• Matteo Cardia

Vite afghane: il cuore nel passato, lo sguardo al futuro


“Welcome!”

La voce di Shukur risuona nel cortile del bar di Sini, un piccolo centro a più di 7.000 chilometri di distanza dalla sua vera casa lasciata a Kabul quasi un mese fa insieme a sua moglie e ai suoi quattro figli.

Il tono è forte quasi quanto la sua stretta di mano. Ha addosso i vestiti buoni, dalla camicia scura fino alla scarpa lucida; sapeva di dover parlare e non ha voluto farsi trovare impreparato. Non mancano nemmeno le calze alte, anche se quelle non le abbandona quasi mai: dopo tanti anni spesi nel National Security Defence, la branca d’intelligence dell’esercito afghano, come direttore distrettuale, le zanzare sono diventate il principale nemico da affrontare.


“Mi sono arruolato tredici anni fa, l’ho deciso di mia spontanea volontà. Volevo aiutare il mio Paese e il mio governo – dice dopo aver chiesto espressamente di ringraziare il governo italiano per aver aiutato lui e la sua famiglia prima di ricevere le domande – Quando gli USA sono arrivati in Afghanistan siamo ripartiti da zero. È arrivata la tecnologia, i giornalisti potevano lavorare. È vero, la guerra non è mai finita in alcune parti del Paese, i talebani hanno continuato ad uccidere in città con le loro bombe e si sono rafforzati prima di tornare”. La guerra in Afghanistan è stata quella più lunga nella storia degli Stati Uniti, sostenuta da alcuni alleati storici della NATO e solo dopo un primo momento dall’ONU. Durante gli ultimi vent’anni le truppe, statunitensi e non, hanno lavorato per costruire l’esercito nei suoi vari apparati. Un esercito che, prima di disgregarsi rapidamente sotto l’avanzata talebana, ha perso più di 66.000 uomini, che vanno ad aggiungersi ai quasi 48.000 civili che negli anni hanno visto spegnersi la propria vita.


“Non so perché gli USA e il mondo hanno deciso di lasciare tutto, sapevano quello che sarebbe successo quello che abbiamo vissuto. Potevamo battere i taleb con il nostro esercito. Ma il problema era nei e tra i nostri leader. Il presidente Ghani ha venduto l’Afghanistan al Pakistan e ai talebani: quando sono arrivati a Kabul io ero pronto a combattere ma ci è stato ordinato di lasciare tutto. Il presidente ma anche Karzai, Heykmatiar, sono usati dai talebani per rendere più forte il loro potere. Quegli uomini non sono cambiati, non sono diverse le loro regole per gli altri e sicuramente non hanno la capacità di governare, non ci riusciranno. Sono un mezzo del Pakistan che non vuole che l’Afghanistan si sviluppi”. Il rapporto con i vicini non è mai stato ottimo dall’inizio della guerra civile degli anni ’90. Il Pakistan torna spesso nelle parole dell’uomo, come se oltre quel confine si annidasse il vero nemico. L’unica strada possibile oltre alla fuga sarebbe stata unirsi alla resistenza nel Panjshir. Ahmad Massoud, sembra l’unico uomo di cui ci si possa fidare.



Nella foto: Shukur era un membro della National Security Defence afgana. In questa foto che ci ha gentilmente dato è impegnato in una manifestazione dell’esercito


“Se nessuno lo tradirà – dice l’ex militare – potrà battere i talebani”. Salvare la sua famiglia è stata però la volontà più forte. “Inizialmente hanno detto a tutte le persone che lavoravano con il governo e non solo di restare a casa. Come avrei potuto dare da mangiare alla mia famiglia? Io poi sapevo troppe cose, i talebani mi conoscevano, così mi sono dovuto nascondere per tre giorni prima di riuscire a raggiungere l’aeroporto con la mia famiglia grazie alla convocazione del governo italiano. Se mi avessero trovato prima, mi avrebbero ucciso. Ora vorrei solo una vita tranquilla per i miei figli, di me non mi interessa.“


“I talebani non hanno cultura. Non sono esseri umani”. Javid ha 26 anni, è laureato in Computer Science all’Università di Kabul e ha lavorato per tre anni al ministero dello Sviluppo Economico. A fianco a lui c’è la sorella, Sakhina, 17 anni e una passione per la musica che aveva potuto coltivare crescendo negli anni in cui lo spazio per le giovani e le donne sembrava allargarsi nel suo paese. Sono Hazara, ma dal discorso etnico si distaccano subito: “Qui viviamo bene tutti insieme. Siamo sciiti, ma Dio è stato inventato dagli uomini stessi. Quello che interessa a noi è l’umanità”. Sono il simbolo di quell’Afghanistan che nonostante le difficoltà e la paura si era cominciato a costruire da sé, sempre più giovane. Javid ha la passione del videomaking, aveva un suo canale Youtube che però senza computer e strumentazione non può più curare, ha lasciato tutto in quella che somiglia a una vita precedente. A dividere le proprie storie da quelle di chi è rimasto a Kabul, ci sono state le ore in aeroporto: “I nostri amici erano contenti che riuscissimo ad andare via.


