• Lorenzo Pucci

Quante Cine? Il dualismo tra Repubblica popolare cinese e Repubblica di Cina


Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentati statunitense, ha spostato con la sua visita a Taipei l’attenzione del mondo verso Taiwan.

L’ultima visita di un amministratore statunitense risale al 1997, quando fu l’ex speaker della Camera Newt Gingrich a presentarsi nella capitale taiwanese.

L’ex deputato si è anche dichiarato favorevole alla visita avvenuta lo scorso 2 agosto, sostenendo che le minacce di ritorsioni da parte della Repubblica Popolare Cinese siano un bluff. [1]


Nell’immediato non possiamo sapere quali ripercussioni ci saranno a causa di questa visita storica. Quello che in tanti in queste ore si stanno chiedendo però è come sia possibile che un incontro di questo genere rischi di far scoppiare una guerra.

Per poter capire è necessario fare un lungo passo indietro, verso le radici del rapporto tra Taiwan e Repubblica Popolare Cinese.

Dalla colonizzazione olandese a quella giapponese

Colonizzata dall’ammiraglio olandese Kornelis Rayerszoon nel 1622, Taiwan a partire dalla seconda metà del 1800 è stata per breve parte integrante dell’Impero cinese. [2] [3]

Tuttavia, l’isola rimase un possedimento cinese per poco: In seguito alla prima guerra sino-giapponese fu firmato nel 1895 il trattato di Shimonoseki, che garantiva al Giappone imperiale il possesso dell’isola di Taiwan per mezzo secolo.

Durante il periodo giapponese l’isola fu profondamente trasformata e governata come una prefettura giapponese, con tanto di leggi volte ad assimilare la popolazione. Per quanto i ruoli apicali della società fossero prettamente in mano giapponese, ci fu una fortissima campagna di “giapponesizzazione” della popolazione, portata avanti attraverso le politiche “Kominka”: insegnamento obbligatorio del giapponese e inserimento nella vita culturale dell’isola degli usi e costumi nipponici. [4]


Dal controllo giapponese al controllo nazionalista: la nascita della Republic of China

Il controllo giapponese sulla popolazione taiwanese non fu diverso da quello attuato in Corea del Sud o nella Manciuria: ogni libertà personale fu soppressa e per paura di azioni di partigianeria fu massiccio l’uso della polizia, al punto che nel 1937 nell’isola erano presenti più agenti di polizia che insegnanti. Grajdanzev, in un suo articolo del 1942, descrisse l’isola come totalmente asservita alle necessità economiche giapponese, affermando che un eventuale abbandono da parte dell’impero giapponese avrebbe scontentato ben pochi abitanti dell’isola. [5]


Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in Asia ripresero i combattimenti tra i comunisti di Mao e i nazionalisti del generale Chiang Kai-shek. Per paura di una Cina comunista, gli Stati Uniti decisero di finanziare in modo massiccio la controparte nazionalista anche se invano: nel dicembre del 1949 i nazionalisti persero Chengdu, l’ultima città nella costa orientale cinese sotto il controllo delle forze di Chiang. Il “Generalissimo” fu quindi costretto a lasciare la Cina continentale e a trovare rifugio a Taiwan. Assieme a lui salparono verso l’isola 600 mila soldati e 2 milioni di civili. [6]


I nazionalisti iniziarono a porre dei cambiamenti radicali: istituita la legge marziale, rimasta in vigore fino al 1987, tutti i settori dell’economia passarono nelle mani del Guomitang, che a partire dal 1949 fino ai primi anni Novanta fu l’unico partito ammesso in un quadro politico che impediva la partecipazione attiva della popolazione locale.


Riunificazione contro indipendenza: lo scontro diplomatico tra USA e Repubblica Popolare Cinese

Con l’instaurazione della Repubblica di Cina a Taipei e con la nascita ufficiale della Repubblica Popolare cinese, si fermarono le operazioni militari ma non le ostilità.

La battaglia si spostò su un piano diplomatico: era necessario che la comunità internazionale si esprimesse con il riconoscimento di una delle due parti, vista anche l’assegnazione di un posto all’interno delle Nazioni Unite.

La Repubblica Popolare Cinese aveva (e ha tuttora) una sua visione: Taiwan è parte del territorio della Repubblica e prima o poi dovrà tornare sotto il controllo di Pechino.

In un primo momento gli Stati Uniti non erano del tutto sicuri che appoggiare Taiwan fosse conveniente: in seguito all’uscita del libro bianco sulla Cina, redatto dal segretario di Stato Acheson, il governo americano e gli analisti si resero conto che le ingenti risorse spese per garantire la sopravvivenza dei nazionalisti cinesi furono uno spreco a causa dell’inadeguatezza dei leader del Guomintang. [7]

Dopo la Guerra di Corea però le cose cambiarono: per il presidente Truman, Taipei diventò un punto strategico per il contenimento delle forze comuniste nel sud-est dell’oceano Pacifico. Fu inviata la settima flotta come deterrente in chiave anticinese e furono stipulati accordi economici che riguardavano anche la fornitura di armi. [8]

Nel 1954 fu firmato l’accordo di mutua difesa tra Taiwan e gli Stati Uniti, un passo che rappresentò l’inizio di una partnership economico-militare sempre più profonda. In poco più di 10 anni arrivarono da Washington investimenti, approvati dal Congresso, pari a 1,5 milioni di dollari, per il sostegno dell’economia taiwanese. [9]


Il riavvicinamento tra RPC e USA: Taiwan Relaction Act

Fino agli anni Settanta, la questione taiwanese rimase cristallizzata, un dossier che nessuna delle parti avrebbe voluto aprire per timore che potesse portare a un’escalation che nessuno avrebbe voluto far partire.

