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  • Matteo Meloni

Il pragmatismo iraniano evita l'inizio di un conflitto generale


Un muro all'esterno dell'ex ambasciata degli Stati Uniti a Teheran | Foto Matteo Meloni


Che la questione palestinese rappresenti l’ago della bilancia degli equilibri internazionali lo diciamo da tempo. Tuttavia, arrivati al sesto mese di pulizia etnica perpetrata dallo Stato d’Israele nei confronti dei gazawi, una soluzione diplomatica diventa sempre più imprescindibile. Lo evidenzia in tutta la sua forza la risposta della Repubblica Islamica all’atto di guerra di Tel Aviv contro il consolato iraniano di Damasco, in Siria — fronte di guerra del tutto connesso con quanto avviene nella Striscia e in Cisgiordania —, che ha portato l’esercito sciita, invocando l’articolo 51 della Carta Onu, ad una rappresaglia imponente ma del tutto gestibile dai militari israeliani.


Infatti, le ampie tempistiche di annuncio del contrattacco da parte delle autorità iraniane hanno permesso a quelle israeliane di prepararsi in tutto e per tutto al lancio di droni e missili verso lo Stato alleato numero uno degli Stati Uniti che, da quanto si apprende, insieme al Regno Unito, ha contribuito allo sventare potenziali danni concreti al suolo. Per Teheran la risposta alla violenza israeliana è stata sufficiente a non andare oltre, conscia del fatto che Washington e altre potenze amiche sarebbero potute intervenire contro la Repubblica Islamica.


Ma i fatti in svolgimento in queste ore, legati al più ampio contesto mediorientale e alla sorte della pace a livello mondiale, stanno velocemente cambiando gli scenari, oramai del tutto fluidi e imprevedibili. Ad esempio, è fondamentale notare il diniego annunciato da Turchia (Paese membro della Nato), Giordania, Iraq, Kuwait e Qatar (con gli ultimi due che, rispettivamente, ospitano 13500 e 10000 soldati Usa) al sorvolo di aerei statunitensi del loro spazio aereo laddove l’amministrazione Biden avesse deciso di intervenire contro l’Iran. Un fronte definibile realista, che comprende bene il significato della parola escalation, che trascinerebbe loro stessi e l’intera regione in un conflitto ancora più esteso.


È il pragmatismo iraniano da encomiare in questa triste vicenda: il Governo di Ebrahim Raisi è stato più che attento nel rispettare pienamente una bilanciata risposta all’attacco di Israele contro la struttura diplomatica dell’Iran in territorio siriano. Una fattispecie che infastidisce — e non poco — i riottosi esecutivi occidentali, molti dei quali spinti dal desiderio di annichilimento di numerose realtà statuali più che della ricerca di soluzioni democratiche, come prevederebbero il buonsenso e persino le norme interne. L’Italia, non dimentichiamolo, ripudia sulla carta la guerra, ma è pienamente coinvolta nell’export di armi proprio a quei Paesi che sono in pieno conflitto, persino quelli che stanno commettendo un genocidio in diretta social.


Proprio l’informazione gioca una carta decisiva nei momenti di tensione: la stampa mainstream, sempre più controllata dai Governi, fatica a reggere il passo alle evidenze pubblicate dai progetti giornalistici indipendenti e divulgativi, che sempre più fanno breccia tra l’audience più giovane. Salta agli occhi, inoltre, il tentativo di mistificazione che avviene su base giornaliera, con i principali quotidiani italiani del tutto incapaci di fornire analisi obiettive, tra titoli del tutto sballati e approfondimenti che sembrano più che altro slogan pro guerra. Ieri sera i siti online parlavano di “Attacco a Israele”, dimenticandosi  volontariamente del fatto che quella iraniana è stata la risposta a un atto di guerra.


Come al solito, le bombe amiche sono democratiche, quelle nemiche il male assoluto. In altre circostanze, un Paese governato da forze violente e reazionarie — come quelle guidate da Netanyahu — sarebbe stato invaso in nome della libertà e della stabilità. In questo caso, invece, quello stesso Paese può impunemente colpire una struttura diplomatica e persino ricevere la solidarietà anticipata per una potenziale — poi avvenuta in misura limitata e accurata — rappresaglia.


Ecco perché ci attende il caos, generato, agevolato e creato dalle nazioni occidentali, che hanno lavorato in piena luce sicure del fatto che l’opinione pubblica non avrebbe contato nulla. Un caos studiato a tavolino e nella ricerca degli interessi di politica interna, tra il non rispetto degli accordi presi — vedi l’uscita degli Stati Uniti dal JCPoA —, logiche da doppio standard e dittatori (da Putin ad Assad, da Gheddafi a Mubarak) prima ritenuti utili strumenti delle politiche neocolonialiste e diventati, di punto in bianco, il male assoluto.


Molto semplicemente, non siamo democrazie mature, ma pretendiamo democrazia dagli altri, e solo se riteniamo quelle realtà ostili in un preciso momento storico. La verità è che non possiamo pretendere nulla, se non da noi stessi. E intanto, prepariamoci al peggio.


Quanto espresso in questo articolo è basato sulle opinioni dell'articolista che non necessariamente riflettono la linea editoriale di TocToc Sardegna

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