• Silvia D'Andrea

Alexandria Ocasio-Cortez: quando le scuse non bastano


La violenza è il risultato di una cultura distorta


Il mondo odierno ha degli appuntamenti fissi. Ci sono molte ricorrenze che vengono ricordate annualmente, il 25 novembre ricordiamo la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Ci si pone a questo punto un interrogativo: come ricordarla adeguatamente e renderle giustizia, senza scrivere un discorso superficiale fatto di argomentazioni note, che rischiano solo di disumanizzarla e appiattirla?

Il modo migliore dovrebbe essere quello di lasciar parlare le vittime di violenza e abuso. Cosa si intende per violenza e abuso? È importante specificarlo proprio per non riportare una narrazione semplicistica. La violenza non si esprime solo attraverso una manifestazione esplicita (come l’abuso fisico o il turpiloquio) più o meno occasionale.

La violenza si esprime anche attraverso un meccanismo più tacito e subdolo: attraverso la discriminazione di genere, un fatto tristemente culturale.


Come anticipato oggi riflettiamo sulle parole di una donna vittima di abuso verbale sul luogo di lavoro, fatto avvenuto il 23 luglio 2020.

Alexandria Ocasio-Cortez è una giovane politica statunitense, Rappresentante del 14° distretto della città di New York presso il Congresso degli Stati Uniti d’America.

Il 23 luglio 2020 pronuncia un discorso al Congresso atto a denunciare l’abuso verbale subito dal collega repubblicano Ted Yoho e, soprattutto, le scuse rivoltele dallo stesso.


Riportiamo alcuni estratti del discorso della Deputata:


“Lui [Mr. Yoho] mi ha avvicinata sui gradini proprio qui di fronte alla capitale della nostra nazione. […] Mi ha messo un dito in faccia, mi ha chiamato disgustosa, mi ha chiamato pazza, mi ha chiamata fuori di testa. E mi ha chiamata pericolosa. [...] dopo che avevo definito i suoi commenti come scortesi, si è allontanato e ha detto, sono scortese, tu mi stai definendo scortese. […] Sono tornata fuori e c'erano dei giornalisti davanti al Campidoglio, e davanti ai giornalisti, il Rappresentante Yoho mi ha chiamato, e cito, a f ------ b ----."

Queste sono le parole che il rappresentante Yoho ha rivolto a una parlamentare. La deputata che non solo rappresenta il 14 ° distretto di New York, ma ogni deputata in questo paese perché tutte noi abbiamo dovuto affrontare questo in qualche forma, in qualche modo, in qualche maniera ad un certo punto della nostra vita.”


Queste prime righe riportano l’accaduto nella sua cruda interezza. Un gesto, quello di Ted Yoho già di per sé inqualificabile.

“[…] Questo tipo di linguaggio non è nuovo. […] E questo è il problema. Il signor Yoho non era solo. Stava camminando spalla a spalla con il rappresentante Roger Williams. Ed è a questo punto che iniziamo a vedere che questo problema non è questione di un incidente. È un fatto culturale. È una cultura della mancanza di impunità, dell'accettazione della violenza e del linguaggio violento contro le donne, un'intera struttura di potere che lo sostiene.”

“[…] Il presidente Trump l'anno scorso mi ha detto di "tornare a casa" in un altro paese con l'implicazione che non appartengo nemmeno all'America. Il governatore della Florida, il governatore DeSantis, prima che io prestassi giuramento, mi ha chiamato una "qualunque cosa sia". […] Questo è un modello di atteggiamento verso le donne e la disumanizzazione degli altri.”


Subito dopo la Ocasio-Cortez precisa che il vero problema non è il singolo momento, l’incidente, come lo chiama lei. Il vero problema risiede nel fatto che questo grave accaduto non costituisce una novità, si tratta di un fatto culturale e di potere che accetta e supporta la violenza e l’abuso (in qualsiasi forma) ai danni delle donne, che disumanizza le donne in quanto donne.


