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  • Immagine del redattoreAlessandro Manno

Cosa ci resta delle elezioni regionali in Sardegna


(Alessandra Todde, Giuseppe Conte e Elly Schlein dopo la vittoria - foto dal profilo Fb di Alessandra Todde)


Alessandra Todde, candidata del Campo Largo composto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e altre liste progressiste e autonomiste, è diventata presidente di Regione dopo un testa a testa nello scrutinio dei voti con il sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, candidato della coalizione di centrodestra.


Prime volte


Un risultato a suo modo storico per due aspetti: Todde diventa la prima presidente di Regione appartenente al M5S in Italia e diventa anche la prima donna a ricoprire tale carica in Sardegna. Più staccati gli altri due candidati in corsa per la presidenza della Regione: l’ex presidente Renato Soru ha raggiunto l’8.6%, mancando quindi l’accesso al Consiglio Regionale, mentre Lucia Chessa si è fermata all’1%. Stando all’attuale conteggio dei voti (nel momento in cui scrivo mancano ancora 19 sezioni da scrutinare) il distacco tra Todde e Truzzu si è attestato a meno di 0.4 punti percentuali, vale a dire meno di 3000 voti. Pochissimo. Ma abbastanza per permettere alla ex vicepresidente del Movimento Cinque Stelle di governare la Sardegna per i prossimi 5 anni.

Valutazioni

Al termine di una campagna elettorale molto lunga, iniziata a novembre con la discesa in campo di Alessandra Todde e Renato Soru, si possono ricavare alcuni punti che aiutano a fare un breve riepilogo di queste elezioni e a tracciare delle traiettorie per il futuro.

Il primo: le preferenze hanno un peso fondamentale. Todde batte Truzzu nelle preferenze come candidato mentre la coalizione di centrodestra ottiene più voti del centrosinistra. Per la legge elettorale sarda “basta" questo per permettere a Alessandra Todde di diventare presidente. Il voto disgiunto, che si pensava potesse essere ostile ad Alessandra Todde, è uno degli elementi che hanno condannato alla sconfitta Paolo Truzzu. Al momento dell’annuncio della candidatura di Renato Soru si pensava che gli elettori del centrosinistra, scontenti della scelta di una personalità non appartenente alla storica galassia del mondo progressista, potessero optare per un voto disgiunto che avrebbe visto la scelta di candidati consigliere delle liste di Todde e poi la preferenza a Renato Soru come candidato presidente. Un’opzione resa possibile dalla legge elettorale e che rende sempre particolarmente incerto l’esito del voto. Truzzu inoltre paga il tracollo di voti nei grandi centri come Sassari e Cagliari che votano in larga parte per il centrosinistra e Alessandra Todde: nei due centri più grandi dell'isola la guida del campo largo stacca il candidato di Fratelli d’Italia di quasi 20 punti percentuali. Nei fatti è una bocciatura dell’operato del sindaco uscente di Cagliari, che aveva già annunciato la volontà di restare in Consiglio regionale malgrado una eventuale sconfitta alle urne. L'andamento della tornata però ridurrà soprattutto le possibilità da parte di FdI di esprimere nuovamente il/la candidato/a sindaco/a del capoluogo.

Il secondo: la legge elettorale è uno schifo. Consente la governabilità ma a scapito della rappresentanza e ha un metodo di ripartizione dei seggi, grazie al premio di maggioranza basato su dei quozienti, che garantiscono degli scranni anche a partiti che all’interno della coalizione vincitrice hanno appena l’1% dei consensi. In Sardegna infatti non è presente ballottaggio e basta prendere anche un solo voto in più di un candidato per poter prendersi tutto il premio di maggioranza. Ciò porta ovviamente ad allearsi in più partiti con coalizioni che sono tremendamente eterogenee e differenti per storia politica, cultura e radicamento nel territorio. Questa distorsione fa sì che ad esempio i partiti della coalizione di Soru rimangano fuori dal Consiglio Regionale, così come era successo nel 2014 all'allora candidata Michela Murgia. Una storia che si ripete dal 2013 quando questa legge elettorale era stata approvata, ma che causa effettivamente dei problemi, tenendo conto che se i cittadini non vedono i loro voti rappresentati in Consiglio al prossimo giro sceglieranno in modo molto più facile la via dell’astensione. E con questo arriviamo all’ultimo punto.

Il terzo: l’astensione è sempre il primo partito. Dire che il fenomeno è solo sardo sarebbe ovviamente un errore. Tuttavia, ci sono una serie di scelte che sicuramente non hanno aiutato a far diminuire l’astensione, una fra tutte la scelta di non votare su due giorni ma solo un giorno, la domenica, con enormi problemi per chi vive e lavora fuori regione (lavoratori trasfertisti e studenti fuorisede) che hanno faticato e non poco a prendere i biglietti per recarsi in Sardegna per votare. Questa scelta è stata una precisa decisione del Consiglio regionale a pochi giorni di distanza dal voto, che ha preferito mantenere la sola data del 25 febbraio per poter votare. È pur vero che votando in un solo giorno si risparmia e si concentrano gli sforzi di scrutatori e presidenti di seggio in un numero ristretto di ore, ma quanto questo risparmio è effettivo di fronte alla carenza di partecipazione? Inoltre, uno dei motivi sempre più sostanziali che portano all’allontanarsi dal voto è la scarsa fiducia nei confronti della politica. È proprio dalle realtà locali che si deve ripartire per cercare di creare un nuovo legame di fiducia con i cittadini, presidiando i territori e dando risposte rapide ai problemi concreti delle persone: dalla sanità ai trasporti, dal lavoro all’istruzione.

