione dei corpi siano in accordo con i principi fondamentali della Costituzione e l’interesse dei cittadini di poter contare su una polizia conscia dell’equilibrio tra sicurezza e libertà e del suo ruolo nel proteggerlo.

Non è una cosa facile, i cambi nella cultura organizzativa di qualsiasi gruppo sono difficoltosi, e necessitano progettualità, una leadership impegnata e una certa risposta positiva da parte della maggior parte dei membri dell’organizzazione; non vuole certo essere un invito alla politica ad aumentare il controllo sull’azione della polizia, però c’è bisogno di un impulso affinchè le forze dell’ordine stesse comprendano la profonda necessità di avanzare in una direzione diversa dalla continua giustificazione acritica [7].

 

La questione è di grande importanza, soprattutto per il ruolo delicato che svolgono le forze dell’ordine nell’equilibrio di tutto il sistema, visto il potere che hanno sui cittadini e la relazione con gli organi di governo; si deve pretende un operare misurato ed impeccabile, non una reazione degna di una rissa da bar appena qualche ragazzino si avvicina troppo. Una riflessione è doverosa, ne va della nostra libertà e del funzionamento della stessa democrazia.


Quanto espresso in questo articolo è basato sulle opinioni dell'articolista che non necessariamente riflettono la linea editoriale di TocToc Sardegna

 

Fonti:

[1] Lorenzo Bertolone, Lo stato di natura: il mondo prepolitico per Hobbers e Locke, Treccani, 26 febbraio 2020, https://www.treccani.it

[2] Redazione, Polizia contro studenti Pisa, Mattarella: "Mai manganelli su ragazzi". Verifiche su agenti, SkyTg24, 24 febbraio 2024, https://tg24.sky.it

[3] Giulio Gori e Luca Lunedì, Cariche e manganellate sugli studenti pro Palestina a Pisa e Firenze: cosa è successo, Corriere Fiorentino, 24 febbraio 2024, https://corrierefiorentino.corriere.it/notizie

[4] Redazione, G8 Genova, le carriere "miracolose" dei poliziotti della Diaz, Repubblica, 9 aprile 2015, https://www.repubblica.it/cronaca

[5] Rick Muir, Police culture has been called out. It’s time for change, The Police Foundation, 3 novembre 2022, https://www.police-foundation.org.uk

[6] Alessandra Pellegrini De Luca, Nella gestione delle proteste conta molto la “cultura della polizia”, Il Post, 27 febbraio 2024, https://www.ilpost.it

[7] Redazione, Orfello (SAP Modena): a Pisa manifestazione non autorizzata, i colleghi hanno eseguito gli ordini, Sindacato Autonomo Polizia, 1 marzo 2024, https://www.sap-nazionale.org


Fonte immagine di copertina: StrisciaRossa

 

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