• Maria Francesca Mainas e Mattia Porcu

Piras (RaiNews24): "La verità non esiste più"


La regata storica di Venezia, i funerali di Stalin, la caduta del muro di Berlino, sono solo alcuni eventi storici che la Rai, dal 1954 ad oggi, ci ha consentito di vivere stando comodamente seduti nel divano di casa nostra. Certo, i tempi erano diversi, noi eravamo diversi. Ora la notizia non la cerchiamo, ma ci trova. La notizia corre e noi corriamo più forte. Il giornalismo si pone quasi come un filo rosso capace di cucire insieme, dandone testimonianza, le più svariate vicende umane riconducendole ad unità.

Ma davanti all’odierno turbinio di notizie, e a un mondo che cambia prima ancora di riuscire a realizzarlo, come hanno reagito i giornalisti? È cambiato il ruolo dell’informazione nelle nostre vite? A questi interrogativi, ci ha aiutato a rispondere Paolo Piras, caporedattore Esteri di RaiNews24.


Oriana Fallaci nel suo diario di guerra in Vietnam “Niente e così sia” sottolineava la profonda contrapposizione tra la paura suscitata dalla guerra e la sensazione, una volta tornati a casa, di star perdendo un pezzo della Storia, con il conseguente desiderio di tornare il prima possibile. È ancora attuale? O è passato di “moda”?

È presente, molto più di prima. Quello che stiamo vivendo, non è stato mai vissuto, sicuramente nemmeno da Oriana Fallaci, pur avendo avuto la possibilità di criticare l’esercito americano mentre era in azione nel Sud-est asiatico. Sono io che cerco di salvare la testa dei miei giovani colleghi che tornano da lì e che non vedono l’ora di tornare in Ucraina.

In questo momento un mio collega sta facendo le valigie, domani parte per Mykolaiv (il 21 maggio ndr). Io posso solo fornirgli un risolutore di problemi in gamba, che sarà ereditato dal collega che c’è già, e un operatore. Lui da poco mi diceva “Eh, ma io lo so che tu temi che io risenta dello shock di queste cose”. Io gli ho risposto “Non temo che tu ne risenta; temo solo quando ti succederà, non se ti succederà. Quando ti succederà io ti fornirò gli strumenti migliori per salvarti la testa. Nel frattempo cerca di staccare bene”.

Il “reducismo" è normale, l'ho passato anche io da vecchio inviato, in contesti meno gravi di questo. Ho seguito tutta la vicenda dei migranti di Lampedusa, ero lì quando c’è stato il naufragio del 3 ottobre (2013 ndr), ho visto le bare, i cadaveri accatastati dentro la barca sul fondo del mare. Non è stato per niente facile uscire da quel circuito. La rabbia è tale per cui vorresti esserci di nuovo la volta successiva e vuoi essere tu a raccontare la storia, a selezionare le parole per quella parte di realtà che altrimenti verrebbe data in pasto ai cani. Esiste sempre, fortunatamente, la sensazione fallace che il giornalista possa spostare anche solo di un millimetro la concezione che del mondo si ha.


Il 28 febbraio scorso il Consiglio europeo ha chiuso in Europa le agenzie di stampa del governo russo Sputnik e Russia Today. Da parte di alcuni questa è stata vista come una rinuncia ai valori europei del pluralismo. Qual è la sottile linea che differenzia propaganda e informazione?

È tutto saltato, la linea sottile non esiste più e la propaganda viene accettata secondo criteri di schieramento. In generale le guerre sono una lotta tra male e male, in questo caso è evidente che c’è un male e un peggio, che c’è un occupante e un invaso. La scelta si è costruita in questo modo, però privandosi della conoscenza delle fonti russe a volte si capisce meno la realtà. Ci sono delle interviste di alcuni profughi di Mariupol che dicono “Io mica l'ho capito perché ci hanno messo dentro l’acciaieria. Perché noi eravamo col battaglione Azov là dentro? E mica ci hanno detto che c’erano dei corridoi umanitari e noi potevano uscire. Ce lo hanno detto tardi, quando abbiamo chiesto. E ci hanno pure minacciati”. Probabile che questo sia stato condizionato da chi faceva le domande, un reporter russo. Io faccio spesso una domanda a chi ho occasione di incontrare che proviene da Mariupol: perché i civili si riparavano nello stesso posto del più famoso reggimento ucraino, che era il più importante bersaglio dell’esercito russo. Perché l’esercito ucraino non li ha portati in una parte sicura per separarli dai combattimenti? Perché?