In foto: Javid (26) e Sakhina (16) , fratello e sorella che sono fuggiti da Kabul passando per l’inferno dell’Aeroporto Hamid Karzai. (foto Victoria Atzori)


Loro sono ancora lì insieme a parte della nostra famiglia.” Anche Touryalai ha 26 anni ma ha studiato odontoiatria. Non vuole farsi fotografare, ha paura che i talebani possano vedere il suo volto e vendicarsi sulla sua famiglia. Insieme al fratello, ha lavorato per anni a Herat come interprete, per l’Esercito e varie associazioni legate all’Italia che operavano nel territorio. Non è ottimista per il futuro del suo paese, l’unica speranza lavorativa per tanti era legata agli eserciti che hanno abbandonato l’Afghanistan. È impaziente nel voler capire se può lavorare o dovrà riprendere a studiare da zero, è disposto a farlo pur di ricostruirsi una vita. Se non ci sarà chiarezza da parte italiana dice che proverà a raggiungere Austria o Germania, dove ha degli amici già ben integrati e sembra già sapere che la loro condizione sia migliore. Ha deciso di darsi un tempo massimo di un anno per prendere la sua decisione definitiva.

In foto: Tre bambini appartenenti a tre famiglie di etnie diverse presenti nel centro di accoglienza di Sini. (foto di Matteo Pisu)


Anche perché al suo arrivo nella Penisola si è sentito come se non fosse voluto: “Nel mio documento c’era un piccolo errore di trascrizione fatto dai talebani, una lettera sbagliata nel mio cognome. Prima di partire avevo comunicato le mie generalità e al mio arrivo è saltato fuori il problema: sono stato sommerso di domande, come se stessi mentendo, ho chiesto di chiamare i miei contatti italiani ma sembrava non interessasse a chi mi stava chiedendo tutte quelle cose”. In Italia ad agosto sono arrivate 4890 afghani attraverso i voli organizzati dalla Farnesina e dal ministero degli Interni. Un numero importante, raddoppiato rispetto alle stime iniziali previste dal governo. Il segno di uno sforzo positivo, a cui però seguono i rallentamenti burocratici che rischiano di far sentire gli ospiti come intrusi. Nonostante la buona volontà di persone come Biagio Atzori, sindaco di Sini che sei anni fa ha deciso di cambiare vita e aprire le porte del suo agriturismo a chi aveva bisogno. Perché dopo l’accoglienza, gli scogli si chiamano documenti, pezzi di carta di cui spesso non si scorge l’importanza fin quando non te li trovi in tasca. Senza non si può lavorare o non si può studiare, come vorrebbe fare Touryalai ma anche Atiullah.

Ha solo sedici anni ma una delle poche cose a confermarlo sono i timidi baffi che gli spuntano sopra le labbra. Sembra più grande, ed è lui stesso ad ammettere che lancette del tempo vissuto a Kabul sono state più pesanti di chi non ci ha mai vissuto. Lasciare dietro i genitori e gli amici per seguire la sorella, moglie di Shukur, non è stato facile, sembrava però la scelta migliore da fare. “Quando è arrivata la mail, quella notte, io ero con loro. All’aeroporto temevamo per la nostra vita. C’era tanta confusione, tutti volevano fuggire. Alla fine, siamo stati fortunati”. Gli manca Kabul, la sua grandezza e il suo caos positivo.


In foto: Atiullah (16) è arrivato in Italia con la sorella e suo marito Shakur. I suoi genitori sono ancora in Afghanistan (foto di Victoria Atzori)


A scuola andava bene, gli piaceva sentirsi diverso dagli altri, speciale per i suoi interessi da ragazzo già maturo. Ha una gran voglia di parlare di politica e di quello che è accaduto a lui e agli altri che è accaduto a lui e agli altri afghani: “Dovete parlare di quello che è successo, dovete far sentire la nostra voce. L’Afghanistan ha bisogno di aiuto, non può stare in piedi da solo”. Gli occhi che sembrano velati di una malinconia diversa da quella adolescenziale, si riaccendono quando parla delle sue passioni, del calcio e delle lingue che vorrebbe continuare ad imparare. “Mi piacerebbe studiare le lingue, prendere una certificazione in inglese, studiare il francese e anche l’arabo”. La fuga, la paura e il dolore tirano i sorrisi e corrugano i volti. La nuova generazione afghana ha però intravisto una luce a cui non vuole smettere di aspirare, nonostante il buio sia tornato fuori ad avvolgere l’esistenza di tutti i giorni “Voglio tornare nel mio paese, vorrei diventare un uomo importante per l’Afghanistan” - dice Atiullah. L’ambizione colma il vuoto lasciato dalla distanza tra il cuore e la mente, tra i ricordi e il presente. Ha imparato a sognare Atiullah e nel futuro non vuole smettere di farlo.


Per approfondire sul tema della crisi in Afghanistan…


Foto di copertina: Javid (26) spiega quale era il suo ruolo all’interno del Ministero dello Sviluppo afgano (foto di Victoria Atzori)