• Francesco Serra

Si può parlare di Girl Power nell’Antica Roma?


In base al nostro retaggio scolastico, rincarato, e talvolta distorto, dalle trasposizioni cinematografiche e televisive storiche, quando si parla della figura della donna relazionata all’Antica Roma, e più in generale al mondo antico, siamo soliti relegare il tutto a una società di stampo prettamente maschilista, in cui donne e uomini ricoprivano posizioni sociali ben differenti, a favore di questi ultimi, i quali riconoscevano l’importanza dell’universo femminile principalmente nell’ambito della crescita dei figli e dell’amministrazione della casa. Tuttavia, possiamo realmente catalogare la figura della donna romana come un “oggetto vivente”, senza nessuna facoltà decisionale poiché succuba della società maschilista in cui viveva? In realtà la questione risulta più articolata.


Innanzitutto, è bene precisare che l’età romana ricopre un periodo di tempo assai dilatato (grosso modo dall’VIII secolo a.C. al V secolo d.C.), all’interno del quale il volto della società e il suo modo di pensare si evolvono di continuo, talvolta pure rapidamente. Nella Roma arcaica, quindi nella sua fase monarchica (753 a.C. - 509 a.C. circa) ma anche nei primi secoli della Repubblica (509 a.C. - 31 a.C.), stando soprattutto a quanto tramandano le fonti in effetti ritroviamo quella rigida struttura sociale che conosciamo. La famiglia, principale entità economica, sociale e religiosa, gravitava attorno alla figura del paterfamilias, la massima autorità maschile all’interno di un nucleo familiare che esercitava un potere quasi illimitato sul patrimonio familiare, sugli schiavi, sui figli e sulla propria moglie [1], la quale poteva essere ripudiata in qualsiasi momento per vari motivi, primo fra tutti la sterilità, mentre il divorzio era di fatto una decisione unilaterale dell’uomo; in caso di adulterio da parte della donna, il marito disponeva addirittura della facoltà di ucciderla. Le ragioni di tali norme rigidissime sono da ricercare nel fatto che all’epoca il matrimonio era esclusivamente funzionale alla procreazione di figli legittimi, per questo veniva giudicato severamente qualsiasi comportamento poco consono ai costumi di fedeltà, sobrietà e riservatezza a cui la donna veniva educata [2], tanto che pure in età imperiale rimase la consuetudine dello ius osculi (“diritto al bacio”), che imponeva alla consorte di baciare sulla bocca regolarmente il marito (e persino i parenti prossimi qualora li incontrasse per la prima volta) affinché verificasse che lei non avesse bevuto vino puro, un atto reputato sinonimo di malcostume, perdita del controllo e conseguente infedeltà. [3]

“Nozze Aldobrandini”, affresco proveniente dal colle Esquilino a Roma (I secolo a.C., Biblioteca Apostolica Vaticana)


Già dalla tarda età repubblicana (II-I secolo a.C.) però, con l’incremento delle ricchezze, l’espansione territoriale, il cambiamento della temperie politica e la crisi degli antichi valori (mos maiorum), la figura delle donne all’interno della società romana cominciò a cambiare, almeno per coloro che appartenevano a ceti medio-alti. Una svolta importante si registra con la distinzione fra matrimonio cum manu e matrimonio sine manu. Nel primo, tipico dell’età arcaica, la tutela della donna passava dal padre allo sposo e con essa l’amministrazione della sua dote, pertanto la facoltà decisionale stava interamente nelle mani del marito; nel secondo invece, che prese progressivamente piede dall’età augustea in poi, buona parte della tutela della sposa rimaneva nelle mani della famiglia d’origine, mentre la gestione della propria dote restava a lei, e la decisone di divorzio o ripudio poteva partire anche dalla donna. [4]


Fra il I e il II secolo d.C., probabilmente il periodo in cui l’età imperiale raggiunse il suo apice, sappiamo che la donna raggiunse un’autonomia tale da poter gestire il suo patrimonio e i soldi del marito, chiedere il divorzio, partecipare normalmente ai banchetti, andare in giro con le amiche o “da sola” (accompagnata a distanza da servi più per una questione di sicurezza che non per buoncostume) e fare tante altre cose che avrebbero fatto inorridire personaggi aggrappati ai valori più tradizionali, come Giovenale.

C’è da dire comunque che pur vivendo nella medesima epoca non tutte le donne potevano godere degli stessi diritti. Nell’ambito delle classi plebee, praticamente per tutto l’arco della storia romana ci furono famiglie che perseguirono i valori di stampo arcaico per questioni di necessità e sopravvivenza, perciò fecero sposare le proprie figlie attraverso il matrimonio cum manu. D’altro canto, anche le donne che ricoprivano una posizione sociale estremamente alta, come la corte imperiale, erano tenute a dare l’esempio al popolo mantenendo una certa morigeratezza e supportando sempre il marito, specie qualora si trattasse dello stesso imperatore. A tal proposito risulta quasi doveroso menzionare alcune importanti mogli di imperatori, come Livia Drusilla (terza moglie di Augusto), Pompeia Plotina (moglie di Traiano), Giulia Domna (moglie di Settimio Severo), le quali ebbero un forte ascendete sui loro mariti, non solo per le questioni familiari private ma anche, e soprattutto, per la conduzione della politica, senza sentire troppo il bisogno di mettersi da parte o rimanere un passo indietro in quanto donne.


Busto in basalto di Livia Drusilla Claudia (I secolo a.C., Musée du Louvre)


Sia chiaro, con questo articolo non si vuole lasciar intendere che nella Roma Imperiale si sia raggiunta una parità di genere, niente affatto. Pur registrando una notevole emancipazione, tenendo presente il contesto storico in cui vissero, le donne furono comunque sempre considerate un gradino inferiore rispetto all’uomo. Nonostante questo, non c’è dubbio che nella Roma imperiale, ma più in generale nel mondo antico, si siano succedute numerose figure femminili che in un modo o nell’altro riuscirono ad emergere, tanto da far risultare decisiva la loro presenza in molte svolte epocali, proprio come le imperatrici sopraccitate; esponenti del cosiddetto “sesso debole” che con autorevolezza furono capaci di prendere in mano situazioni critiche, di farsi rispettare e farsi temere dai propri avversari laddove fosse necessario. Ma sono anche donne che purtroppo non vengono ricordate dai libri di storia come meriterebbero, non tanto per la carenza di fonti che protendono maggiormente verso l’universo femminile, quanto piuttosto per il fatto che spesso e volentieri risulta più esaustivo e sbrigativo additare le società antiche quali maschiliste e misogine molto più di quanto non lo fossero in realtà.


Fonti: [1] G. Alfӧldy, Storia sociale dell’antica Roma (= Römische Sozialgeschichte. Steiner, Wiesbaden, 1975; traduzione A. Zambrini), il Mulino, Bologna, 2011, pp. 20-27. [2] G. Geraci, A. Marcone, Storia Romana, con la collaborazione di A. Cristofori e C. Salvaterra, IV ed., Le Monnier Università, 2016, pp. 30-31. [3] A. Angela, Amore e sesso nell’Antica Roma, Mondadori, Roma, 2012, pp.26-29. [4] A. Angela, IMPERO. Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta, Mondadori, Roma, 2010, pp. 155-159.


Fonti immagini:

Figura 1: https://www.museivaticani.va/

Figura 2: wikimedia commons