• Matteo Cardia

Un diritto, non solo una parola: il lavoro torni valore fondante del Paese




Diritto o dovere. Determinato, indeterminato, a chiamata, sottopagato, in nero. Si potrebbe andare avanti per molte righe se solo si volesse. Perché alla parola lavoro se ne arrampicano diverse altre che riescono spesso a determinarne il valore, a volte rischiando pure di oscurarne l’importanza: perché il lavoro, oltre a una questione economica, è una questione sociale nel suo senso più profondo. Riguarda tutti e non esclude nessuno. Solo le storture dei nostri tempi lo hanno fatto diventare un nuovo campo florido per le disuguaglianze che in qualche modo abbiamo imparato forzatamente a digerire.



Storture che hanno fatto breccia nella mente e nella pancia di tanti, contribuendo a un dibattito pubblico che fatica a mettere nel fuoco del proprio obiettivo le lavoratrici e i lavoratori e che continua a proporre le stesse polemiche, diventate ormai cicliche, scarne di significato e povere di forza nel far maturare risposte e cambiamenti. La gavetta che si può non pagare perché un privilegio, il sussidio che rende pigri, la scarsa propensione al sacrificio. Argomenti che gonfiano la pancia di chi dello status quo delle cose ne approfitta e lasciano a digiuno chi si trova a fronteggiare quel sistema costruito sulle ineguaglianze delle parti, mettendo in difficoltà soprattutto coloro che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro. Un mondo oggi spesso noto per l’insicurezza che è capace di distribuire su vari livelli, da quello salariale, passando per quello contrattuale, fino a quello psico-fisico. Da queste condizioni nascono due possibili reazioni: la rassegnazione e l’accettazione. Reazioni che non possono essere assunte come colpe di chi il sistema lo subisce.


I dati ISTAT rilasciati nell’ultimo rapporto sul Benessere Equo e Solidale lo confermano. Nella fascia di persone tra i 15-29 anni una persona su quattro non è inserita in nessun corso di formazione o non cerca in maniera attiva un impiego. Un dato calato rispetto al 2020 ma che non è tornato ai livelli pre-pandemici, quando i cosiddetti NEET erano il 22,1% - contro il 23,1% attuale. Dati ufficiali che lasciano fuori un sommerso che nel 2020 valeva più dell’11% del PIL del Bel Paese, ma che soprattutto spesso vive una simbiosi con il lavoro regolare che ne complica l’analisi e il rifiuto. Perché è il bisogno che spesso determina l’acconsentimento di quello che non dovrebbe essere normale, un assenso che accomuna tanti lavoratori, dipendenti o autonomi, ma contemporaneamente capace di creare distanze e tensioni con chi il lavoro lo offre, sopite però da un fattore chiamato necessità. È la necessità che fa accettare il più delle volte salari sempre più al ribasso - l’Italia è l’unico paese che ha visto calare i salari medi in Europa dal 1990 ad oggi [2]- in un sistema che si nutre di un’esigenza connotata di negatività. Un benestare forzato che in estrema conseguenza porta a mettere in pericolo anche la vita delle persone. Secondo i dati INAIL, nel primo trimestre del 2022 le morti sul luogo di lavoro denunciate sono state 189 (+2,2%) mentre gli infortuni hanno subito una crescita del 50,9%: un aumento dovuto in parte alla ripresa delle attività post-pandemia in diversi comparti, ma che sottolinea ancora una volta la messa in secondo piano, rispetto al profitto, della sicurezza sui luoghi di lavoro. [3] Un sintomo di una malattia che non esclude niente e nessuno, neanche i luoghi dello Stato, come dimostrato dalla morte di Lorenzo Parelli al suo ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro lo scorso 24 gennaio, e dalla scomparsa dell’operaio Fabio Palotti, che ha perso la vita durante la manutenzione di un ascensore nel palazzo della Farnesina lo scorso 28 aprile. Un morbo su cui bisognerà avere il coraggio di intervenire, cercando di rimettere al centro la persona e il suo benessere psico-fisico. Sarà però doveroso farlo osservando la realtà con lenti diverse da quelle usate fino ad ora, per non ripetere gli errori e i ciclici discorsi sulle colpe di qualcuno senza mai illuminare quello che rimane in penombra, a partire dalla questione della sicurezza e di quella salariale. È necessario farlo per la sopravvivenza di uno Stato che ha basato la sua stessa esistenza sul concetto più profondo di lavoro, tessendo attorno a questo i primi quattro articoli di quella tela chiamata Costituzione.


A una politica che si è spesso dimenticata il dogma dell'ascolto, che ha creduto di favorire il lavoro con il mito della flessibilità finendo poi per essere il più delle volte incapace di alzare la voce nei momenti opportuni - soprattutto nei casi di chiusura di impianti industriali per delocalizzare, anche all'interno dell'UE, nonostante gli utili in aumento - spetta il compito di ricominciare a camminare per capire e contrastare i fenomeni negativi della realtà. Dopo la pandemia non c’è più spazio per il mondo del passato. È tempo di crearne uno nuovo, dove la cittadinanza torni protagonista e consapevole, ma soprattutto in cui il lavoro torni a essere un diritto fondante del nostro Paese.


Fonti:

[1] Andrea Ducci, Neet, giovani insoddisfatti della vita dopo la pandemia: 1 su 4 non studia né lavora, Corriere della Sera, 22 aprile 2022, https://www.corriere.it/economia/lavoro/22_aprile_22/neet-giovani-insoddisfatti-vita-la-pandemia-1-4-non-studia-ne-lavora-629d9466-c227-11ec-9ffc-d9c4202c6b45.shtml


[2] Luca Piana, Il tarlo che divora gli stipendi in Italia: sono più bassi del 1990, Repubblica, 4 ottobre 2021, https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2021/10/01/news/il_tarlo_che_divora_gli_stipendi_in_italia_sono_piu_bassi_del_1990-320268706/#:~:text=L'Ocse%2C%20che%20elabora%20una,Stati%20Uniti%20quasi%20del%2050.


[3] Rapporto Istat BES, aprile 2022, https://www.istat.it/it/files//2022/04/nota-stampa-bes-2021.pdf