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  • Francesco Serri

Perché si parla di crisi identitaria del Partito democratico




Sulla scia del successo elettorale della lista unitaria l’Ulivo e della vittoria, seppur risicata, della coalizione L’Unione alle elezioni politiche del 2006, nel 2007 venne fondato il Partito democratico. Lo scopo era riunire le forze socialiste, democratiche e progressiste in un unico soggetto politico riformista ed europeista, principalmente attraverso l’unione dei Democratici di sinistra, socialdemocratici eredi della tradizione post-comunista, con i popolari centristi della Margherita. Dato che a quei tempi in Italia andava consolidandosi sempre più il modello bipolare, unirsi in un unico partito a vocazione maggioritaria appariva come un’operazione corretta. Non a caso, poco dopo tempo anche nel centrodestra si verificò un’operazione analoga con la nascita del Popolo della Libertà, che vedeva l’unione dei conservatori liberali di Forza Italia con i nazional-conservatori di Alleanza Nazionale.


Nel corso degli anni seguenti alla fondazione, però, l’unione dei due principali partiti confluiti nel Pd è stata spesso definita “una fusione a freddo”. È parso infatti che l’anima socialdemocratica di sinistra e quella riformista di centro non si siano mai davvero pienamente amalgamate, dando l’idea di un partito a compartimenti stagni, diviso a grandi linee tra le anime sopra citate, a cui si aggiunge anche quella cristiano sociale, e in maniera ancor più frammentata in diverse correnti che spesso appaiono più come dei piccoli centri di potere interni al partito a cui agganciarsi per ottenere nomine e candidature. La lotta tra la componente sinistra e quella di centro ha portato negli anni a un conflitto interno continuo, con duri scontri e dolorose scissioni, vedi quella a sinistra di Articolo 1 e quella a destra di Italia Viva.


Questa mancanza di amalgama porta confusione nel partito e disorienta gli elettori. I cittadini di cultura socialdemocratica si trovano di fronte un partito vicino alle proprie posizioni ma timido, troppo moderato, come se fosse limitato dalle posizioni dei centristi liberali. D’altro canto, gli elettori di cultura liberale fanno fatica a sentirsi a loro agio in un partito che, soprattutto quando prevale la linea socialdemocratica, su certi argomenti esprime posizioni più vicine alla sinistra radicale. Lavoro ed economia sono per questo i temi più rilevanti nei conflitti interni, mentre il partito trova più unità su politica internazionale, ambiente e diritti civili. Una mancanza di chiarezza identitaria che ha poi risvolti negativi sul piano elettorale: parte degli elettori socialdemocratici si sposta verso la sinistra radicale o sul M5S; mentre parte degli elettori liberali si sposta verso Italia Viva, Azione, +Europa o addirittura su moderati di centrodestra come Forza Italia. In sostanza, il Partito democratico cerca di rappresentare sia i riformisti socialisti che quelli liberali, ma alla fine scontenta entrambi. Questa dinamica si rispecchia anche nella strategia delle alleanze. Dato che il M5S e il Terzo Polo sono incompatibili, il Pd si trova costretto a dover scegliere tra l’uno e l’altro. Anche qui si ripete lo stesso schema, con i socialdemocratici che preferirebbero allearsi con Conte e i liberali invece con gli ex compagni Renzi e Calenda. Alle ultime politiche non si è concretizzata nessuna delle due opzioni e si è determinata una sconfitta ancor prima di votare.


Ogni volta che il Partito democratico subisce una sconfitta come quella dello scorso 25 settembre ci si chiede come risolvere il rebus. Ed è davvero difficile capire quale sia la ricetta giusta.

Dato che il modello bipolare è superato, seguire ancora la strada del partito a vocazione maggioritaria pare insensato. E dato che l’area socialdemocratica è maggioritaria, si potrebbe spostare l’asse del partito a sinistra cercando di riconquistare gli elettori socialdemocratici delusi. Il prezzo da pagare sarebbe la perdita dell’ala centrista liberale, ma il partito avrebbe finalmente un’identità chiara. Difficile però dar torto a chi obietta parlando di rischio ritorno ai DS e di ambizioni del partito ridotte a quelle di una sinistra minoritaria.

Un’altra soluzione potrebbe essere continuare a tenere uniti riformisti socialdemocratici e liberali nello stesso soggetto politico, cercando però una vera amalgama tra le varie anime. Per fare questo chi vince il congresso e ottiene la segreteria dovrebbe tenere molto più in considerazione le istanze degli sconfitti e sarebbero necessarie disciplina e regole di partito molto più rigide e definite. Questo nella concretezza significa che in caso di posizioni diverse su un punto, la segreteria dovrebbe evitare fughe in avanti e il resto del partito dovrebbe evitare distinguo e polemiche pubbliche. Sarebbe necessaria una sintesi tra le varie posizioni in segreto, arrivare a un punto condiviso di compromesso e portare avanti quella linea di fronte al Paese.


Quest’ultima forse sarebbe la soluzione migliore ma anche la più difficile.


Quanto espresso in questo articolo è basato sulle opinioni dell'articolista che non necessariamente riflettono la linea editoriale di TocToc Sardegna



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