• Lorenzo Pucci

“Spiegare il valore della libertà al mondo”


In quest’articolo avrei dovuto parlare d’altro ma mentre cercavo dei dati sono stato distratto da una storia che conosco bene ,o meglio, da quello che consideravo il suo triste epilogo; una storia che ritengo possa essere un monito per tutta la nostra generazione.

Il 2 dicembre ha avuto luogo la sentenza riguardante le proteste dello scorso anno avvenute ad Hong Kong, gli imputati sono i tre attivisti di spicco del movimento “Demosisto”: Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam.

Lo scorso anno ci fu una serie di proteste molto dure nei confronti dell’amministrazione di Hong Kong vista la tentata approvazione nel parlamento cittadino del disegno di legge che avrebbe permesso a Pechino di estradare tutti coloro che avrebbero commesso crimini nei confronti della Repubblica Popolare Cinese in modo quasi automatico.

Questa legge era fortemente voluta dal leader cinese Xi Jinping dagli inizi del suo mandato da presidente.

Le proteste però partirono per una serie di fattori complessi che vanno dalle precarie condizioni economiche della classe media che vive nella città alla brutalità della polizia che andò a colpire le prime manifestazioni pacifiche. Le proteste riuscirono ad ottenere una giusta portata internazionale quando i manifestanti decisero di bloccare l’aeroporto di Hong-Kong, mostrando così agli occhi dei viaggiatori e del mondo la durezza degli scontri con la polizia.[1]

Il risultato della sentenza era scontato, i tre attivisti dovranno scontare 13 mesi e mezzo di carcere cosa che anche loro si aspettavano vista la decisione di non procedere con alcuna linea difensiva e di dichiararsi colpevoli.

Per poter però capire il perché di questa pressione cinese sulla città e della reazione del popolo di Hong-Kong è necessario tornare indietro nel tempo al 1997, quando i britannici dopo ben 156 anni di controllo decidono di restituire alla Cina in via ufficiale la città di Hong-Kong.

Gli accordi erano stati presi nel 1984 tra Deng Xiaoping e il governo inglese con la firma della dichiarazione congiunta sino-britannica che prevedeva un periodo di transizione nel quale la città sarebbe diventata cinese nel 97, ma per ben 50 anni avrebbe dovuto mantenere le sue leggi diventando di fatto una regione ad amministrazione speciale secondo il modello del “Un paese due sistemi”.

Per quanto Hong-Kong sia da considerare formalmente parte del territorio cinese, ci sono ancora dei forti elementi di collegamento con il passato coloniale, come ad esempio, il sistema legislativo ancora ancorato alla common law inglese e un sistema scolastico di stampo britannico.

Un’eredità coloniale che però non piace a Pechino, che da anni sta provando a smantellare prima del previsto, come accaduto con un tentativo di riforma scolastica nel 2012, con l’inserimento della materia “educazione patriottica”, che di certo non si sposava perfettamente con un insegnamento della storia di stampo occidentale.

È dal 2014 che possiamo parlare di proteste massicce, come la “rivolta degli ombrelli” fatta partire a settembre di quell’anno e durata circa 74 giorni. Le proteste partirono come contrasto alle decisioni prese dal Comitato permanente dell’assemblea nazionale del popolo riguardo alle elezioni che si sarebbero svolte nel 2017, modifica poi bocciata vista la portata della protesta ma che costò il carcere per 16 mesi a diverse figure di spicco dell’attivismo politico pro-democrazia di Hong-Kong.

È da anni che in questa città giovani e non si uniscono in una lotta contro il tempo in difesa di valori che a prescindere da quanto si lotti, hanno una data di scadenza; Ed è da anni che alcuni di loro scontano o hanno scontato pene detentive a causa della loro partecipazione alle proteste.

Tra 27 anni la Cina sarà del tutto libera cambiare come vuole le leggi di Hong Kong e questo penso che sia Joshua Wong e con lui tutti gli attivisti ne siano consapevoli e nonostante questo continuano a lottare e a cercare di guadagnare il consenso della comunità internazionale.

Più di tutti si parla di Joshua Wong e del suo impegno nel divulgare non solo la sua storia, ma anche quella dei suoi coetanei e non che ancora oggi stanno scontando una pena a causa del loro attivismo.

Pochi giorni prima di essere arrestato in via precauzionale in vista del processo del 2 dicembre, è stato ricevuto dal Senato italiano e come in ogni sua apparizione all’estero ha ricordato la dolorosa storia di una generazione che poco a poco sta perdendo diritti che per noi sono scontati.

Come ho scritto nell’introduzione, inizialmente pensavo che questo fosse un epilogo triste perché per quanto queste persone abbiano provato in tutti i modi ad opporsi a questa situazione complessa di fatto non sono riusciti a bloccare questa legge.

Tuttavia, come la storia ci insegna, tutti coloro che hanno lottato per la libertà del loro popolo hanno sempre affrontato pene detentive.

Lo stesso Wong lo scorso novembre si dichiarò colpevole dei reati che il tribunale gli contestava, per il semplice fatto che in quanto attivista lui crede in quello per cui sta lottando e per ottenere la libertà sarebbe disposto pur a finire in carcere. Prima di entrare in tribunale davanti ai giornalisti ha detto che “stava spiegando al mondo il valore della libertà al mondo” con la sua ammissione di colpa e per me aveva ragione.

[1]https://www.ilpost.it/2019/08/13/scontri-aeroporto-hong-kong/