Erano degli scudi umani, come dicono i russi, secondo lei?

Le risposte che mi hanno dato son state: erano parenti dei soldati, erano i parenti degli operai dell’Azovstal, sono le persone che vivevano nei quartieri vicini. I russi dicono che fossero scudi umani. Di sicuro c’è qualcosa di strano in questa condotta. C’è qualcosa di diverso da quello che si è visto in altre circostanze. E questo non si può ignorare. Si deve almeno dire che c’è questa ricostruzione dall’altra parte.


Assistiamo tutti i giorni ad una sfiducia nei confronti del servizio di informazione pubblico. Quali potrebbero essere le azioni da mettere in campo per far rivalutare la qualità dell’informazione pubblica?

Le fonti e l’informazione sono su due livelli diversi. L’informazione è un imbuto attraverso il quale le fonti fanno passare i loro contenuti e sta a noi giornalisti manovrarlo.

Il vantaggio dell’informazione pubblica è paradossalmente il suo svantaggio: il fatto che i giornalisti siano garantiti e stipendiati dallo Stato, con tutele che si avvicinano a quelle dell’impiegato pubblico e con una amovibilità molto limitata. Quindi, come tutti gli impieghi sicuri, ne viene ad essere danneggiata l’efficienza nel lungo periodo. Se da un lato è facile adagiarsi sulla sicurezza del mestiere, dall’altro questa ti consente di avere una relativa autonomia dai tuoi vertici aziendali. Se tu in coscienza non vuoi dire una cosa, o ne vuoi dire un’altra, hai la possibilità di farlo in una cornice protetta, cosa che non accade in un’azienda editoriale di qualsiasi altro tipo. Ricordiamoci che molta dell’indipendenza e della qualità dell’informazione passa attraverso la sindacalizzazione del problema dell'informazione. Se l’editore può attingere in maniera indiscriminata a una riserva di lavoratori non garantiti e minacciare un continuo ricambio ai propri giornalisti nel caso in cui non si adeguino ad una sua linea, è un problema, soprattutto perché saranno disposti ad essere pagati molto meno di quanto sarebbe necessario per sopravvivere.


E per quanto riguarda le fonti?

Le fonti di informazioni pubbliche hanno spesso problemi simili alle altre fonti di informazione. Il giornalista di cronaca, avendo un rapporto quotidiano con queste fonti, un po’ è costretto a fidarsene, un po’ sceglie di farlo per assicurarsi di ricevere altre notizie. Il rapporto con le fonti è il problema dell'informazione italiana. Si dovrebbe discutere. Le fonti ufficiali, come la guerra dimostra, non sono esenti da propaganda o strumentalizzazione. Sono parte di un gioco sottile di approssimazioni su cui il giornalista esperto deve intervenire per fare la tara sulle informazioni che gli vengono date e per farle quadrare con altri elementi di fatto che acquisisce da altre parti.


In relazione a questo, lei ha detto che il vantaggio dell’informazione pubblica è che i giornalisti siano garantiti. Essendo garantiti è un po’ come se avessero più indipendenza. Perché c’è questa sfiducia da parte di chi fruisce delle notizie verso i giornalisti del servizio pubblico?

