• Matteo Monaci

Sull'orlo dell'abisso: sessant'anni dalla crisi di Cuba.




D’un tratto sembrò che la follia e la disperazione avessero preso il sopravvento. Vi era chi piangeva, chi, attaccato alla cornetta del telefono, tentava di ricontattare i propri cari con la speranza di riabbracciarli per l’ultima volta, chi si lasciava andare all’alcol e alla droga e chi tentava in ogni modo di mettere in piedi rifugi improvvisati dell’ultima ora. Era il 16 ottobre 1962. Fu il giorno in cui il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy vide per la prima volta le immagini scattate da un aereo spia statunitense ritraenti i missili nucleari dispiegati a Cuba dall’Unione Sovietica.


Mai come allora il mondo è stato così vicino a una guerra atomica. Si trattava della risposta del leader sovietico Nikita Chruschev, sulla base di un accordo segreto siglato con il leader cubano Fidel Castro, al dispiegamento di missili da parte degli USA in dieci basi militari situate in Italia e cinque in Turchia. A loro volta gli USA risposero allestendo un blocco militare al fine di impedire che ulteriori missili venissero trasportati a Cuba, chiedendo successivamente l’immediato smantellamento da parte dell’URSS dei missili già stanziati. In un discorso televisivo il presidente Kennedy comunicò alla nazione il pericolo imminente che il mondo intero si accingeva a correre. E fu in occasione di una sessione di emergenza dell’ONU che l’ambasciatore statunitense Adlai Stevenson mostrò a tutti le fotografie dei missili.


È facile immaginare come la paura si impadronì delle persone nelle due settimane che seguirono. Era ancora fresco il ricordo delle bombe atomiche sganciate meno di vent’anni prima dagli USA sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale. Ordigni che avevano provocato più di duecentomila vittime tra la popolazione civile, a cui si sarebbero presto aggiunti tutti coloro che morirono a causa delle radiazioni. Si era ben consapevoli che il mondo e l’umanità intera non sarebbero sopravvissuti a una nuova guerra, stavolta combattuta con armi di portata ben superiore alle bombe sganciate nel 1945. Anche per questo è passata alla Storia la celebre affermazione del filosofo pacifista britannico Bertrand Russell: “Il genere umano non può più sopravvivere senza la pace e che di fronte a questo obiettivo meriti e demeriti delle due parti coinvolte nella controversia sono destinati a scomparire.”


Particolarmente rilevante nella soluzione della crisi fu il ruolo diplomatico svolto da Papa Giovanni XXIII e dall’allora presidente del consiglio italiano Amintore Fanfani, che seppero indurre le parti al dialogo. Nonostante le pressioni del generale Curtis Le May, Capo di Stato maggiore dell’aviazione degli USA, che premeva per un’invasione immediata di Cuba, la via della ragionevolezza prevalse e il presidente Kennedy s’impegnò così a ritirare i missili dispiegati in Italia e in Turchia, dichiarando poi pubblicamente l’intenzione di non voler invadere più Cuba in cambio del ritiro dei missili sovietici dall’isola. Un ritiro che avvenne sotto la supervisione dell’ONU. Il mondo fu così salvo.


Oggi più che mai, in un clima di tensioni internazionali crescenti, segnato dagli orrori dell’invasione russa dell’Ucraina e dalle innumerevoli atrocità commesse dall’esercito di Mosca contro la popolazione civile, il ricordo di quei giorni, che a noi appaiono lontani, è più vivo che mai e non deve andare perduto. Nell’era atomica in cui viviamo la diplomazia rappresenta l’unico mezzo in grado di risolvere le controversie internazionali e il dialogo non potrà essere abbandonato mai e in nessun caso.

La speranza di un futuro di pace non potrà mai morire.


A farci da monito è ancora oggi una frase di Albert Einstein: “Non ho idea di quali armi si utilizzeranno per combattere la terza guerra mondiale, so soltanto che, se si utilizzeranno le armi nucleari, la quarta sarà combattuta con bastoni e pietre”.