“[…] È solo un altro giorno, giusto? Ma poi ieri, il rappresentante Yoho ha deciso di venire alla platea della Camera dei rappresentanti e scusarsi per il suo comportamento. E quello non potevo permetterlo. […] Non potevo permettere alle vittime di abusi verbali e, peggio, di vedere quelle scuse e di vedere il nostro Congresso accettarla come legittima, accettarla come scusa e accettare il silenzio come forma di accettazione.”

“[…] E non ho bisogno che il rappresentante Yoho si scusi con me. Chiaramente, non vuole farlo. […] Ma la cosa con cui ho problemi è il fatto di usare donne, mogli e figlie come scudi e scuse per un comportamento scorretto.”


Conclusa la prima parte del discorso, nella quale il gesto umiliante del collega repubblicano viene denunciato, la Deputata non si ferma, prosegue il suo discorso approfondendo una riflessione affatto scontata: le scuse non bastano, le scuse semmai affermano quella cultura che perpetra la disparità. La dignità e il diritto al rispetto non possono e non devono essere barattati con il silenzio di fronte ad un’ammenda tutt’altro che convincente o tantomeno sincera. Le scuse del collega, spiega, non sono altro che la dimostrazione che sia sufficiente porgere delle scarne scuse per riparare ad un grave torto, affermando così che accadimenti di questo genere siano incidenti del tutto normali. La Ocasio-Cortez rimarca inoltre che non è sufficiente nemmeno che la singola donna non accetti questo, un meccanismo sociale e psicologico di questo genere non deve essere accettato dalla comunità intera, dalle istituzioni.


“Il signor Yoho ha detto di avere una moglie e due figlie. Sono anche io la figlia di qualcuno. […] Sono qui perché devo mostrare ai miei genitori che sono loro figlia e che non mi hanno cresciuta per accettare abusi da parte degli uomini. […] Lui [Mr. Yoho]- nell'usare quel linguaggio, davanti alla stampa, ha dato il permesso di usare quel linguaggio contro sua moglie, le sue figlie, le donne della sua comunità, e io sono qui per alzarmi per dire che non è accettabile.”

“[…] E così, quello che credo è che avere una figlia non renda un uomo decente. Avere una moglie non rende un uomo decente. Trattare le persone con dignità e rispetto rende un uomo dignitoso. E quando un uomo perbene fa un pasticcio, come tutti noi siamo tenuti a fare, fa del suo meglio e si scusa. Non per salvare la faccia, non per ottenere un voto. Si scusa sinceramente per riparare e riconoscere il danno fatto in modo che tutti noi possiamo andare avanti.”


Queste ultime righe parlano da sé. La deputata democratica conclude con un’immagine forte e chiara. “Mr. Yoho è sposato e ha due figlie. Anche io sono una figlia. Utilizzando questo linguaggio nei miei confronti, lui ha dato il permesso ad altri uomini di fare lo stesso con le sue figlie.” Questo non è accettabile, non può esserlo, perché dimostrerebbe solo che non conta essere sposato, avere una moglie, mostrarsi al pubblico come il buon padre di famiglia per essere una persona “decente” o “onesta”, non basta se un uomo continua a sentirsi libero di importunare e insultare una donna impunemente, solo perché al mondo “così fan tutti”.


Le parole di Alexandria Ocasio-Cortez sono le parole di una donna che non è rimasta e non rimane in silenzio davanti al sopruso, di chi non accetta di lasciarsi definire da uno schema culturale obsoleto, o da una rivendicazione di potere e status malata.

La nota positiva non sta fortunatamente solo nel coraggio di persone come lei, ma anche nella responsabilizzazione di molti governi e associazioni civili che oggi affrontano con maggiore serietà questa innegabile problematica, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di violenza e discriminazione contro le donne e l’empowerment di genere. Basti pensare alla Spotlight Initiative portata avanti dalla partnership Nazioni Unite – Unione Europea, ed anche alle moltissime altre iniziative, come - per citarne un’altra - la HeForShe.


La chiave della soluzione consiste dunque nella sensibilizzazione, nella responsabilizzazione, nello smantellamento della cultura della diversità e dell’esclusione, della violenza e dell’assoggettamento, e in definitiva, nella costruzione di un mondo in cui non valga la regola della strada già ineluttabilmente segnata, ma quella del diritto di essere rispettati e di avere pari opportunità nella piena umanità di sé.