• Giulio Ardenghi

UNITI CONTRO IL RAZZISMO IN CAMPO

La sera dell’8 dicembre scorso doveva andare in scena la partita di Champions League tra Paris Saint-Germain e Istanbul Basaksehir. Invece sono successi uno dei fatti più brutti della storia del calcio moderno e uno dei più belli.


È capitato che il viceallenatore del Basaksehir, Pierre Webò, si sia sentito dare del “negru” da uno tra il quarto uomo e il guardalinee, entrambi rumeni. Ovviamente questo ha portato a proteste e indignazione, non tanto perché la parola “negru” sia necessariamente razzista in rumeno, ma perché, proprio come ha protestato l’attaccante dei turchi Demba Ba, rivolgersi a qualcuno chiamandolo per il colore della sua pelle significa comunque discriminarlo.

A onor del vero, sembra che quest’episodio non sia che la punta dell’iceberg dei battibecchi tra gli ufficiali di gara e la panchina del Basaksehir, poiché le registrazioni audio mostrano che qualcuno della squadra di Istanbul abbia commentato: “al mio paese i rumeni li chiamiamo zingari”.


A ogni modo, pochi minuti dopo i giocatori del Basaksehir hanno deciso di abbandonare il campo, seguiti a ruota da quelli del Paris, anche loro non disposti a giocare quando un ufficiale si comporta da razzista. Inizialmente sembrava una cosa che si sarebbe risolta in fretta, ma poi la partita è stata sospesa e posticipata al giorno dopo, mentre la UEFA ha aperto un’inchiesta per capire cosa sia realmente successo. La vicenda ha preso anche una piega politica, perché il presidente turco Erdogan ne ha approfittato per accusare la Francia di essere un paese che promuove il razzismo.


Ciò che è successo è sicuramente un momento saliente della storia del calcio, perché quello del pallone è un mondo che spesso si rivela indulgente nei confronti di insulti e comportamenti razzisti. È ben raro che entrambe le squadre decidano di abbandonare il campo quando questo succede, e lo è ancora di più che ciò succeda nella massima competizione europea. Questo fatto rappresenta un prezioso momento di solidarietà e sensibilità dei giocatori nei confronti di un problema così radicato e trascurato, e costituisce un potente incoraggiamento a continuare a protestare contro il razzismo nel calcio in modi che siano davvero risoluti ed efficaci.


Chi merita davvero i complimenti in tutta questa storia è il Paris Saint-Germain. Basta guardare i suoi risultati fino a ora per capire perché. Sommerso da un’ondata di infortuni nei mesi scorsi e finito in un girone particolarmente difficile in Champions, il Paris è partito male, perdendo all’andata contro Lipsia e Manchester United. Neanche in Ligue 1 la situazione è del tutto rosea: la compagine di Parigi è in testa, ma ha perso molte partite per i suoi standard, e Lilla e Lione, più forti e agguerriti che mai, sono pronti ad approfittare di un suo prossimo eventuale passo falso per raggiungerla e superarla. Certo, i parigini hanno vinto la loro ultima gara in Ligue 1 contro il Montpellier, e hanno battuto sia il Lipsia che lo United nel girone di ritorno, ma il loro passaggio agli ottavi non era ancora sicuro visto il loro inizio difficile. Essi avrebbero potuto tranquillamente lasciare che i giocatori del Basaksehir abbandonassero il campo e vincere per squalifica, ma hanno reputato che la battaglia da combattere fosse troppo importante, anche di più di una qualificazione facile agli ottavi di Champions League.


Il tutto ha ancora più significato quando si tiene a mente che, quando hanno lasciato il campo, né il Paris né il Basaksehir sapevano che la partita sarebbe stata posticipata al giorno dopo, ovviamente con ufficiali diversi. Prima di iniziare, i giocatori di entrambe le squadre e la terna arbitrale si sono inginocchiati per protestare nuovamente contro il razzismo. La partita si è poi conclusa con la straripante vittoria dei francesi, che hanno piegato i turchi per 5-1 e hanno terminato in testa al girone.


È sicuramente triste che le squadre debbano ricorrere a questi metodi, ma se ciò può aiutare a estirpare il problema del razzismo dentro e fuori dai campi da calcio, allora non possiamo che applaudire il loro coraggio.