• Andrea Cancellieri

Rivoluzionari per gioco


“Maxi rissa tra 100 ragazzi a Gallarate”[1], “Maxi rissa a piazza del Popolo, 150 persone si assembrano, 5 minorenni identificati”[2], sono solo le ultime delle innumerevoli notizie che denunciano l’escalation di fenomeni di questo tipo nel giro di pochi mesi.

Forse allora il danno più grave conseguente alla pandemia non sono tanto le conseguenze economiche quanto l’impatto sul percorso di crescita ed educativo delle nuove generazioni. Le regole opprimenti, pur fondamentali nella lotta al virus, costringono i ragazzi alla didattica a distanza, alla lontananza da amici, vita sociale e dallo sport. La noia, la frustrazione, la rabbia e le mille emozioni che caratterizzano l’adolescenza possono portare a reazioni violente se non è presente una valvola di sfogo o la possibilità di condividere realmente i propri stati d’animo con qualcuno; questo conduce a comportamenti non solo trasgressivi ma anche aggressivi e quindi pericolosi.

Per questo motivo credo che sul tema del ritorno in classe e nei campi da gioco sia posta troppa poca attenzione o che finora essa sia stata davvero di scarsa qualità. Perciò, in questa settimana che TocToc Sardegna dedica allo sport, mi sembra doveroso parlare dell’impatto rivoluzionario che la disciplina sportiva può avere sulla nostra società.


Sarebbe troppo facile partire dall’espressione di Giovenale "Mens sana in corpore sano", per questo motivo parto da ancora prima: dalla cultura greca. L’educazione alla cura del corpo, alla competizione era cruciale non solo per la costruzione di giovani soldati invincibili, ma proprio per la formazione dell’individuo, per fornire quella forza nel corpo, e soprattutto nello spirito, necessaria per affrontare una vita non di certo facile. L’educazione intellettuale si accompagnava sempre all’educazione fisica, l’una era parte integrante dell’altra. Nonostante siano passati quasi duemila anni, non penso che molto sia cambiato.

Tutto questo assume un’importanza dirimente nel momento in cui ci rendiamo conto che la chiave per risolvere gran parte dei problemi che attanagliano la nostra società non può che essere l’educazione, quella intellettuale così come quella fisica. L’educazione è quindi la base da cui partire per affrontare problematiche enormi come la criminalità, la corruzione, l’emarginazione sociale, le disparità sociali, per non parlare della salute fisica e mentale.


Sono tante le storie che raccontano la portata rivoluzionaria dello sport e una in particolare mi ha colpito. Lui è inglese, si chiama John McAvoy, è figlio di una nota famiglia criminale. Fin dall’età di sedici anni possedeva un’arma che utilizzava per le rapine. Arrestato, fu condannato. Ha passato dieci anni della sua vita in carcere. A detta sua ciò che lo ha salvato in carcere è stato lo sport. Ha cominciato ad allenarsi con costanza e con una spaventosa determinazione, prima sognando l’evasione, poi intuendo che tramite lo sport avrebbe potuto davvero dare un nuovo senso alla sua vita. Ve la faccio breve: una volta uscito di prigione, John è diventato uno dei triatleti più famosi e promettenti, ambasciatore per lo sport della Commissione Europea [3] ed unico atleta dell’IronMan ad esser sponsorizzato dalla Nike. Ora, quel che mi ha colpito di questa storia non è che John sia capace di nuotare per 3.9km, pedalare per 180 km, per poi correre una maratona di 42.2km, in 9h 10m 17s [4]; questo mi ha scioccato. Quello che davvero mi ha colpito è come lo sport possa essere veicolo di inclusione e riabilitazione sociale.

Tuttavia, se è evidente l’importanza di intervenire per rieducare, a mio avviso è ancora più importante educare per prevenire. Quindi è fondamentale attivare sul territorio i presidi necessari laddove la famiglia non possa o non riesca a educare a quei valori su cui la nostra società si fonda; la scuola, le associazioni educative come lo scoutismo, lo sport, sono quei presidi di cui c’è un sempre crescente bisogno.


L’attività sportiva è un’ancora di salvezza per tutti e ancor di più per quei ragazzi che vivono e crescono in realtà difficili. I valori trasmessi da un allenamento o una gara sono tanti e tutti fondamentali: dalla lealtà e rispetto delle regole e dell’avversario, alla capacità di saper soffrire per raggiungere un risultato, dall’unione fa la forza, al saper accettare i propri limiti e la sconfitta e da essa partire per imparare e migliorare. Tutte qualità che se sviluppate sono ovviamente replicabili nella vita di tutti i giorni. Pensiamo anche allo sport come strumento per superare le barriere della disabilità o ancora come mezzo per annullare le diseguaglianze. Quel che conta non è chi sei, o da dove vieni. Quel che conta è che se tu non rispetti le regole sei fuori: semplice, lineare, logico.


La cosa ancora più spettacolare è che tutto questo lo sport lo fa attraverso il gioco e il divertimento; “tutto col gioco, niente per gioco” [5]. Per questo motivo, e per la portata rivoluzionaria che la funzione educativa dello sport ricopre, bisogna investire su questi presidi, fin dalla più piccola polisportiva di quartiere, perché così facendo stiamo investendo sui giovani. Assieme agli insegnati, gli allenatori possono diventare ispiratori della nostra rivoluzione.


Solo quando impareremo davvero quanto sia importante investire sui noi giovani a tutto tondo, si avrà il vero Recovery Plan per il nostro Paese. Non si tratta di far cadere un governo per avere 5 mld in più sulla scuola, si tratta proprio di rivoluzionare il proprio punto di vista, di avere lungimiranza e porre così al centro dell’agenda politica noi ragazzi, il futuro, con tutto quello che ne comporta: dall’ambiente alla ricerca, dalla cultura alle associazioni educative passando ovviamente per lo sport.


Fonti: [1] La Repubblica, 10 Gennaio ’21 [2] La Repubblica, 30 Gennaio ’21 [3] https://ec.europa.eu/sport/ewos/story/john-mcavoy_en [4] John McAvoy, Athlete details, http://www.ironmanracingstats.com/athlete-details/?cognome=MCAVOY&nome=JOHN&sesso=M&nazione=GBR [5] Baden Powell