• Matteo Monaci

Notte di una nazione: a cent'anni dalla marcia su Roma


“Il vecchio mondo sta morendo. Il nuovo stenta a nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”

Antonio Gramsci


"Viva il re! - acclamano per ore le camicie nere. Il re è al balcone, al suo fianco la famiglia reale e Mussolini in camicia nera. -Ma è il re dunque che ha fatto la marcia su Roma?- commenta il popolino. La calma inonda l’Italia”. [1] Così Emilio Lussu, all’epoca parlamentare del Partito Sardo d’Azione, destinato a divenire un eroe della resistenza antifascista, raccontava con la sua inconfondibile ironia il tragico evento destinato a cambiare per sempre la storia del nostro Paese.


Il mese di ottobre del 1922 volgeva ormai a conclusione e un’ombra nera si addensava sull’Italia. Erano i giorni terribili della marcia su Roma, che sarebbe culminata il 31 ottobre con l’ascesa al potere di Mussolini. Ma quali furono davvero le cause che condussero all’avvento del fascismo? Da dove ebbe origine quell’odio serpeggiante tra le fila di coloro che assediarono Roma in quei giorni che a noi appaiono ormai lontani?


Procediamo con ordine. Tutto ebbe inizio il 23 marzo 1919 con la fondazione a Milano dei Fasci di combattimento ad opera di Benito Mussolini, ex socialista e direttore del quotidiano “Il Popolo d’Italia”. Il nuovo movimento si caratterizzava per un acceso nazionalismo e una feroce avversione nei confronti dei socialisti. Non a caso esso vantava tra i suoi principali sostenitori e finanziatori i ricchi proprietari terrieri, che vedevano nei fascisti un argine alle rivendicazioni salariali dei contadini, molti dei quali iscritti alle leghe affiliate al Partito Socialista. I fascisti rifiutavano la logica democratica e vedevano nella violenza spietata il principale mezzo attraverso il quale contrastare i propri avversari politici. Organizzatisi in squadre d’azione misero in atto un’incessante lotta armata contro le leghe contadine nella Val Padana, a difesa dei privilegi degli agrari. Lo squadrismo dilagò presto nel Paese. I fascisti avevano come principale obiettivo sindacati, amministrazioni locali a guida socialista e camere del lavoro. I municipi e le sedi sindacali erano messe a ferro e fuoco e gli avversari politici aggrediti con la forza e spesso uccisi.


Tutto ciò avveniva sotto il silenzio compiacente della magistratura, nonché della classe dirigente liberale, che considerava ancora i fascisti come un alleato strategico in chiave antisocialista. Non a caso alle elezioni del 1921 trentacinque deputati fascisti entrarono per la prima volta in Parlamento eletti nelle fila dei Blocchi nazionali, un’alleanza elettorale costituita da liberali e fascisti che ottenne tuttavia risultati deludenti. In quello stesso anno il movimento assunse il nome di Partito nazionale fascista, che raggiunse presto duecentomila iscritti nel Nord Italia. Nei mesi successivi le aggressioni squadriste contro gli avversari politici si intensificarono, estendendosi alle grandi città e colpendo principalmente la classe operaia, altro importante bacino elettorale del Partito socialista, conquistando così il supporto dei grandi industriali, che miravano ad affossare le rivendicazioni del proletariato e temevano il rischio di una “rivoluzione bolscevica”.

Mussolini seppe inoltre suscitare le simpatie della monarchia sabauda, il cui appoggio sarebbe in seguito risultato determinante nel garantire l’ascesa al potere del fascismo.


In risposta al crescere delle violenze i sindacati proclamarono uno sciopero generale, ma ciò si rivelò inutile ad arrestare lo squadrismo nero. Nel 1922 il timore di un colpo di stato da parte dei fascisti si faceva sempre più crescente, nonostante l’avvicinamento di Mussolini alla monarchia. Verso la metà di ottobre, nel corso di alcune riunioni, i vertici del partito progettarono segretamente la presa del potere. In occasione del congresso del partito, che si tenne a Napoli il 24 ottobre, Mussolini si rivolse all’allora governo Facta, pretendendo l’attribuzione ai fascisti di cinque ministeri, nonostante la loro irrilevanza numerica in Parlamento. Il governo, in un momento di crisi, ritenne tuttavia infondato il rischio di un colpo di stato. Si sbagliava. Il 27 ottobre i fascisti occuparono in tutta Italia prefetture, uffici di comunicazione e stazioni ferroviarie, in molti casi con il sostegno delle autorità. Questa volta l’esercito rispose reprimendo le violenze. Il governo proclamò lo stato d’assedio, interrompendo le linee ferroviarie e sospendendo il servizio telefonico. Il giorno successivo, tuttavia, il re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio, spianando la strada per la vittoria dei fascisti. Le tipografie dei principali giornali di sinistra furono incendiate. Mussolini non prese mai parte alla marcia, rimanendo rintanato a Milano, pronto a fuggire in Svizzera qualora gli eventi avessero preso una piega a lui sfavorevole. Non fu però necessario, dal momento che fu il re stesso a convocare Mussolini a Roma il 29 ottobre per nominarlo capo del governo, a seguito delle dimissioni di Luigi Facta. La mattina del 30 ottobre squadre fasciste da tutta Italia entrarono a Roma e, con il beneplacito del sovrano, sfilarono armate di fronte al Quirinale al grido di “Roma o morte” e attaccando gli oppositori, mentre Mussolini si apprestava a formare un nuovo governo a guida fascista.


Il resto è ormai Storia: le elezioni del 1924, caratterizzate da intimidazioni e brogli, con la vittoria schiacciante dei fascisti, l’omicidio di Giacomo Matteotti e l’instaurazione di un regime autoritario. Questo fu dunque il fascismo: sull’odio per la democrazia, l’oppressione e lo sfruttamento delle fasce più deboli e più povere della popolazione esso fondò la sua stessa esistenza e fortificò il sostegno degli apparati di potere politico ed economico, senza il quale non avrebbe mai conquistato il potere. E coloro che in nome della patria uccidevano e devastavano il Paese, di quella stessa patria ogni giorno distruggevano un pezzo.


Come avrebbe dichiarato in seguito il segretario del Partito Socialista Filippo Turati, strenuo oppositore del regime, la marcia su Roma fu tutt’altro che un evento rivoluzionario. Questa fu un semplice passaggio di consegne. Nasceva così il primo regime di matrice fascista in Europa, al quale avrebbero fatto seguito quelli sorti negli anni a seguire in molti altri stati europei. Già lo scrittore Jack London aveva profetizzato nel suo celebre romanzo distopico intitolato “Il tallone di ferro”, scritto più di dieci anni prima, che i potenti della terra si sarebbero spinti in futuro a utilizzare qualunque mezzo repressivo al fine di contrastare le conquiste sociali dei lavoratori. Il ricordo di chi, fin da quei giorni, si oppose eroicamente al fascismo arrivando anche a sacrificare la propria vita non andrà mai perduto. Questi vivranno per sempre nella nostra memoria. Le parole della senatrice a vita Liliana Segre suonano ancora oggi da monito:

“La nostra Costituzione non è un pezzo di carta, ma il testamento di centomila morti, caduti per la libertà, e se essa venisse realmente attuata il nostro sarebbe un paese più giusto. Dalle istituzioni democratiche deve arrivare il segnale che nessuno verrà lasciato solo.”

Fonti:

[1] E. Lussu, Marcia su Roma e Dintorni, 1931