Questi sono forse i tre punti più chiari che emergono dal voto in Sardegna: adesso possiamo anche andare a vedere alcune delle cose che possono definirsi a corollario di queste elezioni, ma che sono allo stesso modo importanti.

Genere, età e altri dati che non cambiano mai

Andando a sfogliare l’elenco dei possibili nuovi consiglieri regionali troviamo due dati che emergono: l’esiguo, anzi scarsissimo, numero di donne tra le elette e l’ancora più esiguo numero di giovani che siederanno in Consiglio regionale. Il Consigliere più giovane dovrebbe essere infatti Alessandro Solinas, età 35 anni, eletto nel Movimento 5 Stelle e al secondo mandato come consigliere. Nessuno tra gli eletti sarebbe un under 30 (sarebbe stato il caso forse?) e men che meno un under 25 (forse chiedo troppo). E le donne in consiglio saranno esattamente 10 (contando anche la presidente). Su 60. Pochino.

Ma qua va chiarito un punto: non è che i giovani e le donne in politica ci devono essere perché sì, e quindi facciamo le quote rosa, e quindi facciamo le quote giovani (che non esistono ma vabbè). Il problema è semplicemente culturale: le donne e i giovani in politica non ci stanno a fare nulla e benché Alessandra Todde rompa il tetto di cristallo che vedeva ancora a zero il numero di donne presidenti della Regione, ancora c’è un enorme lavoro per vedere rappresentata quella quota di elettorato all’interno del Consiglio regionale. C’è bisogno di coinvolgere maggiormente i giovani, lasciando loro lo spazio che meritano all’interno degli organi di partito, smettendo di considerare i trentenni come giovani. A trent’anni non si è giovani. Si è un uomo e una donna belli che finiti. Le segreterie di partito devono smettere di mettere i giovani a giocare con le figurine nel tavolo dei bimbi, ma devono diventare parte integrante della vita del partito. E possibilmente non gli si deve tirare un siluro in testa quando cercano di prendersi il loro spazio. Per le donne il discorso è sempre lo stesso: le quote rosa sono uno strumento che serve a pareggiare le liste in una bella operazione di pink washing, così come la doppia preferenza di genere, ma nei fatti diventano strumenti inutili. Se non si coinvolgono le donne all’interno della vita di partito, non si lasciano tempo, spazio e modi per formarsi politicamente. Possiamo trovare soluzioni a questo problema? Chiedetelo ai partiti che avete votato. E se non avete votato e questa cosa non vi sta bene? La prossima volta cercate di trovare dei candidati che incarnino totalmente o in parte i vostri ideali e che portano avanti questa battaglia e votateli. Sarebbe già un primo passo.


Cagliari, tomba degli imperi, ma la Sardegna non è il capoluogo


Sempre approfondendo attentamente il voto, possiamo anche analizzare un’altra tendenza interessante. Le due città maggiori, Cagliari e Sassari, hanno bocciato il centrodestra e Cagliari, come detto anche ad inizio articolo, ha bocciato sonoramente l’esperienza di governo di Paolo Truzzu. Spesso nella politica sarda si fa l’errore (e lo fanno in modo particolare ed esclusivo i politici cagliaritani) di considerare la città come la Sardegna e la Sardegna come la città. Cosa che ovviamente non è. Per mille motivi: dai bisogni degli abitanti, dalle differenze dei territori, dalla densità di popolazione, alle infrastrutture. Tutto. Però, essendo Cagliari il centro nevralgico del potere, molti si fanno annebbiare la vista al punto tale da non riuscire a vedere nulla oltre l’Asse Mediano (importante strada a scorrimento veloce che attraversa la città da punto a punto). Ciò vuol dire che anche nelle analisi post voto bisogna tener conto di una cosa: la dura sconfitta del centrodestra a Cagliari non deve coprire la gran parte di voti che la coalizione ha preso a livello regionale. Le aree urbane (e neanche tutte a dire la verità) hanno votato per il centrosinistra, ma le aree interne e rurali hanno votato per il centrodestra. Questo è un aspetto che ogni tanto passa in secondo piano, soprattutto per i commentatori nazionali che tendono a confondere la sconfitta netta di Truzzu a Cagliari con quella a livello regionale, che non è avvenuta sicuramente in quei termini. Esistono infatti tante Sardegna, come spesso si ama dire, una diversa dall’altra con necessità simili ma diverse, con inclinazioni differenti l’una dall’altra. E Cagliari non è la Sardegna. Una buona parte dell’Isola ha scelto la destra e questo è un dato che chi governerà, smaltita l’euforia della vittoria, dovrà tenere in considerazione.

Penso che siano stati questi gli aspetti più importanti di queste elezioni 2024 che sono state, bisogna dirlo, un po’ scariche dal punto di vista dei contenuti a scapito delle liti tra i politici di ambo gli schieramenti, o in tanti casi dello stesso schieramento (chentu concas, chentu berrittas, mai modo di dire fu più vero in questo caso).

Tuttavia, rimangono tante cose importanti di questa tornata elettorale. Una fra le tante, permettetemi con un po’ di orgoglio di ricordarla, è che è stata la prima elezione regionale raccontata dalla nostra redazione. È stato il primo grande appuntamento politico locale che abbiamo avuto il piacere di raccontarvi, speriamo con puntualità e precisione, ma anche con un linguaggio e uno stile che ridia dignità a ciò che avviene nella nostra Isola. Solo con l’informazione libera e indipendente ci può essere una vera e compiuta democrazia e il lavoro che i ragazzi e le ragazze d TocToc Sardegna hanno portato avanti dai primi articoli sino alla maratona elettorale di lunedì 26 febbraio in diretta radio e tv, sono convinto che abbia contribuito a rendere la democrazia sarda un po’ migliore e un po’ più democratica rispetto a ieri.

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