È un concorso di colpa. Un po’ siamo noi giornalisti che contribuiamo a svalutare periodicamente l’informazione pubblica. Ci sono molti personaggi in tutti i tipi di informazione, pubblica e privata, che, in un contesto in cui la politica esercita un saldissimo controllo, si avvicinano a determinate istituzioni e forze politiche. È chiaro che se sei amico del Comandante in capo delle forze armate, puoi fare carriera in cronaca; se sei molto amico di qualcuno nei servizi segreti, hai molta probabilità di avere notizie in più. Questo accade in tutti i giornali. Il retroscena è il cancro dell’informazione politica. Non è un qualcosa che rubi al di fuori delle fonti di informazione istituzionali/ufficiali, ma qualcosa che queste fanno volutamente trapelare senza assumersene la responsabilità. Nell’informazione politica i politici parlano, ma con gli altri politici. Sicché il politico chiamato in causa, per aver mandato il messaggio trasversale all’altro politico, può smentire senza che nessuno si scandalizzi o succeda qualcosa. Ci sono giornalisti che usano questa logica nella maniera sbagliata. Dall’altra parte c’è un comune sentire che crea una disistima per tutti coloro che hanno un posto di lavoro garantito (giornalisti pubblici, uomini politici, impiegati statali).

Un altro luogo comune abbastanza radicato è quello per cui questo posto di lavoro garantito dia loro possibilità di diminuire il loro impegno. È difficile spiegare che c’è gente che lavora quattordici ore al giorno, spesso sotto le bombe, per fare questo lavoro nel servizio pubblico. È difficile spiegare cosa abbiamo vissuto noi nelle redazioni in questa guerra dal punto di vista del numero di ore lavorative, dell’impegno, dello stress, della paura di sbagliare i registri attraverso i quali raccontare le cose. Queste cose non interessano. Noi siamo ricordati più quando sbagliamo che quando facciamo le cose giuste. Sotto certi aspetti è uno stimolo, sotto altri è deprimente.


Soprattutto a partire dalla pandemia, molte persone hanno iniziato ad accusare ansia o forte preoccupazione al sentire i notiziari. Ed è stato coniato anche il termine "doomscrolling" proprio ad indicare la continua ricerca di notizie negative. L'essere continuamente connessi porta dei vantaggi a livello informativo. Come i "fornitori" di notizie dell'epoca moderna, in un mondo globalizzato, possono far fronte a queste nuove tendenze? O si deve operare solo dal lato dell'ascoltatore?

Il discorso è quello delle disfunzioni cognitive. Sono insite nelle condizioni di fatto nelle quali uno spettatore ma anche un giornalista lavora. La quantità di tempo che uno spettatore ha per farsi un’idea è limitata dal suo tempo libero, dall’esposizione all’informazione e dalla scelta delle fonti di informazioni. Nel momento in cui si sceglie di polarizzare la propria fonte di informazione, si sta costruendo una bolla informativa che escluderà altre informazioni. Queste cose sono letteralmente parte delle tare naturali nel nostro cervello: abbiamo poco tempo per acquisire troppe informazioni. Le cognizioni che tu ne ricavi quasi sempre sono coerenti con il tuo sistema di conoscenza. Anche la scienza ormai si è rassegnata a dire che si costruisce un sistema coerente più che un sistema vero.


La verità è un concetto che ormai non esiste più, nemmeno nella filosofia della scienza. Il concetto è questo: noi [giornalisti] e voi cerchiamo di fondere le informazioni che abbiamo in un insieme coerente. Questa coerenza di fondo è data dai nostri schemi mentali che sono, a loro volta, legati alla capacità culturale di apprendere le cose. Noi giornalisti utilizziamo una chat, chiamata debuncking, che ci consente di sottoporre ad un board di scienziati le notizie al fine di verificarne veridicità e fondamento. Inoltre, ciascuno di noi ha una rete di amicizie personali specialistiche in determinati settori. Il giornalista cerca di appoggiarsi a loro per due motivi: limitare le cose su cui informare, quindi dire le cose che sono veramente rilevanti, e dirle in maniera corretta. Se sono fesserie eviti di amplificarle. Il problema è che non tutti hanno questo schema. Per i giornali online, è come se ci fosse una botola. Arrivano queste notizie, vedono che sono cose che possono interessare il pubblico, aprono la botola e mettono direttamente in rete. Tanto dopo correggono con calma, nel frattempo le persone hanno letto la notizia. E questo è una fatica anche per noi, visto che poi quella news va verificata. Inoltre, bisogna limitare le cose da dire per poterle spiegare. Spetta al giornalista dosare le informazioni da dare, poi lo spettatore può fare lo stesso processo e lavorare per approssimazioni successive.


