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  • Paolo Falqui

Blanco ha spaccato: analisi semiseria di un momento iconico


È il 2001, a Sanremo si esibiscono come ospiti internazionali i Placebo, band inglese di rock alternativo, e alla fine dell’esibizione il frontman Brian Molko decide, apparentemente senza un perché, di spaccare la chitarra contro un amplificatore. Il pubblico del Festival inizia a fischiare il gruppo e lui saluta con un inchino in mezzo ai cori “scemo, scemo”.


Passano dodici anni e si ripete il copione: Blanco, nuova stella della musica italiana, infastidito per un problema tecnico, smette di cantare e devasta il palco di Sanremo per l’occasione riempito di fiori; dopo dodici anni la reazione del pubblico è la stessa, pioggia di fischi e Amadeus che prova a tamponare la situazione mentre il giovane cantante prova a spiegare che “si stava solo divertendo”. Tuttavia, il momento di Blanco ha degli elementi che in un’ipotetica scala dell’epicità lo collocano diversi gradini più in alto dei Placebo, e probabilmente più in alto persino dell’ultimo momento veramente epico di Sanremo, ovvero la lite tra Morgan e Bugo.


La performance di Blanco è una tragedia in tre atti che segue un climax ascendente e culmina nel suo sorriso a metà tra l’ingenuo e il divertito mentre il pubblico fischia.

Il primo atto è la prevista esibizione per presentare il suo nuovo singolo, canzone decisamente energica che sembra svegliare il pubblico un po’ assopito; tuttavia già in questa parte idillica Blanco ci dà, come un grande sceneggiatore, qualche indizio sul pericolo imminente, indicando ripetutamente l’auricolare e ripetendo in due occasioni, nel mezzo della canzone, “senza voce”. La chiusura del primo atto ci lascia un momento di suspense, con Blanco che, stanco di sentirsi ignorato, si mette il microfono in tasca; è il segnale che qualcosa di grosso sta per succedere e proprio qui inizia il secondo atto: il conflitto.


Il cantante, infatti, inizia un vero e proprio conflitto con i fiori predisposti sul palco, omaggio sia a Sanremo come città dei fiori che al titolo della sua canzone “L’isola delle rose”, in preda a un raptus o all’energia della sua stessa canzone. Le immagini dei petali che volano, lui che cade pure, nessuno che blocca l’esibizione: è il momento dello shock, nel quale né la produzione del Festival, né gli spettatori in sala o a casa hanno potuto reagire, superati dalla dimensione dello spettacolo improvvisato che qualsiasi cervello umano considerava in quel momento come oggettivamente impossibile. La musica si ferma, arriviamo allo scioglimento: terzo atto.


Il silenzio spezza l’incantesimo che aveva immobilizzato qualsiasi essere umano nel raggio di chilometri: Amadeus si precipita su palco disastrato, il pubblico inizia a fischiare sonoramente. Gli sforzi ripetuti del conduttore, pur laureato con lode in gestione di imprevisti, per calmare il pubblico sono vani, anche e soprattutto per l’atteggiamento da bambino che ha appena fatto una marachella di Blanco che, non soddisfatto, sfida il pubblico con un sorriso e provando a spiegare, come se così suonasse più logico, che dato che non si sentiva voleva divertirsi. Blanco va via, il pubblico si calma, cala il sipario.


Per capire come si è arrivati a un teatro che riempie di fischi il vincitore dell’anno prima bisogna scavare un po’ nella storia anagrafica e artistica di Blanco, e di come il suo gesto possa essere semplicemente espressione superficiale di qualcosa di più profondo.

Riccardo Fabbriconi è un ragazzo del 2003, che a 19 anni ha una carriera che molti colleghi più anziani possono solo sognare: vincitore del Festival di Sanremo 2022, partecipante ad Eurovision, tour negli stadi. Stiamo parlando di un ragazzo giovanissimo, che ha fatto della ribellione adolescenziale il suo manifesto artistico e dell’energia selvaggia il suo modus operandi, dettagli importanti ma che sfuggono al pubblico sanremese che ha visto l’anno passato un ragazzo quasi angelico, in gara con una canzone decisamente tradizionale.

Si può vedere dunque come, seppur imprevisto, sicuramente il comportamento sul palco di Sanremo non sia un’uscita di strada, ma l’espressione di un’attitudine totalmente coerente con la persona ed il personaggio. Tuttavia non si può ignorare l’impatto di un gesto simile soprattutto tenendo in considerazione due fattori: il contesto e la riuscita, fortuita ma perfetta, in termini estetici e simbolici.


Il contesto sanremese è fondamentale in questo momento artistico: un Festival che, nonostante il processo di svecchiamento, continua ad essere il tempio del conservatorismo, dell’eleganza, del perbenismo inteso come non fare arrabbiare nessuno: ambiente patinato, canzoni leggere, monologhi e sketch comici spesso non veramente mordaci (ricordo i fischi all’imitazione di Berlusconi fatta da Crozza e letteralmente interrotta dalle grida di disapprovazione del pubblico); in questo contesto di neutralità, l’imprevisto e l’estremo sono nemici e amici, aria fresca per lo spettatore, materiale per i giornalisti, perfino argomento di discussioni parlamentari. Se Blanco lo avesse fatto durante un suo concerto normale, difficilmente qualcuno si sarebbe scandalizzato.


Si aggiunge poi una lettura puramente estetica: Blanco, vestito totalmente di bianco, inizia a prendere a calci i fiori e rovescia i vasi, ritrovandosi dunque circondato da petali rossi che volano, con un sottofondo musicale (la sua canzone) che accompagna perfettamente la distruzione in atto. L’immagine perfetta è lui che sta cadendo in preda alla sua stessa energia e una rosa finisce sbalzata casualmente proprio in direzione della telecamera; dura pochi istanti prima che la Rai glissi sulla sua caduta, però sembra quasi composta intenzionalmente da quanto è artistica.

L’incoronazione arriva dai fischi del pubblico a fine performance: lì si percepisce che qualcosa è successo, che la platea ha ricevuto un messaggio, che la distruzione di Blanco rimarrà negli annali del festival. Gli spettatori reagiscono come a un attacco personale del giovane cantante, una sfida all’istituzione Sanremo, resa ancor più esplicita dalla coincidenza dei fiori sul palco, simbolo di Sanremo stesso. Nella sua spontanea ribellione iconoclasta, Blanco, 19 anni, sbatte in faccia al pubblico lo sprezzo dell’autorità tipico di un adolescente, diventando suo malgrado simbolo di una lotta generazionale che si fa estrema nel momento nel quale Amadeus, 60 anni, lo invita a spiegare le sue ragioni davanti ad altri sessantenni indignati e lui se ne esce con un “volevo divertirmi”.


È un colpo di genio, colpito e affondato, l’incomunicabilità tra il giovane ribelle e gli adulti morigerati che viene rappresentata come in una pièce teatrale dove tutti i protagonisti fanno esattamente quello che dovevano fare per diventare un classico di cui si parlerà per anni.

Persino nelle scuse inviate tramite Instagram, Blanco in realtà non disconosce il suo gesto, conscio forse della sua epicità, ma chiede scusa per “non essere perfetto come volevi”; su questa frase si potrebbe scrivere un’altra analisi, ma mi fermerò al fatto che ci ha ricordato che alla fine sul palco vanno persone, non miti, non ideali, non modelli, e che ci vanno con il loro gusto e il loro mondo.

E quindi sì, Blanco ha spaccato da vera rockstar, regalandoci un momento (artistico e di televisione) iconico come pochi.

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