• Giulio Ardenghi

White guilt: i bianchi devono sentirsi in colpa?


Nell’agosto del 2018, quindi non molto tempo fa, una lettrice del New York Times scrisse una lettera aperta agli esperti dello stesso giornale, e questa lettera cominciava dicendo: “Sono piena di vergogna. Vergogna bianca. Questo non è d’aiuto per me o per nessuno, specialmente per le persone di colore. Mi sento come se non ci fosse nessun “me” al di fuori della mia identità bianca/alto-borghese/cisgender [1]. Mi sento come se la mia stessa esistenza facesse male alle persone, come se mi stessi sempre prendendo dello spazio che dovrebbe appartenere a qualcun altro.” [2]


L’esempio qui sopra può probabilmente essere piuttosto estremo, ma di sicuro illustra appieno quello che si intende quando si parla di white guilt, ovvero il senso di colpa che provano molte persone bianche, specialmente in Paesi con un passato legato al colonialismo e alla schiavitù come gli Stati Uniti e la Francia, per la loro posizione più avvantaggiata nella loro società o per le atrocità commesse dai loro antenati verso le minoranze etniche. Questo senso di colpa può prendere diverse forme: oltre a esempi come quello riportato o a simili dichiarazioni di “colpevolezza” postate sui social network, è facile trovare su internet video in cui bianchi si inginocchiano in gruppo di fronte a persone di colore per chiedere perdono per il loro privilegio bianco etc.


Questo sentimento di white guilt, insieme a manifestazioni come quelle di cui si parlava sopra, è comprensibilmente esploso dopo l’assassinio di George Floyd da parte del poliziotto Derek Chauvin il 25 maggio del 2020, e in concomitanza con le successive massicce proteste per i diritti dei neri negli Stati Uniti. Questo avvenimento ha dato nuova linfa ai già presenti dibattiti sul razzismo sistemico in quel Paese e, per estensione, in tutti i Paesi occidentali.

Ciò ha portato questo senso di colpa a venire espresso pubblicamente con più frequenza, ma la visibilità ha attirato anche delle forti critiche.


Innanzitutto, pur senza negare i veri privilegi che i bianchi che vivono in un paese fatto dai bianchi per i bianchi e in cui le minoranze etniche vengono tangibilmente discriminate, il pericolo è quello di raggruppare tutti i bianchi insieme, come se un ricco manager di New York City che ha preso un MBA ad Harvard vivesse nelle stesse condizioni e avesse la stessa forma mentis di qualcuno che abita in una roulotte in Alabama e viene deriso dal resto della società con l’appellativo di white trash (spazzatura bianca ndr).

In secondo luogo, molti hanno fatto notare che, per quanto la vergogna e il senso di colpa siano delle emozioni forti da cui può potenzialmente partire qualcosa di buono, qualunque manifestazione pubblica di white guilt non può che spostare il centro dell’attenzione di nuovo verso i bianchi, i quali, a prescindere dalla bontà delle loro intenzioni, finiscono per “rubare la scena” ai problemi veri in cui le minoranze etniche si vedono costrette, e che hanno pertanto bisogno di venire affrontate col massimo dell’impegno e senza distrazioni.

E infine, il sentimento per cui i figli pagano le colpe dei padri è sempre barbaro e andrebbe lasciato alle spalle, anche quando la vittima designata siamo noi stessi.


Ma si sbaglia se si pensa che questo problema riguardi solo Paesi con una lunga storia di immigrazione e di imperialismo come gli Stati Uniti. Nel caso dell’Italia, nonostante il fatto che il Paese stia affrontando questioni di immigrazione solo da pochi decenni e che il contesto sia ben diverso da quello americano, alcuni gruppi tentano di riprodurre certi aspetti della retorica del progressismo bianco d’oltreoceano, tra cui quelli intorno al white guilt. Ma è chiaro che un’operazione del genere, in Italia ancora di più che in America, non potrà che risultare in una forma quasi narcisista di ostentazione valoriale che non tiene conto né dei bisogni reali della popolazione migrante né di quelli dei bianchi (se gli italiani autoctoni si possono definire così) che vivono in situazioni di ristrettezza economica e problemi sociali.


Fonti e note: [1] La parola “cisgender” è usata per riferirsi a qualcuno la cui identità di genere coincide col proprio sesso biologico [2] Strayed, Cheryl e Almond, Steve, How can I cure my white guilt?, postato sul New York Times il 14 agosto 2018 e reperibile al link:

https://www.nytimes.com/2018/08/14/style/white-guilt-privilege.html

(consultato il 9 marzo 2021)


Foto copertina: Nancy Pelosi (Fonte: ABC News)