Da poco sono stati pubblicati i dati di una organizzazione non governativa, “Reporters Without Borders”, che hanno sottolineato un vivace pluralismo e dibattito di idee all’interno del nostro Paese, ma anche che i giornalisti non hanno proprio una vita facile. Cosa, secondo lei, potrebbe portare ad un miglioramento della professione giornalistica? Cosa si potrebbe fare per migliorare la libertà dell’informazione?

Il problema del giornalismo italiano è il rapporto con le fonti. Ci sono due poli: le fonti e i giornalisti. E io non credo che i giornalisti possano chiamarsi fuori da questo problema dicendo che le fonti abusano del loro potere per penalizzarli. Il problema è che i giornalisti scendono continuamente a patti con le fonti per essere sicuri di avere poi le notizie successive. Se tu fai parte di un inner circle, normalmente rappresentato dalla chat di gruppo degli addetti stampa di un politico, sai che le cose che vengono messe le puoi (e devi) dire senza far danno alla parte di cui stai parlando perché, altrimenti, la volta successiva ti toglie dalla chat.

Ci vuole un patto lavorativo tra giornalisti che siano capaci di alzarsi e andarsene quando un addetto stampa dice "questa non è una conferenza stampa, sono dichiarazioni non potete fare domande". Ci vuole un patto professionale tra giornalisti attraverso il quale essere i primi a dare una notizia non significa vendersi a chi te la dà. A differenza di quanto accade nel sistema anglosassone, da noi le fonti ufficiali sono verità. Così non dovrebbe essere perché le fonti ufficiali partecipano del gioco politico, in tutti i settori. Non è facile perché siamo divisi come categoria. Se ci fosse una maggiore consapevolezza professionale, una sindacalizzazione del problema della qualità dell’informazione, sarebbe possibile che una intera categoria si alzasse, figurativamente, e se ne andasse da un luogo in cui vengono selezionate delle informazioni che in realtà non sono vere o sufficienti.


La RAI è una grande azienda, culturale e di informazione. È composta da tante testate: TG1, TG2, TG3, RAINEWS24, TGR… Come l’azienda gestisce il racconto della guerra e come è possibile evitare le sovrapposizioni tra giornalisti di diverse testate che raccontano la stessa vicenda per il servizio pubblico?

Noi (RaiNews, ndr) siamo un ponte tra le varie testate. Possiamo notare che tutti i telegiornali usano i giornalisti di RaiNews che si trovano sul fronte. Quindi un po’ la responsabilità discende da ciò che io cerco di fare con i miei inviati. Noi abbiamo ogni mattina una grande carta geografica dell’Ucraina che segnala dove si trovano i giornalisti di ciascuna testata. Ad esempio Emma Farn è a Kiev, a Odessa Lorenzo Lo Basso di RaiNews o Giammarco Sicuro del TG2. Io sento indifferentemente tutti i colleghi, che spesso sono amici. Anche là il problema riguarda la fonte. Il giornalismo di guerra è un giornalismo che ormai è basato su fonti di parte. Chi va a vedere le fosse comuni di Bucha, ci va perché portato dai soldati ucraini. Così come gli inviati russi raccontano dei benefattori che, nei campi profughi del Donbass, danno da mangiare alla popolazione ucraina stremata. Chiaramente sta a te (giornalista, ndr) di volta in volta fare la tara con la consapevolezza che comunque, di partenza, le fonti sono di parte. Ci sono delle situazioni incontrovertibili: un cadavere con le mani legate dietro la schiena e un colpo alla nuca non si presta ad interpretazioni fantasiose. È inevitabile che la realtà ti prenda a schiaffi e ti dica da che parte sta. Ma quello che impari è abituarti a mettere le virgolette su tutto quello che trovi, a ricordarti che si tratta sempre di qualcosa che ha subito una selezione da parte di qualcuno che non è interessato a farti sapere tutta la verità, ma che solo porzioni di verità, le quali possono essere inquadrate in un sistema coerente. È sempre stato così, come per le stragi di Stato in Italia. I politici dicevano porzioni di verità che facevano più comodo per una ricostruzione di parte che andasse verso delle piste sbagliate. Ad esempio la pista palestinese per Ustica.


Fonte copertina: RaiNews