Il clima di tensione era inoltre già elevato a causa della guerra in Vietnam e in molti, dalla parte statunitense, iniziarono a rendersi conto della necessità di un cambio di rotta nella gestione della politica estera di Washington in Asia. Già prima di diventare presidente, Richard Nixon aveva le idee chiare. In un articolo scritto per Foreign Policy, dichiarò che la guerra in Vietnam avesse completamente stravolto la visione del continente asiatico e che fosse necessario accogliere la Repubblica Popolare Cinese all’interno della grande famiglia delle nazioni mondiali. [10]

Il tema divenne centrale nella sua amministrazione, che vide impegnarsi tra tutti il segretario di Stato Henry Kissinger, vero artefice del riavvicinamento statunitense alla Cina. A tendere la mano verso Kissinger fu il premier cinese Zhou Enlai, specie durante l’incontro clandestino svolto a Pechino nel 1971 in seguito ai viaggi del segretario di Stato in Pakistan. [11]

Il risultato di questo riavvicinamento ha portato alla riapertura formale delle relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese e al Taiwan Relations Act, con il quale non solo si ammetteva la volontà da parte statunitense di voler avere dei rapporti con la Cina continentale, ma si cercava di rassicurare i taiwanesi sulla questione difensiva. [12]

Questo però non bastò a fermare le perplessità dei politici taiwanesi, reduci dall’esclusione dei propri rappresentanti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall’Assemblea in seguito alla risoluzione 2758, portata avanti dalle nazioni del cosiddetto “Terzo mondo” e votata da buona parte dell’Assemblea Generale. [13]



La speaker Nancy Pelosi durante la visita a Taiwan


Una convivenza complicata

La convivenza nello stretto tra Pechino e Taipei è sicuramente difficile e nel corso dei decenni, nonostante qualche passo in avanti dal punto di vista diplomatico, le crisi non sono mancate. Tuttavia, in un clima di incertezza globale, quella che può essere circoscritta come una crisi regionale tra due attori molto forti, rischia di avere delle proporzioni globali.

Non è un caso che il presidente russo Vladimir Putin lo scorso gennaio abbia definito l’isola di Taiwan come un possedimento inalienabile della Repubblica Popolare Cinese. [14]

Ciò che sappiamo però è che dopo la visita della speaker Pelosi si parlerà sempre di più di una crisi che più passa il tempo, più rischia di acuirsi.


Fonti: [1] A. Timsit, Gingrich, last House speaker to visit Taiwan, downplays China threats, Washington Post, 2 agosto 2022, https://www.washingtonpost.com/ [2] H. Chiu, China and the Question of Taiwan: documents and Analysis, Praeger Publishers, 1973, pp. 6-7 [3] F. Congiu & B. Onnis, Fino all’ultimo Stato: la battaglia diplomatica tra Cina e Taiwan, Carocci Editore, 2022, p. 31 [4] Huan-Sheng Peng & Jo-Ying Chu, Japan’s colonial policies- from national assimilation to the Kominka Movement: a comparative study of primary education in Taiwan and Korea, Paedagogica Historica, Vol. 53 N.4, Routledge, 2017, p. 442 [5] A. J. Grajdanzev, Formosa (Taiwan) Under Japanese Rule, Pacific Affairs, Vol. 15 N. 3, University of British Columbia, 1942, pp. 323-324 [6] Redazione, 10 dicembre 1949, nasce la Repubblica di Cina, Atlante Treccani, dicembre 2019, https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/ [7] Congiu & Onnis, 2022, p. 58 (vedi fonte 3) [8] G.M. Davison, A Short History of Taiwan: the case for Independence, Praeger, 2003, p. 83; R. C. Bush, Untying the Knot: Making Peace in the Taiwan Strait, Brookings Institution Press, 2005, p. 19 [9] Ivi [10] R.M. Nixon, Asia After Viet Nam, Foreign Affairs, 46, Council of Foreign Affairs, ottobre 1967, pp. 111-125 [11] S. M. Ali, US-China Cold War Collaboration 1971-1989, Routledge, 2005, pp. 24-27 [12] C. J. Zablocki, Taiwan Relations Act, House of Representatives, 28 febbraio 1978, https://www.congress.gov/bill/96th-congress/house-bill/2479 [13] Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Restoration of the lawful rights of the People's Republic of China in the United Nations, Nazioni Unite, 1971, https://digitallibrary.un.org/record/192054 [14] Redazione, Taiwan condemns ‘contemptible’ timing of China-Russia partnership, Al Jazeera, 5 febbraio 2022, https://www.aljazeera.com/news/